Intervista all’inviato speciale per il corridoio IMEC, Francesco Maria Talò, sul nuovo asse economico India‑Medio Oriente‑Europa e sulle sue implicazioni geopolitiche
Il Corridoio IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor) è una nuova via commerciale strategica che mira a collegare India, Medio Oriente ed Europa. Annunciato nel settembre 2023, a Nuova Delhi, dopo la firma di un memorandum a margine del G20, il progetto prevede la costruzione di un articolato sistema infrastrutturale per il transito di beni, energia e dati digitali. I firmatari sono India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Stati Uniti e tre Paesi europei, cioè Italia, Francia e Germania, più la Commissione europea.
L’adesione italiana a IMEC riflette un rinnovato approccio diplomatico e strategico volto a dare centralità all’Indo–Pacifico. Più in generale, l’iniziativa coglie l’intenzione comune dei firmatari di diversificare in un Mondo in movimento. Le tendenze multipolari e il graduale ridisegnamento delle rotte commerciali (per via dello scioglimento della superficie ghiacciata dell’Artico, la centralità di nuovi mercati e il riaffermarsi delle sfere di influenza) impongono tale necessità.
Rimane aperto il dibattito se considerare IMEC come alternativa strategica alla Belt and Road Initiative (BRI). Nata nel 2013, la BRI è un’iniziativa cinese idealmente simile, ma dalla portata molto più ampia (coinvolge oltre 150 partecipanti).
Ne parliamo con l’inviato speciale per il Corridoio IMEC Francesco Maria Talò.
Qual è lo stato attuale del progetto?
«Siamo sostanzialmente in una fase iniziale; direi che stiamo per superare la parte convegnistica. Certamente, nell’ultimo anno, è cresciuta l’attenzione mediatica e si sono moltiplicate iniziative – come conferenze o convegni – a riguardo».
«Sul piano formale/operativo, trattandosi di un’iniziativa molto impegnativa, partiamo dal memorandum of understanding del settembre 2023 e rimane molto da fare».
«Ad ogni modo, cosa fondamentale è che l’interesse di Governi, opinioni pubbliche e del privato coinvolgono sempre più anche Paesi non firmatari».
«Per altro, il testo del memorandum menziona esplicitamente Israele e Giordania, che potrebbero far parte dell’itinerario. In qualche modo, andranno coinvolti e, a quel punto, ritengo auspicabile anche un ruolo per la Palestina (in un contesto concretamente utile a tutti le parti nella Regione)».
Che ruolo giocano l’Ue e l’Italia?
«Il fatto che tra i membri firmatari risulti la Commissione europea implica un coinvolgimento potenziale di tutti gli Stati membri; poi ce ne sono alcuni più interessati di altri. È chiaro che Roma, assieme a Parigi e Berlino, sono tra i primi avendo firmato l’intesa. Soprattutto Italia e Francia, se parliamo di porti. Non affacciandosi sul Mediterraneo, la Germania è meno direttamente coinvolta da questo punto di vista».
«Rimane poi fuori discussione la necessità di lavorare come Unione, come Europa. Il tema dell’unità è fondamentale per cogliere al massimo le opportunità di quest’enorme iniziativa. Concretamente, il modus operandi è quello di Team Europe, per cui Commissione e Stati membri coinvolti si coordinano e lavorano a stretto contatto. Lo abbiamo già fatto, ci siamo incontrati e continueremo a farlo: abbiamo degli interessi comuni».
In Europa, ci sono altri Paesi interessati?
«Si, tra questi ne vorrei menzionare due che lo sono più di altri, cioè Grecia e Cipro. Sono due Nazioni che si affacciano profondamente nel Mediterraneo e, se vogliamo, si troverebbero in quella sezione della rotta tracciata da IMEC, dal Mediterraneo orientale verso il Mediterraneo centrale e l’Europa occidentale».
Che cosa serve per rendere IMEC concreta?
