Cercando di fuggire dallo stress e il caldo afoso delle Città, nel rispetto della montagna attraverso politiche metromontane
L’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) stima che, entro il 2050, il numero di migranti ambientali a livello globale potrebbe variare tra i 44 e i 216 milioni. In questo contesto, qual è il ruolo della montagna? Aria pulita, la prospettiva di una vita più tranquilla e in contatto con la natura sono tra le principali percezioni nell’immaginario comune. È sempre più vista come una risorsa vitale, un’alternativa accessibile per chi desidera allontanarsi dalle metropoli, ormai soffocate dagli effetti dell’iper-agglomerazione sociale e produttiva. Non a caso, un intervistato su quattro dichiara di sentirsi «molto» a suo agio in questi luoghi, uno su due «abbastanza». È ciò che emerge dalla ricerca “Percezione e opinioni degli italiani sulle aree montane” condotta dall’Uncem, Unione nazionale comuni comunità enti montani.
Il fenomeno dei “montanari per scelta” ha tracciato una strada, ulteriormente accelerata dalla crisi pandemica e dalla diffusione dello smart working. Oggi, la crescente pressione del cambiamento climatico sulle Città surriscaldate e inquinate rende ancora più evidente il desiderio di trasferirsi nelle terre alte, sia permanentemente che per lunghi periodi dell’anno. In questo scenario, la montagna si inserisce come una nuova dimensione della mobilità umana, che possiamo includere nel più ampio fenomeno delle migrazioni. Chi sono, quindi, e chi saranno i “migranti verticali” nel prossimo futuro?
Fuga dalle Città
In antropologia il termine “migrazione” si riferisce allo spostamento di una popolazione in un’area diversa da quella di origine. Quando ne sentiamo parlare, istintivamente, quasi ognuno di noi pensa sia un fenomeno che interessi principalmente le popolazioni più svantaggiate. Altre volte, invece, viene concepita solo in un’accezione “orizzontale”. Eppure conflitti armati e persecuzioni politiche non sono necessariamente alla base di ogni migrazione. Anche questo fenomeno, proprio come il resto della realtà circostante, è in continuo sviluppo e mutamento. Sempre più persone, a causa delle condizioni climatiche e ambientali insostenibili delle Città, decidono di riscoprire la frescura montana.
Difatti il “World cities report 2024”, elaborato da Un-Habitat, sostiene che «l’esposizione al clima è sempre più urbanizzata». Il rischio è che le oltre due miliardi di persone che vivono nei centri urbani, potrebbero essere esposte a un aumento pari almeno al 0,5°C dell’attuale temperatura entro il 2040. Procedendo di questo passo, la temperatura potrebbe innalzarsi ancora di 2,4 – 2,6°C entro la fine del secolo. In parallelo al peggioramento delle condizioni di vita in Città, cresce il flusso della «migrazione verticale». Su tale aspetto si è soffermato lo studio “Migrazioni verticali”, frutto della volontà dell’associazione Riabitare l’Italia.
Siamo tutti migranti
Tale denominazione prende spunto dal fenomeno del mondo della biologia e dell’ecologia in cui, a causa dell’innalzamento delle temperature, avviene uno spostamento verso l’alto degli organismi viventi che trovano dunque sollievo in aree più vivibili rispetto a quelle in basso dove fa più caldo. Questo studio, edito nel 2024, è invece volto a intendere tale fenomeno come interno, riguardante chiunque. I cambiamenti climatici cui è soggetto il nostro Pianeta, rendono tutti migranti. Lo diveniamo nel momento in cui avvertiamo la necessità di muoverci, cancellando così la comune convinzione che i cittadini nazionali ed europei siano estranei al termine migrazione.
