Le autorità iraniane reprimono violentemente le forme di dissenso

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Narges Mohammadi nuovamente incarcerata e percossa per la sua lotta in favore dei diritti delle donne e per l’abolizione della pena di morte

Considerata una “prigioniera di coscienza” da Amnesty International, l’attivista Narges Mohammadi torna ad essere protagonista delle silenziose brutalità che stanno scuotendo l’Iran. Arrestata violentemente il 12 dicembre da parte delle autorità iraniane, il suo comitato di supporto ha espresso forte preoccupazione per il suo stato di salute. Difatti, tramite quanto riportato dalla donna alla sua famiglia, in una brevissima chiamata domenica scorsa, ha raccontato di aver ricevuto «ripetuti colpi violenti con manganelli alla testa e al collo». Su sua stessa dichiarazione, le percosse sono state a tal punto forti che è stata poi condotta ben due volte al pronto soccorso. La notizia è stata diffusa tramite i canali social della “Narges Mohammadi Foundation” in cui il comitato di supporto ha aggiunto «le sue condizioni fisiche al momento della chiamata non erano buone e sembrava soffrire».

Un profondo impegno

L’attivista iraniana è divenuta nota in tutto il Mondo dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 2023 mentre si trovava in carcere. Rinchiusa dal 2021, le autorità iraniane l’hanno condannata nel 2016 per il suo impegno, durato oltre tre decenni, a favore dei diritti delle donne e per l’abolizione della pena di morte. «Non smetterò mai di lottare per la realizzazione della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza. Il sostegno e il riconoscimento globale del mio lavoro mi rendono più risoluta, responsabile, appassionata e piena di speranza. Spero anche che questo riconoscimento renda gli iraniani, che protestano per il cambiamento, più forti e organizzati. La vittoria è vicina». Queste erano state le sue parole in seguito all’attribuzione del premio.

Premio conferito a una sola persona ma che in realtà riconosceva e riconosce tutt’ora l’impegno di migliaia di cittadini che lottano contro politiche discriminatorie e di oppressione del regime teocratico iraniano.

autorità iranianeRilasciata poi nel dicembre 2024 dal carcere di Evin a Teheran, per poter ricevere cure mediche, il nuovo arresto giunge in seguito alla denuncia delle morte sospetta di Khosrow Alikordi, avvocato e attivista per i diritti umani. Conosciuto per il suo impegno nel rappresentare prigionieri politici, manifestanti, Alikordi era inoltre il porta bandiera nella battaglia per ottenere giustizia per i morti in seguito alle proteste in ricordo di Mahsa Amini. Una ragazza uccisa nel settembre 2022 dalla polizia morale perché non stava indossando correttamente l’hijab.

Le accuse e le minacce

Tra le accuse a lei rivolte da parte delle forze di sicurezza, quella di maggior peso riguarda la presunta collaborazione con il Governo israeliano. Non sono inoltre mancate minacce di morte. Non si tratterebbe della prima volta, dal momento che l’attivista già quest’estate aveva chiamato urgentemente il presidente del comitato Nobel, Jorgen Watne Frydnes, per comunicargli le intimidazioni ricevute. «Sono stata minacciata direttamente e indirettamente di “eliminazione fisica” da agenti del regime». Rispetto a questi avvertimenti, lo stesso comitato Nobel aveva poi aggiunto che le autorità mettessero a rischio la sua sicurezza e che l’avrebbero risparmiata solo in cambio del suo disimpegno dalle dinamiche iraniane e della sua completa sparizione dai social.

Cresce dunque una profonda preoccupazione per le minacce che pesano sulla sua vita e, in generale, su quella di tutti coloro che osano innalzare una voce critica.

Al momento non vi è stato ancora nessun commento da parte delle autorità iraniane. Le uniche dichiarazioni rilasciate risalgono a sabato e sono da parte del procuratore di Mashhad, Hasan Hematifar. Egli ha infatti dichiarato ai giornalisti che Mohammadi e il fratello di Alikordi avrebbero fatto delle osservazioni provocatorie durante una cerimonia in onore del defunto avvocato, per poi incoraggiare i presenti a scandere slogan contrari alle norme dello Stato al solo fine di disturbare e sovvertire l’ordine pubblico.

Limitazione dei diritti delle donne

Con l’avvento della rivoluzione khomeinista, che avrebbe trasformato l’Iran da Stato laico in una Repubblica islamica, la vita delle donne non sarebbe più stata la stessa. Già il 28 febbraio 1979, tutti i tornei sportivi femminili vennero annullati fino a far sparire la partecipazione delle donne nel mondo dello sport. Il successivo 2 marzo venne loro vietato di perseguire studi giuridici e tutte le giudici vennero rimosse dal loro incarico. Per poi giungere al 7 marzo, data in cui Khomeini annunciò l’obbligo di indossare il velo per tutte le donne che avessero desiderato uscire di casa. Oggi le donne iraniane devono sottostare a restrizioni riguardanti diritti e libertà. Limitazioni rispetto il modo di vestirsi, non possano cantare se non accompagnate in un duetto da un uomo, non possono ballareviaggiare all’estero da sole.

autorità iranianeChi si oppone, può finire per pagare un prezzo altissimo. Basti pensare al caso di Nasrin Sotoudeh, avvocata, condannata più di una volta e sottoposta fino a ben 148 frustate, accusata di aver incitato alla corruzione e alla prostituzione, mostrandosi in pubblico senza velo. Nonché per aver preso le difese di coloro che protestavano contro l’obbligo di indossarlo.

