Breccia di Porta Pia, ma fu vera gloria?

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Porta Pia

20 settembre 1870 si compiva la presa di Roma. Intervista al prof. Giovanni Turco

Breccia di Porta Pia, ma fu vera gloria?

Da centocinquant’anni, lo Stato italiano festeggia il 20 settembre del 1870 come il compimento del nostro Risorgimento e la fine del potere temporale dei Papi, considerato da sempre un ostacolo alla riunificazione dell’Italia.

Un’occupazione che le tolse la legittimità della sua sovranità, ma ciononostante la Chiesa sarà per ben sessant’anni, fino al primo concordato del 1929, la spina nel fianco di ogni Governo italiano.

Presa di Roma onorevole?

Una data, dunque, significativa perché nel bene come nel male, rimane lo spartiacque della nostra storia; peccato però, che questa unità, con la conclusiva presa di Roma, non fu sempre, al di là del mito, un esempio solamente di eroismo o di sacrifico. Ci furono anche atti di vigliaccheria, di degrado morale, di prevaricazione, di tradimenti, di oscure manovre internazionali, insieme a furti e a vendette personali.

Atti di cui non ne fu certo esente la conquista di Roma. Basta leggere La Nazione di Firenze di quei giorni e di come la descrive il suo cronista sul campo quella giornata campale.

Conquista tutt’altro che eroica

Al di là del famoso quadro di Michele Cammarano dei bersaglieri che entrano correndo attraversando la breccia di Porta Pia, diciamolo serenamente: fu una conquista tutt’altro che eroica specialmente da un punto di vista politico, senza per questo dimenticare coloro che in quel giorno morirono per difendere da visioni differenti la propria legittimità: 49 morti e 141 feriti nell’esercito italiano e 20 morti e 49 feriti nell’esercito pontificio.

A chiarire questo capitolo della nostra storia moderna e come abbia influito sulla vita della nuova Italia e soprattutto della Chiesa, abbiamo rivolto alcune domande al prof. Giovanni Turco*, il quale lo scorso anno ha curato per le Edizioni Terre e Identità il libro “Le due Rome questioni avvenimenti 150 anni dalla breccia di Porta Pia Roma Pio IX”.

  • Leggendo il suo libro sugli accadimenti di Porta Pia si comprende subito che essi non lasciano semplicemente il ricordo di una pagina di storia, ma costituiscono un evento che tutt’ora incide sulla nostra contemporaneità. Cosa insegna la data del 20 settembre del 1870?

«La conquista della Roma pontificia da parte delle truppe dell’esercito del Regno d’Italia ha un rilievo epocale, almeno per un triplice ordine di motivi».

«Anzitutto, perché pone fine, mediante un intervento esterno, a quello che precisamente (sotto il profilo storico-istituzionale) andrebbe denominato il Principato civile dei Papi. Questa compagine politica è durata più di mille anni: formalmente a partire dalla donazione di Sutri e Nepi da parte del re longobardo Liutprando (728) al papa Gregorio II, successivamente confermata e accresciuta sulla base della donazione di Quierzy (risalente a Pipino il Breve) da Carlo Magno (774), integrando il Patrimonium Sancti Petri. Di fatto, però, la sua esistenza risale oltre nel tempo, in quanto molte popolazioni di territori nominalmente bizantini si erano ancor prima già posti volontariamente sotto il Governo pontificio».

«In secondo luogo, l’importanza “di lunga durata” dell’avvenimento si palesa dalla considerazione secondo la quale col 1870 si attua il compimento istituzionale del processo risorgimentale, donde la nativa configurazione storico-politica dello Stato che ne deriva. Infine, e ancor più, quella data si presenta come decisiva per l’umanità intera, dal momento che il compito di Roma – dall’Antichità in avanti – ha inciso e incide ben oltre i confini della Penisola».

«Dopo la “breccia di Porta Pia”, la stessa missione universale di Roma ne è come surrogata dal ruolo di capitale del nuovo Stato (come notò Dostoevskij)».

«Essa si prospetta nella sua secolarizzazione modernizzatrice (come teorizzato da Mazzini). Come tale, la data del 20 settembre 1870 segna un momento storico dirimente rispetto al passato e una frattura originaria rispetto al futuro, proprio per questo incisa non semplicemente nella memoria ma nel presente che ne reca in sé l’impronta».

