All’Accademia di S. Cecilia Daniel Harding dirige le Scene dal Faust di Goethe musicate da Schumann
Il mito di Faust addita la nascita dell’uomo moderno, pronto a rischiare in prima persona per attingere alla verità, immergendosi negli abissi più inaccessibili dell’anima. Uno spettacolo di marionette rappresenta il primo contatto fra un Goethe ancora fanciullo e quella vicenda destinata ad accompagnarlo per l’intera esistenza. La sua aspirazione verso l’infinito si incarna nella storia del misterioso negromante, pronto a stringere un patto con il demonio pur di trascendere i limiti dell’umano.
Faust in musica
Opera dall’enorme influsso sulla cultura musicale e non solo, il Faust di Goethe trova numerose incarnazioni sonore, non sempre soddisfacenti a parte rare eccezioni, fra le quali annovera il lavoro di Robert Schumann presentato all’Accademia di S. Cecilia. Un breve excursus gioverà alla comprensione del discorso. Iniziamo dal Faust di Louis Spohr, che affonda le proprie radici nella tradizione popolare, dalla quale il giornalista Carl Bernard trasse il libretto. Un’opera dalla scrittura più raffinata che drammatica, che comunque influenzò in maniera determinante l’ispirazione di Weber. Anche il Faust di Gounod, pur nel suo indubbio afflato lirico, fallisce le smisurate ambizioni goethiane. Arrigo Boito, nel Mefistofele, orchestra atmosfere scapigliate senza toccare la profondità filosofica del modello tedesco. Berlioz infine il quale, nella Damnation de Faust, rinuncia alla forma dell’opera lirica per tratteggiare una sorta di oratorio profano in cui si dibatte un protagonista maledetto, segnato da una inarrestabile inquietudine esistenziale.
L’interpretazione di Schumann
L’ossessione per il testo goethiano si radica a tal punto nella mente del compositore tedesco da accompagnarlo per oltre dieci anni, fino alla morte. Consapevole della complessità di un tale lavoro, costruisce una drammaturgia frammentaria, scevra di qualsiasi aspirazione operistica. Anche la definizione di oratorio gli va stretta. Le Szenen aus Goethes Faust rappresentano un unicum nel panorama del Romanticismo musicale, un affresco eterogeneo intessuto di visioni legate alla particolare personalità dell’autore, un tentativo di decifrare una fra le massime espressioni letterarie dell’intera umanità. Nell’enorme massa di tematiche messe in campo dal poeta, Schumann predilige il misticismo spirituale. L’aspirazione verso l’assoluto e la trascendenza è la cifra della sua lettura.
La lettura di Daniel Harding
Già protagonista di una pregevole interpretazione discografica risalente a oltre un decennio fa, Daniel Harding mostra una particolare sintonia con l’opera di Schumann. La sua lettura è impaginata con ammirevole chiarezza e ricchezza di intenti. Anche nei passi più complessi tutto resta perfettamente leggibile, animato da uno spiccato senso per il soprasensibile. Un plauso all’orchestra dell’Accademia, che è apparsa in perfetta sintonia con il suo direttore, e al coro, perfettamente preparato da Andrea Secchi, al quale si affiancavano per l’occasione le voci bianche istruite da Claudia Morelli, concentrate e precise.
Le voci
Christian Gerhaher ha al suo attivo ben due incisioni discografiche dell’opera di Schumann, il che testimonia la sua dimestichezza con il personaggio di Faust. Il baritono tedesco, al quale erano affidati anche i ruoli del Pater Seraphicus e del Doctor Marianus, è un fraseggiatore blasonato e un interprete sensibile, in grado di rendere le molteplici sfumature che caratterizzano il protagonista con liederistica precisione, pur con qualche fissità nell’acuto. Christiane Karg (Gretchen e Una Poenitentium), ha voce limpida e perfettamente governata. Falck Struckmann, che ricordiamo formidabile basso/baritono nei ruoli più impervi del repertorio tedesco, oggi più cautamente annidato in parti da basso puro, considerando la lunga carriera, si mostra ancora incisivo nelle vesti oscure di Mephistopheles e del Böser Geist. Bravi Andrew Staples (Ariel, Pater Ecstaticus) e Alexander Roslavets (Pater Profundus). Eccellente il resto del cast, da Johanna e Rebecka Wallroth, a Patricia Westley, sino a Annelie Sophie Müller.
Applausi convinti per tutti, in una sala piena ma non gremita come l’occasione avrebbe meritato. L’opera, infatti, è stata eseguita nei concerti dell’Accademia solo in altre tre occasioni: nel 1942, nel 1979 e nel 2000.
Riccardo Cenci
foto © Riccardo Musacchio













