Leonardo e Caravaggio, due capolavori sotto indagine

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Leonardo e Caravaggio

Due maestri, due enigmi: storici e critici d’arte riaprono il caso delle loro opere più discusse

Il grande storico e critico d’arte Federico Zeri è stato un pioniere, in età moderna, sul principio delle attribuzioni di opere d’arte. Fra queste, nei giorni d’oggi, vi sono domande, risposte e difficili paternità per due opere di due protagonisti della pittura di tutti i tempi: l’Annunciazione di Leonardo da Vinci e l’Ecce Homo di Caravaggio.

L’“Annunciazione” di Leonardo, che si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze, presenta molti dubbi e domande irrisolte, a partire dalla sua vera paternità. Recentemente lo storico dell’arte Massimo Giontella ha sollevato alcuni di questi quesiti e ha suggerito delle risposte. L’opera ha infatti sollevato, fin dal passato, numerosi dubbi sull’attribuzione alla mano del genio leonardesco.

I dettagli oscuri

Sulla destra del dipinto è raffigurata una villa fiorentina. E sorge, anche al comune osservatore, un interrogativo: come può un tortuoso sentiero portare da una villa fiorentina fino al mare, che dista cento chilometri da Firenze? Guardando meglio il dettato paesaggistico del dipinto, si nota che esso congiunge la villa con una cittadina marinara le cui costruzioni e fortificazioni sono in stile turchesco. Nel Rinascimento, in Italia, vi era una sola cittadina marinara con costruzioni di questo tipo: Otranto, invasa dai Turchi nel 1480.

Ma allora il viottolo dipinto ha una lunghezza di 873 chilometri? E nasce qui il primo dettaglio oscuro, a cui va fatta una doverosa premessa storica. Nel 1480, dopo l’invasione turca di Otranto, Federico da Montefeltro, in una lettera inviata a un suo emissario a Venezia, scriveva di avere di fronte a sé il disegno di Otranto, fatto elaborare da papa Sisto IV per tramite di Giordano Orsini, per un attacco liberatorio della città.

Dunque, la via per la liberazione di Otranto non poteva che essere Federico e, ovviamente, il palazzo dipinto non poteva che essere la sua residenza fiorentina: la villa di Rusciano. Dalla porta di ingresso alla camera del Duca si vede il mantello rosso poggiato sul letto; il dipinto dell’“Annunciazione” avrebbe fatto da capoletto.

I quesiti

Vi sono molti quesiti emersi dall’analisi del dipinto leonardiano:

  • Come si spiegano, ammesso che la Città raffigurata sia Otranto, le montagne circostanti, che in realtà non esistono?

  • Il prato del dipinto mostra un centinaio di fiori, ma nessuno ha riscontro in natura.

  • L’Arcangelo Gabriele ha una sola ala, mentre l’abbozzo della seconda è un artefatto cinquecentesco, e l’unica ala presente è stata allungata nel Seicento con una macchia gialla, perché nella versione originale era l’ala di un putto e non di una creatura angelica.

  • Infine, è fuori misura il braccio destro della Vergine, che ha gambe troppo corte rispetto al tronco.

Le risposte

Sempre secondo lo studio di Massimo Giontella, vi sono delle risposte storiche ai dubbi che il dipinto di Leonardo ha posto all’osservatore.

Il viottolo porta a Otranto perché Federico da Montefeltro lo percorreva idealmente per scacciare i Turchi dal suolo italico. E per chi conosce Otranto, a circa 70 chilometri vi è la costa albanese, dove si possono vedere montagne, che l’artista avrebbe dipinto a ridosso della costa italiana per enfatizzare il pericolo dell’invasione. Nel prato ci sono fiori senza vita, perché rappresentano coloro che sono morti (e moriranno) per la liberazione di Otranto. L’ara romana, insolitamente, non poggia sul pavimento del loggiato ma sul prato, perché rappresenta Sisto IV che benedice i morti in battaglia.

L’Arcangelo Gabriele ha una sola ala perché è quella della contemplazione, mentre è tralasciata quella dell’azione. L’ala dell’angelo è quella di un putto, in riferimento al fregio di Rusciano con putti alati.

Il braccio destro della Vergine è fuori misura per lanciare l’ara romana (Sisto IV) verso lo spettatore. L’intento finale, secondo Giontella, era quello di salvare l’araSisto IV e il cristianesimo dall’invasione musulmana.

