Non solo Hamas teme il riconoscimento del Somaliland

0
445

La dichiarazione anticipa l’incontro fra Trump e Netanyahu. L’asse Berbera-Tel Aviv preoccupa Ankara. Nuovi equilibri geopolitici in vista

Nel giorno in cui Hamas ufficializza la morte del suo storico portavoce Abu Obaida al secolo Hudhayfa alKahlout, ucciso lo scorso agosto insieme ad altre figure centrali dell’apparato militare tra cui Mohammad Sinwar Mohammed Shabana Raed Saad e Abu Omar al-Suri, in un video diffuso su Telegram a poche ore dall’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu il portavoce di Hamas Hazem Qassem sostiene che Washington resti l’unico attore in grado di esercitare una pressione concreta su Israele per l’attuazione degli accordi su Gaza.

Ciò include la seconda fase dell’accordo, che prevede un ulteriore ritiro israeliano e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione. In questo passaggio, la guerra di Gaza mostra come la dimensione comunicativa del conflitto tenda a saldarsi sempre più con dinamiche politiche e strategiche che eccedono il piano strettamente militare.

Questo progressivo spostamento del confronto, dal piano militare a quello politico e strategico, chiarisce come la crisi di Gaza non resti confinata al suo perimetro immediato. Le dinamiche in atto indicano un allargamento del campo di gioco, in cui le decisioni dei principali attori producono effetti a catena su aree geografiche più ampie.

Somaliland Hamas TurchiaIn tale contesto alcune iniziative israeliane vanno lette come parte di una strategia regionale più estesa, orientata a incidere sugli equilibri del Medio Oriente e sul controllo di snodi strategici considerati cruciali per la competizione globale. Il riconoscimento del Somaliland come Stato indipendente, da parte di Israele, introduce un elemento di discontinuità nel quadrante del Corno d’Africa e del Mar Rosso. Non si tratta soltanto di una decisione diplomatica, ma di un’azione che incide in uno dei nodi più sensibili della competizione globale.

Cos’è il Somaliland

Per comprendere la logica, che ha guidato la scelta israeliana, è necessario chiarire innanzitutto che cosa sia il Somaliland. Dal punto di vista geografico la Regione è ubicata nell’area occidentale dello Stato somalo, con capitale Berbera, nel Corno d’Africa. Essa occupa una posizione di rilievo: si affaccia sul Golfo di Aden ed è prossima allo stretto di Bab elMandeb, uno dei principali choke point marittimi a livello mondiale. Da questo passaggio transita ogni anno tra il 10 e il 12 per cento del commercio marittimo internazionale, inclusa una quota rilevante di flussi energetici diretti verso l’Europa.

Il Somaliland coincide con l’ex Somalia Britannica, unica porzione dell’attuale Somalia a non essere mai stata sotto amministrazione coloniale italiana. Dopo l’indipendenza e la breve esperienza di unione con il resto del Paese nel 1960, le profonde differenze amministrative e politico-istituzionali non furono mai ricomposte. Il collasso del regime di Siad Barre nel 1991 e il successivo dissolvimento dell’autorità statale somala portarono la Regione a proclamare l’indipendenza.

Da quel momento, pur priva di formale riconoscimento internazionale, il Somaliland ha costruito un assetto politico relativamente stabile. Processi elettorali, funzionamento delle istituzioni e livelli di sicurezza percepita risultano ancora oggi superiori rispetto al sud della Somalia.

È proprio questa stabilità istituzionale ad aver attirato nel tempo l’attenzione di attori esterni, che, pur interessati a questo territorio geostrategico, non avevano finora infranto il tabù diplomatico del riconoscimento. Un equilibrio che, con la decisione israeliana, viene ora messo in discussione.

Ratio securitatis

Le ragioni di sicurezza rappresentano il primo filtro con cui leggere la scelta di Tel Aviv. Inserirsi nel Somaliland significa affacciarsi su un tratto di costa utile a ripensare in chiave marittima le strategie di sicurezza nazionale. Bab elMandeb apre le porte del Mar Rosso, ma da snodo commerciale essenziale è diventato un punto di pressione permanente per effetto delle azioni degli Houthi, movimento politico-militare yemenita formalmente noto come Ansar Allah.

Gli Houthi hanno assunto un ruolo centrale nel Mar Rosso attraverso attacchi contro navi mercantili, minacce ripetute e operazioni di targeting legate alla guerra di Gaza e alle alleanze regionali e religiose, trasformando il mare in un’estensione operativa delle crisi mediorientali. Israele ha subìto più volte il lancio di missili da parte del movimento.

