Consiglio europeo, Pedro Sánchez traccia la linea spagnola

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Diritto internazionale, green deal, pace e dialogo in risposta alla crisi. Un nuovo ruolo per Madrid nel Continente

Al Consiglio europeo del 19 marzo 2026 a Bruxelles Pedro Sánchez arriva con un obiettivo preciso: reagire alla crisi energetica e, insieme, trasformare le conseguenze della Terza guerra del Golfo in una prova politica per l’Europa.

La guerra in Iran, afferma il premier spagnolo, è «illegale». Proprio per questo, secondo Madrid, l’Unione deve uscire dallo stato di passività e rispondere senza smarrire la propria bussola politica: difesa del diritto internazionale, rafforzamento del multilateralismo e continuità della transizione energetica.

Sánchez avverte che, dentro l’Ue, «non mancano Governi pronti a sfruttare la crisi per ridimensionare il Green Deal»; al contrario, rivendica che la Spagna stia offrendo la prova opposta, mostrando come una forte esposizione alle energie rinnovabili consenta di assorbire meglio l’urto di uno shock geopolitico. Allo stesso tempo, allarga il discorso al Mediterraneo e insiste sulla necessità di proseguire la missione Unifil oltre il 31 dicembre 2026, sottolineando che «Paesi come Spagna e Italia hanno un interesse diretto alla stabilità del Libano».

I fatti

Un dato concreto emerge dal discorso del presidente. In Spagna il prezzo dell’elettricità si è attestato a 14 euro per megawattora, mentre in Paesi come Italia, Germania e Francia ha superato i 100 euro.

Questa differenza è «il risultato di una linea perseguita per anni, di una strategia che ha puntato con continuità sullo sviluppo delle energie rinnovabili fino a collocare la Spagna in una posizione più solida rispetto ad altri partner europei».

Nitido il sottotesto: se un Paese investe con anticipo nella trasformazione energetica, riduce la propria esposizione ai contraccolpi delle crisi internazionali; se invece resta più legato ai combustibili fossili, finisce per pagare un prezzo più alto proprio quando il quadro globale si deteriora.

Per anni la Spagna è stata percepita come attore non decisivo in alcuni grandi dossier strategici dell’Unione. Nonché ignorata dalla maggior parte degli analisti geopolitici italiani. Sánchez prova ora a invertire quella percezione, presentando Madrid come alternativa all’onda conservatrice transatlantica.

L’Europa secondo Madrid

Quella che sembra essere una scommessa sul suo futuro politico, parte proprio dagli estri. Per rilanciarsi di fronte a un consenso che inizia a vacillare in patria, il premier spagnolo presenta al Continente la sua narrazione. Propone un’idea di Europa che rivolga lo sguardo alla protezione dei cittadini e delle imprese, in grado di reagire al rincaro dell’energia senza mandare in frantumi gli obiettivi climatici e la tenuta dei bilanci pubblici.

Nello stesso quadro si inserisce anche il richiamo al rafforzamento del multilateralismo e del sistema delle Nazioni Unite. È un messaggio che suona quasi controcorrente in una fase storica segnata dal ritorno delle decisioni unilaterali, a quello del realismo e delle sue logiche di potenza, finanche da una crescente sfiducia nei confronti del diritto internazionale.

Inoltre, ha voluto collegare questo discorso al dossier ucraino. Ha ribadito il sostegno a Kiev e criticato il veto dell’Ungheria sul prestito destinato a sostenere lo sforzo bellico contro la Russia. L’Europa, secondo Sánchez, non può affrontare le crisi come episodi isolati. Deve, invece:

  • difendere la propria coesione politica;
  • ridurre la propria vulnerabilità energetica;
  • mantenere credibilità internazionale fondata sulla condivisione del diritto internazionale.

Da questa prospettiva, il discorso di Bruxelles si inserisce in una tensione più strutturale, che colpisce la geografia iberica e il suo ruolo all’interno della Nato. È in questo dibattito e nella nuova postura intrapresa da Madrid che si colloca la questione di Rota e Morón.

La genesi delle basi militari

Ormai sinonimo delle tensioni diplomatiche che attraversano il rapporto con Washington, le due basi militari Usa sono entrate nel cuore del dibattito transatlantico a seguito del diniego formale del loro utilizzo da parte del presidente spagnolo. Per comprendere appieno la questione non basta focalizzarsi sul mero piano comunicativo di Pedro Sánchez. Occorre, invece, conoscerne la storia.

Patti di Madrid, 23 settembre 1953. La Spagna franchista, ancora isolata sul piano internazionale, trovò negli Stati uniti il partner capace di garantirle ossigeno politico, militare ed economico in cambio dell’uso di installazioni decisive per la Guerra fredda. In cambio, il franchismo riceveva protezione, ma, soprattutto riconoscimento.

