Addio a David Bowie, camaleontico genio del nostro tempo

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Il Duca Bianco muore proprio nel momento in cui la sua creatività sembra godere di una seconda giovinezza. Dettava le mode e rifuggiva la banalità

Il Duca Bianco se n’è andato con un ultimo magistrale colpo di teatro, come un prestigiatore il quale abbia voluto offrire al suo pubblico un numero estremo, memorabile. Mentre molti di noi tenevano ancora fra le mani la sua ultima fatica appena consegnata ai negozi di dischi, mentre l’eco delle ultime note partorite dalla sua mente geniale ancora fluttuavano nelle nostre menti, David Bowie ci ha lasciati, soli con uno sconforto immenso. E in questo caso non si tratta di quella retorica di seconda mano che si è soliti usare di fronte alla morte. Seguendo il pensiero di Oscar Wilde ha voluto trasformare l’intera sua esistenza in un’opera d’arte, ha voluto dirci che il confine fra verità e finzione è sottilissimo. In quest’ottica anche la morte diviene una grande messa in scena, un gesto plateale e assolutamente indimenticabile.

Bowie è stato davvero un genio della nostra epoca, un artista in grado di dettare le mode, mai uguale a se stesso. Rifuggiva la banalità come la peste, e il suo ultimo disco lo dimostra in pieno. Fra i primi a traghettare il concetto di arte totale, caro alla musica colta, in ambito pop. Chi scrive ricorda le fantasmagorie del Glass Spider Tour, quella singolare mescolanza fra teatro e musica criticata da molti, in parte anche a ragione, comunque simbolo di una inesausta volontà di sperimentazione.

1975_profile_ciggy_600w.jpgTutto nella sua vita appare perfettamente orchestrato, come indirizzato da una mano invisibile. Anche l’aspetto vagamente marziano, efebico e mutante, intensificato da un incidente occorsogli da bambino, in seguito al quale un occhio assunse una colorazione diversa e irreale. Bowie musicista, ma anche attore di film di successo, dedito alle arti figurative in questi ultimi anni durante i quali si è sottratto, suo malgrado, al palcoscenico.

Impossibile riepilogare le tappe di una carriera straordinaria. Bowie, come pochi altri (Frank Zappa ad esempio), ha saputo trascendere i ristretti confini del rock, aprendo orizzonti smisurati. Tutti gli sono debitori di qualcosa. Senza di lui il tempo presente non sarebbe lo stesso.

La follia e il successivo suicidio del fratellastro segneranno per sempre la sua vita. Forse da qui l’ossessiva frenesia sperimentale, la vertigine onnivora, la paura di perdere qualcosa nel colossale baraccone della Londra anni sessanta. Arabeschi psichedelici segnano i suoi esordi. Con The man who sold the world inizia la sua inarrestabile ascesa. L’assoluta originalità della title track, il suo andamento sinuoso e spiazzante, marca le linee di un’ispirazione del tutto peculiare. Il successivo Hunky Dory è il primo, grande capolavoro. Bowie gioca con gli stereotipi del rock reinventandoli, dando vita ad un disco accattivante e complesso al tempo stesso, illuminato da gemme assolute come la celeberrima Life on mars. Poi la magistrale invenzione di Ziggy Stardust, gli eccessi del glam-rock e il suo tramonto, celebrato in Aladdin Sane, le derive fantascientifiche di Diamond Dogs, i trasformismi urbani di Young Americans, e ancora l’ironia algida e autocelebrativa di Station to Station.

La fascinazione per il cabaret mitteleuropeo di inizio secolo e per le impervie prospettive del cinema espressionista sembrano dettare il vertice della trilogia berlinese. Il capolavoro è indubbiamente Low, straordinaria partitura sonora in grado di rivisitare certe atmosfere del kraut rock trasformandole in qualcosa di assolutamente inedito e moderno, ancora oggi profondamente attuale. Tutto muta nel grande crogiolo dell’alchimista Bowie, il folk si trasforma fino a divenire irriconoscibile, mentre suggestioni minimali e desolate percorrono interamente la seconda parte dell’album. A confronto il successivo Heroes è forse un gradino al di sotto, anche se ci consegna l’omonima title track che, secondo il modesto parere di chi scrive, è la canzone più bella della storia del rock.  Il successivo Lodger è l’anello più debole della trilogia, pur risultando comunque disco pregevole.