Negli ultimi 15 anni è cresciuta la tendenza a spostarsi verso la montagna e seppur i cambiamenti climatici non siano il primo fattore che spinga a migrarvi, assumono un ruolo decisivo. I «nuovi montanari» cercano di adottare uno stile di vita che sia «metromontano», a metà strada tra la Città e la montagna. Oggi, infatti, si vuole rimanere tali almeno in parte pur diventando montani, essendo, allo stesso tempo locali ma globali. Ciò diviene sempre più possibile grazie allo smart-working che consente di vivere in modo multi-locale, sfuggendo dallo stress cittadino. Nonostante però la funzione di accoglienza che spesso la montagna ci riserva, quest’ultima presenta ecosistemi fragili. Ciò è testimoniato dall’avvicendarsi di eventi estremi, come dallo scioglimento dei ghiacciai. Così come la montagna non è fatta per accogliere tutti, non tutti potrebbero mai viverci.
Risorse accessibili
In un contesto in cui diviene sempre più frequente trasferirsi in alta quota, emerge la necessità di politiche di gestione dei flussi. È inaccettabile che alcune aree subiscano una crescente pressione antropica, spesso alimentata da un turismo mordi e fuggi, che si concentra principalmente sull’evitare il caldo delle Città nei weekend, mentre altre diventano spazi esclusivi, escludendo la maggior parte delle persone dalla fruizione delle montagne. Occorre, perciò, definire politiche «metromontane» che trattino la montagna come bene comune e patrimonio collettivo, accessibile anche a chi vive in Città. Le persone che abitano stabilmente nelle terre alte devono essere riconosciute come custodi della montagna, con la responsabilità di proteggerla.
Tuttavia, tale custodia non deve trasformarsi in un’esclusiva: la montagna è una risorsa che deve essere accessibile a chi ne ha maggiore necessità, come anziani, bambini o persone con problematiche respiratorie. In un arco di vent’anni, ampie fasce della popolazione urbana potrebbero trovarsi a rischio, anche grave, per la propria salute. Ruolo cruciale, dunque, potrebbero svolgerlo le vecchie colonie alpine, le case parrocchiali e gli alberghi a bassa altitudine. Ignorate dal turismo negli ultimi decenni, potrebbero diventare risorse per garantire il turnover delle strutture e ridurre l’impatto antropico.
Messa in sicurezza del territorio
“La montagna non ci salverà”, è questo il sottotitolo della ricerca. Dietro la possibilità di un flusso migratorio dalla zona della Pianura Padana alle Alpi, vi sono rischi insidiosi. Le stesse problematiche ambientali che si riversano sulle Città, colpiscono anche la montagna. «A meno che non siano attuate politiche di cura, la montagna non ci salverà. Il che significa, in primis, stanziare delle risorse che non siano legate a progetti puntuali. Al contrario, è necessaria una politica sistematica di messa in sicurezza del territorio», ha dichiarato Andrea Membretti, sociologo tra gli autori dello studio. Molti ritengono che la montagna debba salvarsi da sola, proteggendosi dalla Città e dai cittadini che altrimenti la colonizzano.
Tale studio è invece volto a mettere in luce come questi luoghi siano privi di un’alterità radicale e, allo stesso tempo, perfettamente integrati con le realtà circostanti. Il desiderio è quello di vivere la montagna come spazio comune e di interconnessione, puntando sulla corresponsabilizzazione di cittadini e montanari. Adottando un approccio in cui l’accesso viene garantito in base alle necessità e non alle disponibilità economiche, sottolinea Membretti. Ciò riguarda anche le politiche demografiche rispetto al ripopolamento: «Questo vuol dire incentivare l’immigrazione, tutta l’immigrazione, purché vi siano persone che accettino di essere corresponsabili dello sviluppo della montagna».
Un vero e proprio modo di respirare
In un mondo che cambia di continuo, soggetto a una crisi climatica crescente e sempre più devastante, si ricercano nuove prospettive di vita. La migrazione climatica è una realtà. È fondamentale trovare soluzioni che possano sia aiutare le persone a restare dove sono, sia sostenere quelle che hanno già lasciato la loro casa, nonché fornire supporto a coloro che hanno necessariamente bisogno di spostarsi. Se sapremo rispettarla, la montagna sarà sempre lì, pronta ad accoglierci e a fornirci riparo, in quanto, come scrive Paolo Cognetti: «La montagna non è solo nevi e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura […] È un sapere, un vero e proprio modo di respirare».
Ottavia Scorpati
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