Quegli accordi inserirono la Penisola iberica nel sistema di difesa occidentale molto prima della piena normalizzazione democratica del Paese. Conseguenza: trasformare l’Andalusia, dove sono ubicate, in una piattaforma di proiezione militare tra Atlantico, Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.

Rota

Più che una semplice installazione militare, Rota rappresenta una delle infrastrutture più sensibili della proiezione strategica statunitense nel Mediterraneo allargato. Il suo valore deriva anzitutto dalla posizione geografica: affacciata sulla baia di Cadice e prossima allo Stretto di Gibilterra, la base si colloca in uno spazio di cerniera tra Atlantico e Mediterraneo.

La sua centralità si misura soprattutto sul piano navale e missilistico. La base andalusa ospita i cacciatorpediniere Aegis schierati in avanti e inseriti nel sistema di difesa missilistica dell’Alleanza ed è per questo uno snodo essenziale della Sixth Fleet e della postura di deterrenza euroatlantica.

Negli ultimi anni questo ruolo si è ulteriormente rafforzato: nel 2024 è arrivato a Rota il quinto destroyer statunitense assegnato al dispositivo avanzato in Europa, a conferma del crescente peso strategico della base.

A rendere il caso ancora più rilevante è però la natura giuridica e politica. Non è una enclave americana separata dal territorio ospitante. Al contrario, è una base di uso congiunto inserita nel quadro della cooperazione difensiva tra Madrid e Washington.

Questo elemento è decisivo, perché consente alla Spagna di rivendicare formalmente la piena sovranità sul territorio e di affermare che la cooperazione militare con gli Stati uniti non equivale a una disponibilità automatica delle installazioni per qualsiasi operazione.

Tale architettura giuridica che, nelle tensioni del 2026, ha permesso a Madrid di ribadire pubblicamente che Rota e Morón restano basi sotto sovranità spagnola e che il loro eventuale impiego deve rientrare nei limiti fissati dagli accordi bilaterali e dal diritto internazionale.

Morón

Se Rota incarna dunque il bastione navale della presenza americana in Spagna, Morón ne rappresenta il complemento aereo e logistico: ponte operativo verso Africa, Levante e Medio Oriente, attraverso cui la geografia andalusa continua a tradursi in potenza strategica.

Consiglio europeo sanchez linea spagnolaSituata nell’entroterra sivigliano, è uno spazio da cui gli Usa possono mantenere una presenza flessibile consolidando il proprio ruolo come piattaforma essenziale per il rifornimento, il transito di velivoli, il supporto logistico e il movimento di uomini e mezzi diretti verso teatri di crisi, specialmente africani. La lunghezza della pista e la possibilità di sostenere operazioni aeree complesse ne hanno fatto un nodo ricorrente per operazioni d’emergenza.

Giuridicamente, anche Morón, come Rota, essa rientra in un quadro di uso congiunto formalmente collocato sotto sovranità spagnola.

Accanto alla funzione geopolitica, ha prodotto anche effetti territoriali rilevanti. La base ha inciso sull’economia locale, alimentando aspettative di sviluppo e investimenti. De facto, il dibattito locale insiste sempre più spesso sulla necessità che il peso strategico della base si traduca in benefici tangibili per la comunità.

Le reazioni

Trump ha reagito con toni ostili alla scelta di Sánchez. Dopo il rifiuto spagnolo di autorizzare l’uso di Rota e Morón per operazioni legate agli attacchi contro l’Iran, il presidente statunitense ha definito la Spagna un alleato inaffidabile, minacciando di interrompere i rapporti commerciali, legando anche la polemica anche alla storica insufficienza della spesa militare spagnola rispetto agli obiettivi Nato.

Nei giorni successivi, dalla Casa Bianca è arrivata perfino la versione secondo cui Madrid avrebbe poi accettato di cooperare, ma il Governo spagnolo ha smentito con decisione, ribadendo che le basi restano sotto sovranità spagnola e non possono essere impiegate al di fuori degli accordi bilaterali e del diritto internazionale.

Il nodo, alla fine, è tutto qui: capire se la Spagna voglia continuare a essere un territorio strategico per gli altri o diventare un attore strategico per sé stessa, sognando un’Unione, un giorno, a trazione iberica. Se Sánchez riuscirà a trasformare questa frizione in una linea di Governo, allora marzo 2026 sarà ricordato come il momento in cui Madrid ha provato a dare un nuovo significato al proprio posto nell’Occidente.

 

Alessandro Bonifazi

Foto © El Confidencial, AIVP, Military.com, Ramstein Air Base

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