Italia sott’acqua: cronaca di un disastro continuo

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Italia sott'acqua

Ogni temporale si trasforma in emergenza: tra incuria, burocrazia e cambiamento climatico, l’Italia continua a farsi trovare impreparata

Ogni volta che il cielo si chiude e la pioggia cade con forza, l’Italia si ritrova in ginocchio: strade trasformate in torrenti, case sommerse dal fango, ponti crollati, quartieri evacuati e vite spezzate. Sempre, le stesse parole: “emergenza”, “evento eccezionale”, “tragedia imprevedibile”. Eppure, nulla di tutto questo è davvero imprevedibile. Da Nord a Sud, il copione non cambia mai: il maltempo arriva, la tragedia esplode, la politica promette, e il giorno dopo si ricomincia. È un ciclo che va avanti da decenni e che racconta, più di qualsiasi statistica, la nostra incapacità di convivere con il territorio che abitiamo.

Un Paese costruito contro natura

L’Italia è un Paese fragile geograficamente, ma vulnerabile per colpa dell’uomo.
Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), il 94% dei Comuni italiani è esposto a rischio idrogeologico: frane, smottamenti, alluvioni. Circa 6 milioni di persone vivono in zone ad alta pericolosità. Un dato impressionante, ma che non sorprende chi conosce la storia del nostro sviluppo urbano.

Dagli anni del boom economico in poi, l’Italia ha costruito tanto, troppo e spesso male.
Quartieri interi sono sorti su vecchi letti di fiumi o ai piedi di colline instabili. Torrenti e canali di scolo sono stati tombati, deviati o trasformati in strade. Campi agricoli e aree verdi, che un tempo funzionavano da “spugna naturale”, sono stati coperti di asfalto e cemento. Il risultato è che oggi la pioggia non trova più spazio per defluire: rimbalza, si accumula, straripa.

Il consumo di suolo è una delle emergenze invisibili del Paese: secondo l’ultimo rapporto Ispra, ogni secondo in Italia si perdono 2 metri quadrati di terreno naturale. In dieci anni abbiamo cancellato un’area equivalente all’intera provincia di Milano. E dove manca la terra, manca la capacità di assorbire l’acqua.

La manutenzione dimenticata

La prima linea di difesa contro i disastri naturali è la manutenzione. Eppure, in Italia, la manutenzione è la grande assente. Fossi ostruiti, canali non dragati, argini lasciati marcire, reti fognarie obsolete. Ogni anno, dopo ogni tragedia, le immagini si ripetono: escavatori nel fango, ponti provvisori, promesse di fondi straordinari.

Ma i fondistraordinariarrivano sempre troppo tardi e servono solo a tamponare.
Gli interventi ordinari”, quelli di prevenzione e controllo, mancano quasi del tutto. Le Regioni lamentano carenza di risorse, i Comuni denunciano burocrazia e vincoli di spesa, lo Stato risponde con piani emergenziali che raramente diventano strutturali.

È un meccanismo perverso, dove la prevenzione non rende, ma l’emergenza sì.
Ogni catastrofe apre un flusso di fondi, appalti, visibilità mediatica. E così il ciclo continua: la politica interviene quando è troppo tardi, e la memoria collettiva si spegne appena torna il sole.

I fiumi che non hanno più spazio

In nessun altro luogo d’Europa i fiumi sono trattati come in Italia. Nel corso del Novecento li abbiamo stretti, arginati, incanalati, dimenticando che l’acqua ha bisogno di libertà. Un tempo esistevano “zone di esondazione naturale”: pianure alluvionali, golene, campi agricoli in grado di contenere l’acqua in eccesso. Oggi quelle aree sono diventate parcheggi, capannoni, centri commerciali.

Quando arriva la piena, l’acqua non trova più vie di fuga. Si innalza, supera gli argini e inonda tutto. Poi si parla di “bombe d’acqua”, come se il problema fosse il cielo e non il modo in cui abbiamo costretto la terra.

Negli anni ’50, l’Arno aveva 2.000 km di canali di scolo attivi: oggi ne restano meno di 1.200, molti in pessime condizioni. Il Po è arginato in modo così rigido che il suo letto si è sollevato in diversi tratti sopra il livello dei campi circostanti. Basta una pioggia eccezionale, che ormai è la norma, per far traboccare il sistema.

Il prezzo della miopia

Ogni anno lo Stato spende miliardi per ricostruire ciò che l’acqua distrugge. L’Ispra stima che, solo tra il 2013 e il 2023, i danni da eventi meteorologici estremi abbiano superato 20 miliardi di euro. Eppure, meno del 10% di quella cifra viene destinato alla prevenzione. Una scelta che condanna l’Italia a un eterno ritorno del disastro.