Qui, il Somaliland offre un possibile punto d’appoggio, non soltanto diplomatico, ma anche tecnicooperativo. Il suo tratto di costa pesa perché permetterebbe allo Stato ebraico di attuare operazioni di difesa mirate, inserirebbe Tel Aviv in uno spazio già affollato da basi e presenze straniere, tra cui quella cinese a Gibuti e la forte presenza egiziana, e rafforzerebbe le relazioni con l’Etiopia, seguendo il principio secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico.

Questa scelta ha generato una dura reazione da parte di Mogadiscio. La Somalia legge il riconoscimento come violazione della propria sovranità e come tentativo di trasferire nel Corno d’Africa dinamiche di balcanizzazione e competizione tipiche del Medio Oriente, temendo l’uso del territorio come base o retrovia strategica.

Un’altra prospettiva

Esiste poi un livello più politiconarrativo. Israele presenta il riconoscimento del Somaliland come coerente con lo spirito delle nuove normalizzazioni regionali, accompagnandolo con promesse di cooperazione in ambiti apparentemente civili come agricoltura, sanità, tecnologia e sviluppo economico.

Il confine tra soft power e hard power è sottile. Costruire cooperazione significa costruire legittimità, legare le élite locali a nuove reti di relazione e, al tempo stesso, creare dipendenze funzionali capaci di stabilizzare un rapporto che altrimenti apparirebbe come una rottura netta.

Resta infine un tema emerso nel dibattito pubblico: l’ipotesi che il Somaliland venga evocato in scenari di ricollocamento collegati alla crisi di Gaza. È in questa cornice percettiva che si concentrano le preoccupazioni dei rivali regionali di Israele. Queste sono legate al timore che il riconoscimento possa alterare gli equilibri di potere della Regione e indebolire la loro narrazione geopolitica.

Le reazioni regionali e internazionali

La risposta della Somalia è stata netta e immediata. Mogadiscio ha definito il riconoscimento israeliano del Somaliland una violazione della sovranità e ha messo in guardia dal rischio di squilibrio regionale. A questa lettura si sono allineati in primo luogo Egitto, Gibuti e soprattutto la Turchia, direttamente coinvolti sul piano geografico e strategico.

In seconda battuta, contrari a riconoscimenti unilaterali di entità separatiste, si sono espressi Arabia Saudita, Qatar, Algeria, Sudafrica, Nigeria, oltre alla Lega araba e all’Unione africana.

Su un piano più prudente si è collocata l’Unione europea. Essa ha ribadito il proprio sostegno all’unità territoriale della Somalia, evitando toni di rottura ma lasciando emergere una chiara distanza rispetto alla scelta israeliana.

Sfida alla Turchia

Il segnale più forte del riconoscimento israeliano del Somaliland non è rivolto soltanto a Mogadiscio, ma parla soprattutto ad Ankara. È qui che la reazione turca assume un peso specifico diverso dalle altre. Perché quanto accaduto apre il capitolo di un possibile scontro tra Israele e Turchia nel Mar Rosso.

Somaliland Hamas TurchiaNel Corno d’Africa la Turchia ha investito con metodo, trasformando la Somalia in una piattaforma di influenza e proiezione attraverso cooperazione in materia di sicurezza, presenza politicomilitare, penetrazione economica e una narrazione che le ha consentito di presentarsi come attore stabilizzatore.

L’ingresso formale di Israele nel dossier Somaliland stravolge questa narrazione. Per la prima volta, e soprattutto prima di Ankara, un Paese legittima una geografia politica alternativa a quella del Governo federale somalo. La Turchia teme che il precedente Somaliland apra una fase di frammentazioni difficili da governare e riduca la propria libertà di manovra regionale.

Per Ankara il contraccolpo è doppio. Si incrina l’idea del Corno d’Africa come estensione naturale della proiezione turca e, al contempo, entra in gioco la variabile israeliana in uno spazio finora segnato dalla competizione con Emirati, Egitto e Arabia Saudita. Mentre l’Iran operava per linee indirette.

Questo riconoscimento preannuncia che la mappa del Mar Rosso non resterà com’era. Soprattutto se a compiere tale manovra è un attore non musulmano in uno degli spazi più sensibili della geopolitica contemporanea.

Alessandro Bonifazi

Foto © Daily Sabah; Times of Israel; Universidad de Navarra; GIS Reports;

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui