A 250 anni dalla nascita degli Stati Uniti d’America la storia di Filippo Mazzei il toscano che ispirò con le sue idee la Dichiarazione di Indipendenza
La festa dell’Indipendenza americana – Independent Day – commemora l’adozione della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, quando le tredici colonie si distaccarono dal Regno di Gran Bretagna, governato all’epoca da Giorgio III. Era il 4 luglio del 1776 quando, dopo l’approvazione della risoluzione di indipendenza dal Regno Unito, proposta da Richard Lee, il Congresso delle colonie rivolse la sua attenzione alla Dichiarazione di indipendenza, un documento che spiegava ai cittadini questa decisione.
L’autore principale fu Thomas Jefferson. Proprio in quel giorno fu mostrata pubblicamente. Nel 2026 ricorrono i 250 anni da quella memorabile seduta. Nella Dichiarazione di Indipendenza molti non sanno che la frase “tutti gli uomini sono creati uguali” fu ripresa da Jefferson dalle idee di un suo amico e patriota della rivoluzione americana, che combatté per essa: il toscano Filippo Mazzei.
Chi era, “l’ortolano”
Per comprendere la sua figura dobbiamo considerare il periodo storico in cui visse. Siamo nel XVIII secolo: la Toscana è di diritto e di fatto un feudo del Granduca Francesco Stefano di Lorena, che aveva ricevuto l’investitura dalla corte di Vienna il 24 gennaio 1737. L’arrivo del nuovo dinasta portò una serie di riforme per modernizzare lo Stato: il primo censimento della popolazione nel 1745, l’applicazione di alcune tasse anche al clero (che ne era esente), la legge sulla stampa nel 1745, l’abolizione formale dei feudi nel 1749 e la legge sulla nobiltà del 1750, che privava i nobili di alcuni privilegi.
Filippo Mazzei nacque il 25 dicembre 1730 a Poggio a Caiano, in provincia di Firenze, ed è, in Italia, tra i meno conosciuti partecipanti alla Rivoluzione americana, pur essendone stato uno dei più attivi artefici. La sua fu una vita lunga: visse 86 anni e morì a Pisa nel 1816. Fu medico, mercante, agricoltore, diplomatico e viaggiatore in Francia, a Londra, in Polonia e nelle Americhe.
La figura di questo eclettico personaggio è messa particolarmente in luce da due autori: Francesco Fulcini, originario di Parma e docente di economia internazionale, e Giovanni Colognese, di Verona, cultore di microstorie, nel loro interessante libro “Il nuovo mondo di Filippo Mazzei” (QuiEdit). In questo volume si racconta la sua storia, i personaggi che Mazzei incontrò nel suo peregrinare da una sponda all’altra dell’oceano: il Granduca di Lorena, il Sultano di Smirne, l’alta borghesia londinese, l’amicizia con Benjamin Franklin, con George Washington, James Monroe e soprattutto con il suo mentore Thomas Jefferson, vicino di casa in Virginia e suo socio d’affari, con cui rimase in contatto epistolare fino alla morte.
L’incontro con il Granduca e le prime esperienze
Mazzei conobbe il Granduca di Toscana durante una partita di calcio storico fiorentino in costume, che Francesco Stefano di Lorena aveva ripristinato. Una tradizione antica di cui pochi conoscono le regole: la gara consiste nel buttare oltre la rete avversaria una palla di stracci. Non ci sono regole e, pur di vincere, i giocatori possono usare sia i piedi sia le mani. Durante una partita, una nobildonna si accasciò sulla tribuna dove si trovava il Granduca, colpita in pieno petto dalla palla. Al grido del “ciambellano” che chiedeva aiuto a un medico, Filippo Mazzei, che studiava medicina, si fece avanti tra la folla. Soccorse la donna, portandola fuori in braccio, e la fece rinvenire.
Il Granduca conobbe così il giovane Mazzei, proprietario di un vasto appezzamento di terreno coltivato a Chianti e olivi, non lontano dalla sua villa estiva. Il monarca si ricordò di lui quando seppe che Mazzei era a Londra e aveva conosciuto Benjamin Franklin, noto costruttore di stufe. Ordinò di fargliene avere alcune per le sue residenze. Mazzei si imbarcò a Londra con il materiale e sbarcò poi in Toscana, con grande piacere del Granduca, che lo ricompensò adeguatamente.
La parentesi italiana fu breve: Mazzei ritornò precipitosamente a Londra a seguito di una denuncia al tribunale dell’Inquisizione per aver importato in Italia “libri proibiti“. Era il periodo dell’Illuminismo e le idee di libertà religiosa, tollerate a Londra, erano ancora tabù nella Penisola.
Dai viaggi alla Virginia rivoluzionaria
Nel libro si racconta che, quale apprendista medico, Mazzei si imbarcò a Genova e raggiunse Smirne con un medico ebreo, un certo Salinas, che lo aveva invitato a fargli da assistente. Qui Mazzei ebbe modo di salvare la figlia del Sultano, operata di ernia come aveva visto fare in Occidente, mentre i medici di corte la credevano già morta.
Da Smirne, con un amico inglese, si trasferì a Londra, dove iniziò a commerciare prodotti italiani – prosciutti e vini toscani – divenendo punto di riferimento per l’alta borghesia inglese. Ebbe modo di conoscere Franklin e Thomas Adams, che a distanza di qualche anno sarebbero stati protagonisti della Rivoluzione americana.
Spinto da questi amici, nel 1773 Mazzei si trasferì in Virginia con un gruppo di agricoltori toscani. Acquistò una tenuta e fece amicizia con il vicino Thomas Jefferson, che gli cedette circa un chilometro quadrato della sua proprietà, chiamato “Colle” (da cui deriva Colle Val d’Elsa). Qui impiantò, nella colonia della Virginia, la prima vigna.
Il ruolo nella Rivoluzione americana
Il sodalizio con Jefferson continuò per oltre 40 anni. Da agricoltore, Mazzei entrò nella ribollente politica della Virginia: fu autore di articoli e libelli contro la dominazione inglese e lo stesso Jefferson ne rimase così influenzato da trasporre alcune sue frasi nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Volontario nella prima guerra di indipendenza americana, nel 1778 fu inviato in Europa per cercare prestiti e acquistare armi per la causa americana. Tra il 1779 e il 1784 avviò rapporti commerciali e politici tra gli Stati europei e la Virginia. Fu anche in contatto con il re di Polonia, di cui divenne per qualche anno consigliere, e successivamente ambasciatore a Parigi.
Gli ultimi anni e l’eredità
Rientrato in Toscana nel 1799, fu testimone dell’arrivo delle truppe francesi a Pisa e poi della loro cacciata. In Italia continuò i suoi studi di orticoltura. Mazzei rimase sempre nostalgico della Virginia e dei suoi amici americani, che più volte lo invitarono a tornare, ma, per la sua tarda età, non se la sentì di affrontare una nuova traversata.
Morì a Pisa il 19 marzo 1816 e un busto in marmo lo ricorda nell’atrio del Palazzo Comunale della città.
Giancarlo Cocco
Foto © Circolo Culturale Filippo Mazzei, Cathopedia, Amazon