  • La Chiesa, dalla occupazione di Roma fino a S. Pio X, ha mantenuto e difeso la propria indipendenza, poi con il concordato del 1929 e soprattutto quello del 1984, sembra aver perso, negli anni, la sua autonomia, dal campo finanziario a quello scolastico fino ad arrivare, causa Covid, a farsi imporre tempi e modi per celebrare la Messa. Era questo il grande sogno dei rivoluzionari: “Arrivare a privare il Pontefice del potere temporale – diceva Giuseppe Mazzini – per poi pian piano togliergli anche quello spirituale”. Possiamo dire che la “presa di Roma” si è finalmente compiuta in favore dello Stato laico italiano?

«Indubbiamente la conquista di Roma costituisce una tappa verso il compimento dell’epoca della secolarizzazione (secondo la puntuale espressione delnociana), ovvero verso la rimozione di ogni residuo di trascendenza e di ogni normatività di principi sostanziali (nei più diversi campi, da quello personale a quello sociale)».

«Ciò ha relazione con la stessa questione della libertas Ecclesiae, cioè del riconoscimento del diritto della Chiesa a svolgere, conforme a se medesima, la propria missione. La questione rileva, specificamente, per lo Stato risorgimentale».

«Questo assume come proprie le normative anti ecclesiastiche già in vigore nel Regno di Sardegna».

«A partire dalle leggi Siccardi (1850) e da quelle Rattazzi (1855), poi estese a tutto il Regno d’Italia, vennero soppressi gli ordini religiosi e incamerati dallo Stato i loro beni (fino a negare loro qualsiasi capacità patrimoniale)».

«Insomma il nuovo Stato nasce sotto il segno di una laicizzazione originaria e costitutiva, nonché con la pretesa di un rigido controllo delle attività ecclesiastiche».

«Di fronte a ciò, il Concordato del 1929 cristallizza la situazione determinatasi con la formazione del nuovo Regno: la Chiesa (accantonando il principio di restituzione) riceve oltre a dichiarazioni tanto solenni quanto teoriche, poco più che un indennizzo pecuniario, e rende in cambio una sorta di legittimazione (di fatto) del nuovo Stato».

«Senza mutare, in definitiva, la sostanza del quadro istituzionale».

  • Lei afferma nel libro che lo Stato moderno non può accettare una Chiesa veramente autonoma, a meno che essa non si configuri con un ruolo operativo, diciamo di supplenza, insomma lo Stato fissa le norme e la Chiesa deve accettare. Possiamo affermare che il 20 settembre del 1870, la Chiesa poneva fine, dopo duemila anni, alla Societas Christiana, subordinandosi alla Stato italiano, e diveniva più che una realtà indipendente, una specie di ospite? Come può in questo contesto, la Chiesa, ritrovare la sua missione in una società sempre più laica?

«Lo Stato moderno – come è stato teorizzato a partire da Hobbes e da Rousseau, e come ha preso consistenza con l’impianto napoleonico – ha caratteristiche inconfondibili».

«Queste sono profondamente diverse da quelle della comunità politica nel suo significato classico. Mentre la comunità politica si sviluppa sulla premessa della naturale socialità e della trascendenza della giustizia, lo Stato moderno presuppone il principio di sovranità, ovvero sorge sulla premessa di un potere (ad esso immanente) inderivato e illimitato, e si edifica su basi convenzionali (fissate in costituzioni ed ordinamenti, ma in definitiva fissate dall’effettività)».

«Se si tiene conto di ciò, non si fatica ad intendere che in questo quadro la Chiesa può trovare posto solo nello Stato, alle condizioni stabilite dallo Stato (anche se eventualmente negoziate in modo pattizio)».

«Su queste premesse il problema della libertà della Chiesa non può non presentarsi urgentemente. Il magistero della Chiesa, in quanto tale, non ha smesso di rivendicare la libertà di esercizio del proprio compito».

«La nascita dellechiese nazionalie dellechiese patriottiche”, completamente subordinate ai voleri dello Stato, quasi sue emanazioni funzionali o burocratiche, non costituisce un’eccezione ma un esito sostanzialmente conforme alle premesse dello Stato moderno. Fin dalla “Costituzione civile del clero” (con gli esordi della Rivoluzione francese)».

«D’altra parte, più la gerarchia ecclesiastica si secolarizza (intellettualmente e moralmente) più essa finisce per identificarsi con i poteri terreni, e più fa proprio il soggettivismo religioso più smarrisce l’universalità della propria missione».

