Lo scrittore ucraino aggiunge un ulteriore tassello alla sua esplorazione dell’universo ex sovietico
Un angelo scende sulla terra per trovare un uomo giusto e varcare insieme a lui i cancelli del Paradiso. In questo incipit fra il racconto fiabesco e la parabola morale c’è tutto il senso di Il vero controllore del popolo (Keller editore), ultima fatica dello scrittore ucraino di lingua russa Andrei Kurkov.
Il desiderio di trovare un uomo degno della beatitudine eterna spinge l’angelo ad abbandonare la propria dimensione immutabile per precipitare nel regno del transitorio e dell’incerto. Qui conoscerà i perigli dell’amore e del desiderio. Uno spunto che evoca tutta una serie di riferimenti letterari, figurativi e filmici, dagli angeli berlinesi di Wim Wenders a quelli nostalgici di Rainer Maria Rilke, sino alle figure alate di Paul Klee. Immagini che simboleggiano una condizione scevra dal peccato e dai vizi del raziocinio, vicina al mondo dei bambini e degli animali.
Non a caso un variegato bestiario anima l’intera narrativa di Kurkov. In questo libro il lettore incontra lo spassoso pappagallo parlante Kuz’ma, obbligato a recitare poesie patriottiche per l’educazione del popolo socialista. Giungerà ad esibirsi di fronte al Sognatore del Cremlino, fantomatico vecchietto dietro il quale si cela forse lo stesso Lenin, per nulla defunto ma ben nascosto nei sotterranei del palazzo, immerso in un incomprensibile paesaggio idilliaco tipicamente russo.
Un altro tassello aggiunto al variegato percorso narrativo proposto dal romanzo, dove alla storia dell’angelo si intrecciano numerose vicende altrettanto surreali, come quella di Dobrynin, il controllore del popolo del titolo, inviato nelle gelide terre del Nord per assolvere ad un compito che si rivela sempre più fumoso e oscuro, o come quella di Banov, direttore di una scuola che deve instillare l’ottimismo socialista nell’anima dei propri allievi.
La cornice storica, trasfigurata da una graffiante ironia e da un senso del grottesco e del fantastico che guarda a Gogol’ e a Bulgakov, è quella della Russia post rivoluzionaria, con tutte le sue contraddizioni e le sue idiosincrasie. Dobrynin giungerà a smascherare un traditore del comunismo, mentre Banov avrà il suo momento di gloria in un lancio con il paracadute, metafora delle grandi ambizioni dell’Unione Sovietica (già Andrej Platonov aveva donato al personaggio di Mosca Ivanovna Cestnova una passione sfrenata per il paracadutismo).
Non a caso il romanzo apre continuamente lo sguardo verso il cielo, inteso sia come elemento ultraterreno, sia come territorio di conquista per gli eroi del regime sovietico. Dal canto suo l’angelo guiderà una improbabile accolita di persone verso la terra promessa, verso quelle Nuove Palestine dove forse sarà possibile iniziare una vita migliore.
L’obiettivo di Kurkov è quello di svelare le origini della mentalità russa, quell’idea di comunità che schiaccia l’individuo, il quale non è nulla al di fuori di essa. E’ il Noi di Zamjatin, che così intitolava il suo libro più noto, l’idea di una coscienza collettiva indirizzata verso un utopico bene comune, di una libertà sacrificabile per un obiettivo “più alto”. Il protagonista di Noi si ammala quando sente crollare tutte le sue certezze, quando all’improvviso dentro di lui si forma l’anima. Allo stesso modo l’angelo di Kurkov deve lottare contro chi, alla luce di un convinto pragmatismo, nega decisamente la presenza dell’anima e di qualsiasi trascendenza.
Fra le pieghe della materia immaginaria si distingue dunque il profilo impervio della Russia, fra le nebbie della narrazione balenano come spettri le cause dell’attuale crisi che sta infiammando il Paese.
Riccardo Cenci