1974_usa_live_mask_600h.jpgScary Monsters è un grande album, con il quale si chiude il periodo migliore. Let’s dance spiazza la critica con le sue concessioni al commerciale, ma è ancora un prodotto più che dignitoso. Poi verranno tappe meno significative, gli anni della crisi creativa. Sorprende che Bowie, il quale era stato in grado di dettare le mode che avrebbero imperversato negli anni ottanta, si ritrovi all’improvviso a corto di idee, spiazzato in un ambiente che egli stesso aveva contribuito a creare. Se la crisi che affligge numerosi grandi artisti degli anni settanta, incapaci di adattarsi al mutamento, era facilmente prevedibile, più arduo è capire l’improvviso crollo del Duca. Forse resta egli stesso vittima di quel meccanismo i cui pericoli aveva comunque compreso con grande lucidità, quando era in grado di parodiare il divismo eccessivo sulle orme degli insegnamenti di Andy Warhol.

Bowie ritroverà a poco a poco la voglia di suonare e di stupire. Outside è un disco potente e ben costruito, il primo passo verso la rinascita. Anche Earthling,  benchè poco amato dalla critica, è un disco che attende una dovuta rivalutazione. Hours, Heathen e Reality dimostrano che Bowie, nonostante alcune cadute di tono, è ancora artista fecondo e in grado di lasciare il segno.

Problemi di cuore lo tengono lontano dalle scene. Chi scrive ricorda ancora la sua ultima apparizione romana allo stadio Olimpico, un set breve ma intensissimo. Il carisma di Bowie sul palco è immenso, la sua energia incontenibile. Pochi front men possono vantare il suo magnetismo, la sua capacità di catalizzare l’attenzione dello spettatore. Forse, con le dovute differenze, il solo Jagger poteva essergli alla pari.

Sorprendenti poi le prove dell’ultimo periodo. Bowie esce nel 2013 con un disco di grande livello, a dieci anni esatti dall’ultimo lavoro inciso in studio. The next day rimette definitivamente in moto il mito, mentre i fan si interrogano riguardo un possibile tour live. L’artista sopisce subito le attese, annunciando che non si esibirà dal vivo prima del nuovo, imminente lavoro. Si tratta di Blackstar, definitiva conferma della sua vena ritrovata. Il disco che tutti attendevamo con trepidazione, il medesimo che i fan di lunga data sono corsi ad acquistare nell’esatto momento della sua uscita.

Con quest’ultimo regalo al suo pubblico, Bowie è riuscito a trasformare anche la sua scomparsa in un’opera d’arte. Alla luce di tutto questo Blackstar risulta ancor più crepuscolare, struggente nella sua definitiva, immutabile bellezza. Come una stella sul punto di esplodere, l’estro del Duca Bianco ha brillato ancora una volta con formidabile luminosità, prima di spegnersi, per sparire nel buio insondabile dell’universo.

Riccardo Cenci

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Immagini: www.davidbowie.com

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Riccardo Cenci
Riccardo Cenci. Laureato in Lingue e letterature straniere moderne ed in Lettere presso l’Università La Sapienza. Giornalista pubblicista, ha iniziato come critico nel campo della musica classica, per estendere in seguito la propria attività all’intero ambito culturale. Ha collaborato con numerosi quotidiani, periodici, radio e siti web. All’intensa attività giornalistica ha affiancato quella di docente e di scrittore. Ha pubblicato vari libri (raccolte di racconti e romanzi). Attualmente lavora come Dirigente presso l’Enpam.

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