L’assassinio di Charlie Kirk non regala vincitori, ma solo violenza

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Omicidio Charlie Kirk

Sparato al collo durante un confronto con gli studenti in Utah. Gli Usa sono arrivati al fondo del barile

Il dibattito pubblico è da sempre il termometro di una democrazia, simbolo di civiltà finché condotto nel rispetto dell’avversario. Charlie Kirk, lo sapeva molto bene. E ci credeva.

Il personaggio

31 anni, nato il 14 ottobre 1993, attivista conservatore dal curriculum invidiabile: fondatore di Turning Point Usa a soli 18 anni, colonna dei media di destra, architetto della riscossa giovanile repubblicana, amava recarsi nei luoghi più ostili, come i campus universitari, pur di vivere il momento del confronto. Zone blu, culle dell’elettorato Dem. Con la sua organizzazione affrontava sul campo temi come l’identità di genere e il multiculturalismo. Voleva contrastare quella che riteneva essere un’eccessiva influenza delle idee progressiste nelle scuole e nelle università americane. I suoi dibattiti finivano con uno scambio acceso, sovente provocatorio, ma raramente scadevano nel volgare. Gli interlocutori spesso ne uscivano arricchiti dalla sua ars oratoria. Perché infine il suo sogno era «avvicinare i giovani alla politica».

La sua sfera d’influenza, tuttavia, si espandeva ben oltre l’ambito dei dibattiti vis-à-vis. In contemporanea ai suoi impegni nei campus, Kirk portava avanti The Charlie Kirk Show, un programma podcast e radiofonico che raggiungeva un pubblico di milioni di ascoltatori, attraverso il quale analizzava gli eventi politici con approccio polemico e linguaggio schietto. La sua produzione includeva anche opere editoriali, in particolare The Maga Doctrine, testo in cui sosteneva con vigore le politiche e la visione ideologica di Donald Trump. La sua partecipazione era ricorrente negli appuntamenti del movimento “Make America Great Again” e intratteneva relazioni consolidate con numerose personalità emergenti del conservatorismo americano.

Ciononostante, la figura di Charlie Kirk sollevava non poche controversie. I suoi critici gli rimproveravano la diffusione di disinformazione, la riduzione di tematiche complesse a schemi ideologici e il contributo all’accentuazione della polarizzazione politica. Diverse sue dichiarazioni e posizioni pubbliche avevano generato accese polemiche, particolarmente negli ambienti accademici e nel mondo del giornalismo.

L’omicidio

Questa volta però è andata diversamente: all’Università dello Utah Valley, il dialogo è stato permanentemente silenziato da un colpo di fucile di precisione, esploso da circa 180 metri di distanza, che lo ha raggiunto al collo mentre rispondeva a una domanda, paradossalmente proprio sulle stragi da arma da fuoco in America. A nulla è servito l’intervento dei medici: il mondo Maga è in lacrime.

Le ricerche dell’attentatore sono ancora in corso: dopo l’attentato sono state arrestate due persone, la seconda delle quali era stata inizialmente indicata come il responsabile dell’omicidio dal direttore dell’Fbi Kash Patel, ma entrambe sono state rilasciate dopo che si è appurato che non c’entravano nulla con l’uccisione di Kirk.

Immediata la reazione del mondo politico che fotografa l’abisso. Donald Trump, su Truth Omicidio Charlie KirkSocial, lo ha definito «il Grande, e persino Leggendario Charlie Kirk […] amato e ammirato da tutti», unendo al cordoglio un’immediata santificazione politica. Nel videomessaggio di omaggio ha accusato la «retorica della sinistra radicale» di essere responsabile del terrorismo interno che insanguina gli Stati Uniti. Secondo il Capo della Casa Bianca, per anni figure come Kirk sono state paragonate a nazisti e criminali di massa, alimentando odio e violenza. Trump ha promesso che la sua amministrazione userà «tutti i mezzi» per fermare la violenza politica.

Dall’Italia, il premier Giorgia Meloni ha parlato di «omicidio atroce, una ferita profonda per la democrazia». Ma oltre alle condoglianze, si alza un grido di rabbia che rischia di travolgere ogni argine.

Conseguenze geopolitiche

A 24 anni e 1 giorno dall’attentato che sconvolse il Paese, quello dell’11 settembre, la morte di Charlie Kirk non è soltanto una tragedia umana, bensì la testimonianza che in un’America già lacerata da fratture profonde, la violenza verbale sta sempre più virando verso quella fisica. E reclama il suo posto, indifferentemente dal colore preferito scelto segretamente nell’urna.

Queste dinamiche, ci ricordano una regola ferrea delle relazioni internazionali, applicabile alla politica interna: chi utilizza e prospera attraverso la strumentalizzazione del conflitto, prima o poi perde la capacità di controllarlo.

E questo ha un peso nell’equilibrio geopolitico globale: quando il Paese egemone, non riesce a colmare le differenze intestine al suo popolo, esso collassa. E in geopolitica, così come nella fisica, i vuoti non esistono: qualcuno, parafrasando Giulio Andreotti, «amerà talmente tanto gli Stati uniti che preferirà due».

La consapevolezza di Cox

Il governatore dello Utah, il repubblicano Spencer Cox, promettendo di trovare il colpevole, ha dichiarato che si è trattato di un «omicidio politico» e che questo «è un giorno terribile nella storia degli Stati Uniti». Cox è consapevole del momento storico che stiamo vivendo: retorica incendiaria, della guerra culturale totale, della delegittimazione dell’avversario. Ora quel fuoco divampa e brucia tutto, anche uno dei suoi condottieri.

Kirk non era un semplice attivista. Era un simbolo. Era un uomo che credeva fermamente nella libertà di manifestazione del pensiero. La sua battaglia per il libero mercato, contro il “socialismo” e l’agenda woke, la sua crociata per strappare il monopolio culturale alle élite progressiste nelle università, lo avevano eretto a paladino di una contro-rivoluzione conservatrice. Il suo stile comunicativo, diretto, a tratti aggressivo e perfettamente calibrato per i social media, era al contempo un’arma, ma anche una vulnerabilità che lo ha reso un bersaglio appetibile.

La violenza come unica arma

Nei primi sei mesi dell’anno gli Usa hanno registrato circa 150 attacchi di matrice politica, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Gli esperti di terrorismo interno citano una convergenza di fattori per l’aumento della violenza: insicurezza economica, ansia per i cambiamenti demografici razziali ed etnici e il tono sempre più infiammato del discorso politico. Le tradizionali divisioni ideologiche – un tempo incentrate su disaccordi politici – si sono trasformate in un’animosità più profonda e personale. Questa rabbia è amplificata da un mix di social media, teorie del complotto e risentimenti personali.

L’agenzia di stampa Reuters ha identificato lo scorso anno almeno 300 casi di violenza politica negli Usa tra l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e le elezioni presidenziali del 2024. Ovvero l’ondata più significativa e sostenuta di violenza dagli anni ’70. «La violenza politica estrema sta diventando sempre più la norma nel nostro Paese, e la sparatoria di Charlie Kirk è indicativa di un problema molto più grande e pervasivo: gli atti di violenza stanno diventando più comuni, anche senza una chiara ideologia o movente», sostiene Jon Lewis, ricercatore presso il Programma sull’Estremismo della George Washington University. «C’è molta preoccupazione per le conseguenze di un evento del genere».

Lo stesso Trump è stato oggetto di due tentativi di assassinio l’anno scorso. In uno, l’attentatore ucciso dalle autorità pochi secondi dopo aver sparato. Nell’altro caso, un uomo arrestato mentre portava un fucile e un mirino ottico vicino a un golf club di Palm Beach dove Trump stava giocando.

Ora, il presidente Trump si trova di fronte alla sfida più difficile e fondamentale per qualsiasi Capo di Stato: mantenere l’unità di una Nazione quando le mani dei suoi cittadini si bagnano di sangue.

 

Alessandro Bonifazi

Foto © CBS News, The Charlie Kirk Show, KQED, Los Angeles Times

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