«Sotto entrambi i versanti rinuncia alla libertà richiesta dai doveri del mandato soprannaturale e si fa strumento di poteri inframondani».

  • Con un ampio approfondimento nel libro si affronta la questione dell’Opera dei Congressi che per anni si contrappose allo Stato italiano inteso come anticristiano e usurpatore della legittimità papale. Poi prevalse la corrente democristiana e cambiò obiettivo verso i temi sociali, non più difendendo la questione romana. È l’inizio del cambiamento della Chiesa?

«Nella seconda metà dell’Ottocento si sviluppa in Italia (e in genere nel cattolicesimo europeo) un’ampia fioritura di associazioni laicali, nate “dal basso”, ovvero da iniziative di singoli o di gruppi, organizzate sia sulla base di finalità apostoliche o caritative, sia per categorie sociali o professionali».

«Di fronte alle conseguenze morali e sociali della laicizzazione e all’ostilità dello Stato, i cattolici si associano come tali, con finalità di mutua assistenza, di apostolato religioso e intellettuale, di difesa dei diritti della Chiesa».

«La loro azione viene accompagnata dallo sviluppo di una stampa periodica molto diffusa».

«L’“Opera dei Congressi cattolici in Italia” (attiva tra 1874 e 1904) coordinò l’azione di associazioni laicali preesistenti, e organizzò Congressi periodici di rilievo nazionale (nei quali venivano poste a tema le questioni culturali e sociali più rilevanti), giungendo a promuovere la fondazione di casse rurali, di società di mutuo soccorso e di cooperative».

«Era organizzata in comitati regionali, diocesani e parrocchiali, con una presidenza centrale. Alla fine dell’Ottocento, l’Opera raggiunse un notevole rilievo».

«Agli inizi del Novecento si palesò la netta divergenza tra la corrente fedele all’insegnamento della Chiesa (particolarmente di Leone XIII) e la corrente democraticocristiana capeggiata da don Romolo Murri. Prendendo atto del prevalere di quest’ultima e della profondità della spaccatura, san Pio X stabilì lo scioglimento dell’Opera».

«Si delineava un problema decisivo per il cattolicesimo del XX secolo fino ai nostri giorni».

«La teorizzazione e la diffusione del modernismo, con l’assunzione del soggettivismo e dell’agnosticismo come base per una “rilettura” della fede, conduceva alla sua sostanziale evacuazione. Tema centrale che divide verticalmente la cultura e l’azione dei cattolici tuttora».

  • Professor Turco, lei ricostruisce attentamente le tesi che affermano la piena legittimità del Papa nel rivendicare l’indipendenza dello Stato Pontificio, e che considerano la sua occupazione come un’invasione giuridicamente inaccettabile, dato anche il fatto che non ci fu alcuna ribellione interna, se non di alcune frange del tutto esigue e spesso evidentemente eterodirette. Cosa controbatte a chi l’accusa di essere antistorico e di non capire l’importanza per il nascente Stato italiano di avere Roma come capitale?

«Lo studioso, come chiunque desideri conoscere autenticamente gli avvenimenti del passato, deve accostarsi a questi senza pregiudizi».

«Proprio per intenderli in se stessi, occorre che non solo abbandoni ogni preferenza pregiudiziale, ma sia scevro dell’attitudine storicistica secondo la quale ciò che segue (cronologicamente) è un effetto necessitato di ciò che precede».

«Così distinguendo, serenamente, tra fisionomia geografica e compagini politiche, tra progetti ideologici e bene comune, anche gli eventi di portata dirimente possono essere restituiti a stessi. La storia è il campo della libertà».

«Non è paragonabile ad un fiume che inevitabilmente scorre dalla sorgente verso la foce, ma semmai alla condizione di chi si trova al bivio nell’atto di decidere quale sentiero imboccare. In essa, costanti e variabili si intrecciano, come sempre nella vita. Il suo studio esige libertà intellettuale, senza cui non trova sbocco l’esigenza della verità».

 

Antonello Cannarozzo

Foto © Il Mediano, La Civiltà Cattolica, RomaH24, Amici di Lazzaro, Vatican News, Aci stampa,

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*Giovanni Turco è ricercatore confermato di Filosofia politica presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università degli Studi di Udine, dove è professore aggregato di Filosofia del diritto pubblico, Teoria dei diritti umani, ed Etica e deontologia professionale.

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