Mistero di attribuzione: il secondo autore

Sorge spontaneo un interrogativo: tutte le problematiche sollevate come si conciliano con la personalità di Leonardo, il più grande naturalista del Quattrocento?

Sono inconciliabili, tanto che già nell’Ottocento era stato proposto un intervento sul dipinto attribuito a Leonardo e Ghirlandaio. Ma, secondo la ricostruzione di Massimo Giontella, il principale autore dell’opera sarebbe Antonio del Pollaiolo, allievo di Leonardo, che eseguì per il Duca i lavori di ristrutturazione della villa di Rusciano.

Un esempio di collaborazione tra maestro e allievo, in cui Pollaiolo avrebbe realizzato in primis la stesura pittorica dell’Arcangelo Gabriele e del manto della Vergine. Il sodalizio tra Leonardo e Antonio del Pollaiolo trova riscontro nel ritratto di Ginevra Benci del 1476.

“Ecce Homo” è di Caravaggio?

La mostra romana dedicata a Caravaggio, fondamentale per la riscoperta scientifica del più conosciuto pittore italiano di tutti i tempi, ha sollevato alcune questioni importanti relative all’autografia dell’“Ecce Homo”. Lo storico e critico d’arte Federico Giannini ha sollevato dubbi sull’attribuzione a Michelangelo Merisi dell’“Ecce Homo spagnolo”.

Riprendendo la scheda del catalogo della mostra romana compilata da Maria Cristina Terzaghi, che rappresenta lo scritto più aggiornato sull’opera, si ripercorre la possibile pista che legherebbe l’“Ecce Homo” alla Spagna.

Nell’inventario dei beni del conte Castrillo, viceré di Napoli dal 1653 al 1659, il dipinto è definito «original de maestro Micael Angel Caravacho». Ma restano dei punti oscuri: come il viceré di Napoli sia entrato in possesso del dipinto e quale rapporto abbia con l’“Ecce Homo” legato alla committenza Massimi, anche perché non si conoscono passaggi di proprietà tra Sei e Settecento, e la storia della provenienza dell’opera madrilena, a un certo punto, si interrompe.

Secondo la scheda della Terzaghi, l’“Ecce Homo” sarebbe stato dipinto nel periodo che intercorre tra il soggiorno di Caravaggio nei feudi laziali dei Colonna e il primo passaggio a Napoli, probabilmente nel biennio 16051606 (Gianni Papi), mentre per Giuseppe Porzio si tratterebbe di un’opera tarda del periodo finale della vita del Merisi.

Dunque, l’“Ecce Homo” venne realizzato in un arco di tempo di quattro anni, in cui lo stile di Caravaggio conobbe modifiche spesso repentine e radicali. Ci troviamo ancora di fronte a un dipinto difficile da valutare.

Alcuni copisti meno dotati hanno trascurato un elemento che Caravaggio riprende dal Correggio, ovvero il serto della corona di spine tagliato in modo da sembrare una fiammella. Lo stesso particolare è presente in un’altra versione del dipinto che, negli anni Cinquanta, Roberto Longhi segnalò in una collezione privata siciliana, oggi irrintracciabile.

Nel 2021 Massimo Pulini evidenziò dettagli tecnici nello studio dell’opera: «è possibile rilevare anche a occhio nudo una serie di incisioni, di sottili solchi che interessano l’imprimitura della tela di Madrid e che sono ricorrenti in molte opere del Merisi».

Si tratta di un’imprimitura fresca che Caravaggio realizzava con il manico del pennello, per definire in maniera sommaria l’impostazione delle figure e i passaggi da luce a ombra. Tuttavia, l’uso sistematico dell’incisione non è una caratteristica esclusiva del solo Caravaggio, che la utilizzò principalmente nel periodo romano (1605–1606).

Rimangono ancora forti dubbi sulla committenza dell’“Ecce Homo”, e Nicola Spinosa si è espresso ipotizzando la mano di un caravaggesco di alta qualità, forse Ribera, autore del dipinto per i toni più moderati dell’opera rispetto al dramma del tardo Caravaggio.

 

Paolo Montanari

Foto © Wikipedia, Haltadefinizione, Condottieri di ventura, Sky TG24

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