«Dal memorandum in poi, abbiamo assistito a una serie di discussioni tra i Paesi firmatari che mirano a delimitare con chiarezza l’iniziativa. Ad oggi, si afferma sempre più l’idea che, piuttosto che un corridoio, dovremmo parlare di una rete, o magari di una rete di corridoi; che, comunque, rimangono aperti e determinati dal mercato».
«Parlando di infrastrutture portuali, è decisivo identificare gli hub strategici da coinvolgere in India, nel Golfo, in Europa e in Medio Oriente. Per l’Italia, pensiamo soprattutto a Trieste. A tal proposito, il Ministro Tajani ha voluto convocare un’importante conferenza che si terrà il 17 marzo proprio a Trieste».
«Ad ogni modo, direi che già l’individuazione di porti e infrastrutture può comportare l’avvio verso una fase più concreta».
Le recenti tensioni tra Tel Aviv, Washington e Teheran possono complicare o addirittura porre in stallo la situazione?
«Evidentemente, le tensioni e l’instabilità creano complicazioni. D’altro canto, l’iniziativa è resa necessaria anche a causa di un Medio Oriente in subbuglio. Si rende ancora più importante l’esigenza di differenziare le rotte, gli interlocutori. Ciò non toglie, è importante sottolinearlo, che non si vuole assolutamente immaginare un’alternativa al canale di Suez, che rimane di gran lunga l’itinerario privilegiato per trasporti marittimi tra Indo–Pacifico e Mediterraneo».
«IMEC gli sarà complementare e andrà nell’ottica di differenziazione. L’idea di fondo di è proprio questa: offrire altre possibilità in un Mondo che rimane interdipendente».
«Oggi non viviamo più la globalizzazione di vent’anni fa, ma non possiamo neanche disinventarla del tutto. Il Mondo rimane interdipendente, ma dobbiamo renderci meno condizionati, proprio perché tensioni (si pensi, per fare un altro esempio, agli Houthi) e la direzione multipolare del Mondo creano vincoli e complessità. Se vogliamo, lo slogan potrebbe essere “più indipendenti in un Mondo interdipendente“».
Lei vede IMEC come un’alternativa alla Bri? E chi è avanti fra i due?
«No, noi non siamo contro nulla, anche se, con una certa semplificazione, si tende a giudicare IMEC in chiave alternativa alle iniziative di Pechino. Lascerei perdere quest’interpretazione del Corridoio in funzione anticinese».
«Quanto ai progressi, è difficile dire chi è avanti. La BRI è un progetto molto diverso. Anche solo ragionando in termini quantitativi, è nata molto prima e ha una portata maggiore: è un’iniziativa sostanzialmente globale, con un enorme numero di partecipanti. C’è poi un’altra grande differenza: Belt and Road ha chiaramente un primo attore, che è la Cina, mentre IMEC vede un ristretto gruppo di partner agire in modo molto più paritario».
IMEC è stata pensata anche come alternativa nel caso in cui le tensioni su Taiwan si accendano? Mi riferisco allo stretto di Formosa
«Noi speriamo assolutamente che questo non accada, ma, indirettamente, potrebbe aiutare; nel senso che, più ci rafforziamo su un quadrante, più mitighiamo i rischi che possiamo avere in altre zone».
«Lo stesso discorso vale, ad esempio, per il Mercosur o per il recente accordo di libero scambio tra Ue ed India».
Concettualmente come vede IMEC?
«Personalmente, considero IMEC come parte integrante della strategia di proiezione dell’Italia verso l’Indo–Pacifico. Non a caso, ritengo che, oggi, si debba parlare sempre meno di “Mediterraneo allargato” e sempre più di Indo–Mediterraneo (di cui è un’estensione concettuale, oltretutto più comprensibile nei contesti internazionali)».
«IMEC è, di fatto, strumento concreto per l’attuazione di tale visione, da ritenere, anche alla luce del significato del recente viaggio di Meloni in Giappone, complementare all’Indo–Pacifico libero e aperto sostenuto dal primo ministro nipponico Takaichi».
Fabio Sinisi
Foto
Ia, Formiche.net, Governo italiano, Vajiram and Ravi, Bloomberg