«Per ogni euro investito in prevenzione se ne risparmiano cinque in riparazione», ricorda Gian Vito Graziano, ex presidente del Consiglio nazionale dei geologi. «Ma continuiamo a investire il 90% dopo che il danno è avvenuto. È una logica contabile suicida».

Il vero problema, però, non è solo economico ma anche culturale. In Italia la manutenzione non si vede, non si inaugura, non produce consenso. Si preferisce tagliare nastri piuttosto che scavare fossi. E così il Paese spende cifre astronomiche per ricostruire ciò che avrebbe potuto evitare.

Clima che cambia, politica che resta ferma

Il cambiamento climatico non è un concetto astratto. È già qui. Negli ultimi cinquant’anni, la temperatura media in Italia è aumentata di 1,8 gradi, e gli eventi estremi sono triplicati. Piove meno giorni all’anno, ma con precipitazioni più violente e concentrate.

Secondo il Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), nel 2023 si sono verificati oltre 300 eventi meteorologici estremi: frane, grandinate, alluvioni lampo. Gli ultimi mesi ne sono la prova. A fine settembre 2025, Palermo è finita sott’acqua dopo poche ore di pioggia torrenziale: strade come fiumi, sottopassi allagati, decine di famiglie sfollate e il traffico cittadino paralizzato. Al Nord, in Lombardia, Veneto e Friuli, nubifragi e frane hanno distrutto abitazioni e interrotto linee ferroviarie, lasciando intere vallate isolate. Ogni territorio, con le sue specificità geologiche, è esposto a un rischio che cresce di anno in anno.

Il nostro sistema di prevenzione è fermo agli anni ’90. Piani di bacino incompleti, mappe del rischio aggiornate a fatica, progetti fermi nei cassetti per decenni. Persino i fondi europei, quando arrivano, vengono spesso dispersi in microinterventi non coordinati. Manca una visione nazionale, una cabina di regia capace di pianificare la sicurezza idrogeologica come una priorità del Paese, non come una voce marginale nel bilancio pubblico.

Gli eroi del fango

Eppure, in mezzo al caos, c’è sempre un’Italia che resiste. È quella dei vigili del fuoco, dei volontari della Protezione civile, dei sindaci che passano le notti sugli argini e dei cittadini che spalano fango. Ogni volta che la tragedia si ripete, loro ci sono.
Ma anche loro sanno che torneranno a farlo presto.

L’Europa che investe, l’Italia che rinvia

In Germania, dopo l’alluvione del 2021 che causò 180 morti, il Governo ha varato un piano di 30 miliardi di euro per la ricostruzione e la messa in sicurezza dei bacini fluviali. In Francia, esiste un sistema di assicurazione obbligatoria contro i rischi climatici che finanzia la prevenzione locale. Nei Paesi Bassi, dove metà del territorio è sotto il livello del mare, si investe da decenni nella “convivenza con l’acqua”: argini mobili, zone di esondazione controllata, parchi fluviali. L’Italia, invece, resta ferma. Ogni anno, la Corte dei Conti denuncia l’inefficienza nella spesa per la difesa del suolo: progetti frammentati, bandi incompleti, opere ferme a metà. E intanto, il costo del non fare cresce, insieme al numero delle vittime.

Cambiare rotta

L’assenza di una politica del territorio è anche frutto di un sistema amministrativo frammentato, dove competenze e responsabilità si disperdono tra enti, consorzi e livelli istituzionali. Il risultato è che nessuno è veramente responsabile, e quindi nessuno interviene davvero. Rimediare non è impossibile. Servono tre parole chiave: prevenzione, pianificazione, cultura.

  • Prevenzione, perché ogni euro speso oggi evita cinque euro di danni domani.
  • Pianificazione, perché senza una visione nazionale si continuerà a navigare a vista.
  • Cultura, perché solo una società che rispetta il proprio territorio può davvero difenderlo.

Rinaturalizzare i fiumi, limitare il consumo di suolo, incentivare la forestazione urbana, formare tecnici e amministratori locali, semplificare la burocrazia della manutenzione: sono azioni concrete, non utopie. Serve la volontà politica di farle.

Un Paese senza difese

L’Italia è una Nazione meravigliosa, ma vulnerabile. Un territorio modellato dall’acqua, dal tempo e dall’uomo. Finché continueremo a reagire solo dopo gli alluvioni, continueremo a raccontare la stessa storia: quella di un Paese che affoga nella sua memoria corta, nel suo disordine e nella sua indifferenza. La vera emergenza, oggi, non è la pioggia. È la nostra incapacità di imparare da essa.

Maria Vittoria Rickards

Foto © Maria Vittoria Rickards, Fanpage, Il Messaggero.it

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