Sebbene la costituzione iraniana riconosca la parità di diritti alle donne, la realtà prevede una sottomissione alla volontà del marito. Sulla base del codice civile, si consente che le ragazze si sposino sin dai 13 anni, età alla quale si può derogare, permettendo anche il coinvolgimento di bambine più piccole con l’autorizzazione del giudice. Da settembre 2022 migliaia di giovani sono scesi in piazza per protestare contro un regime di violenza crescente, gridando “jin, jîyan, azadî (Donna, vita, libertà). Da allora sono state moltissime le vittime, mentre le autorità iraniane hanno spesso lavato le proprie mani affermando si trattasse di morti per suicidio o uso di droghe.

Pena di morte

In seguito alle proteste di “Donna, vita, libertà”, la pena di morte si è trasformata in uno degli strumenti di Governo più utilizzati. Secondo quanto riportato dall’ “Iran Human Rights”, già alla fine di settembre di quest’anno sono state eseguite oltre mille impiccagioni. Si tratta di una stima altamente preoccupante che le organizzazioni per i diritti umani ritengono essere senza precedenti nel corso della storia del Paese.

Le vittime sono spesso persone povere appartenenti a minoranze etniche quali curdi, afghani o baluci, tendenzialmente condannate in seguito a processi sommari con l’accusa di omicidio o per reati connessi alle droghe. Tra i condannati a morte vi sono anche moltissime donne che si oppongono alle regole soffocanti del regime, così come prigionieri politici accusati di “moharebeh”, ossia di inimicizia verso Dio, oppure di “baghy”, ossia di ribellione. Vi sono poi condannati per atti contrari alla religione che non tollera il consumo di alcolici e relazioni omosessuali. Mentre per i casi di adulterio, tale reato è punibile con la lapidazione.

Da ciò si evince come molto spesso le accuse e la successiva condanna siano un modo per punire qualsiasi forma di dissenso. Difatti molto spesso la polizia morale si avvale di autorità iranianeconfessioni estorte sotto tortura, istituendo processi rapidi e non pubblici. Alternando poi ondate di repressione pubblica al rigido controllo dei dispositivi digitali, ricorrendo a messaggi intimidatori, nonché utilizzando telecamere e droni. Per via della crescente tensione tra Iran e Israele, Gholamhossein Mohseni Eje’i, capo del potere giudiziario, ha richiesto che i processi e le esecuzioni di coloro che sostengono Stati nemici, in primis Israele, divengano ancora più rapide. Recentemente il Parlamento di Teheran ha inoltre approvato un progetto di legge che consente di ampliare il ricorso alla pena di morte anche per accuse quali “cooperazione con governi ostili”.

Il contrasto dei diritti umani

Le imposizioni della Repubblica islamica dell’Iran colpiscono duramente l’intera società, limitando o vietando diritti che l’ordinamento internazionale riconosce come fondamentali. Non sono solo le donne a essere sottoposte a discriminazioni e violenze, le autorità reprimono ogni cittadino rispetto ai diritti di espressione, associazione e riunione pacifica, nonché discriminano coloro che appartengono ad altre comunità o che sono migranti.

Processi iniqui, torture, sparizioni forzate e punizioni disumane, sono solo alcuni dei crimini commessi. Per poter mantenere il controllo le autorità disturbano con interferenze i canali televisivi, spiano i contenuti dei telefoni nonché vietano la costituzione di qualsiasi partito politico indipendente, di organizzazioni della società civile e di sindacati. Coloro che appartengono a minoranze religiose o etniche subiscono discriminazioni che non gli consento accesso all’istruzione, ad avere un alloggio adeguato, né tantomeno il diritto al lavoro o a ricoprire incarichi politici.

Le autorità iraniane si sono inoltre rivelate incapaci di affrontare la grave crisi ambientale che affligge il Paese, caratterizzata dall’inaridimento di laghi, fiumi e zone umide, dalla subsidenza del suolo, dalla deforestazione e dalla contaminazione delle risorse idriche, dovuta al rilascio di acque reflue nelle falde acquifere urbane. A ciò si aggiunge l’inquinamento atmosferico, aggravato dall’uso industriale di combustibili obsoleti, che secondo il Ministero della Salute causa migliaia di decessi. Nonostante ciò, l’Iran ha continuato a mantenere elevati livelli di produzione di combustibili fossili e derivati, senza adottare misure efficaci per proteggere le comunità più vulnerabili dagli effetti devastanti del cambiamento climatico.

Nonostante il ricorso a questa violenta repressione, la lotta degli iraniani continua coraggiosamente nella consapevolezza che solo lottando potranno conquistare la libertà.

 

Ottavia Scorpati

Foto © The globe and mail, Jurist news, IFEX, Daily mail

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