Leggende e bugie hanno segnato l’inquisizione contro lo scienziato pisano, ma che, con il senno di poi, diceva cose del tutto veritiere
Il processo a Galilei è rimasto nella memoria storica il simbolo della Chiesa oscurantista chiusa nelle sue certezze di fede in piena Controriforma.
Ma è proprio così la storia, oppure va riscritta, analizzandola bene negli avvenimenti?
Tra i grandi meriti dell’uomo di scienza, va certamente menzionata la concezione della ricerca scientifica e della meccanica fondata su dimostrazioni matematiche oggettive. Inoltre, porta il merito di altre intuizioni di fondamentale importanza per la scienza, e fu, come uomo del suo tempo, anche un letterato e amante della musica. Insomma un intellettuale a tutto tondo.
Ma Galilei è certamente conosciuto per la sua teoria eliocentrica di origine copernicana. Ma anche, per i due famosi processi che lo videro al centro di un dibattito scientifico e religioso che coinvolse il mondo culturale dell’epoca e i cui riflessi sono ancora vivi tra noi.
Le origini
Come si è arrivati a ben due processi nei confronti dello scienziato più famoso dell’epoca?
Bisogna risalire a quando, grazie al perfezionamento del cannocchiale, inventato però in Olanda, il nostro scienziato pisano poté osservare per la prima volta la superficie della Luna, definire le fasi e le rivoluzioni delle Stelle e dei Pianeti. Ma a lui si deve anche la scoperta dei famosi anelli di Saturno e dove si faceva strada il teorema copernicano.
L’entusiasmo fu grande nel mondo accademico, specialmente nella Chiesa dove ebbe addirittura come estimatore, oltre a tanti alti prelati, lo stesso Papa Urbano VIII. Il quale riconobbe in lui “la grandezza dello scienziato” omaggiandolo con laute rendite e benefici per i suoi studi, altro dunque che oscurantismo.
A questo punto della storia qualche lettore potrà domandarsi: visto l’entusiasmo della Chiesa per le teorie copernicane, come diventa poi un’acerrima nemica di Galilei, sostenendo a spada tratta la tesi tolemaica?
È presto detto. Lo scienziato, oltre a studiare le materie scientifiche, si cimentò anche nella teologia parallelamente ai suoi studi, tanto da affermare che bisognava leggere la Bibbia in maniera da non contraddire l’idea copernicana.
Il tassello mancante
All’epoca, però, quella di Galilei, come già ribadito, era solo un’ipotesi e non una realtà scientifica. Ciò nonostante, per lo scienziato era il Credo cattolico che doveva riformarsi alle sue idee e non viceversa.
Un vero cambiamento epocale per la Chiesa, con tutto ciò che sarebbe potuto derivare, sia per la sua struttura ecclesiastica e sia per la sua dottrina.
Ricordiamo che solo qualche decennio prima c’era stata la Riforma luterana con il dramma di fede e politico che questo aveva comportato per la stabilità politica e religiosa dell’Europa.
Probabilmente, senza queste pretese teologiche, il caso Galilei non sarebbe mai sorto e, forse, le sue tesi avrebbero avuto il giusto riconoscimento molto prima.
Così il primo processo a Galilei, da parte del Sant’Uffizio fu centrato proprio sulle tesi teologiche, e non, come erroneamente si afferma, sull’ipotesi copernicana.
Al di là di fandonie su pretese torture o carcere, lo scienziato pisano alla fine venne solo ammonito verbalmente, con l’invito a non insegnare questa enunciazione fino a quando non ci sarebbero stati documenti certi che la potessero provare definitivamente.
Il libro
Galilei, nonostante tutto, continuò a scrivere, insegnare e guadagnare molto. Ma, tralasciando con ostinazione le correzioni avute nel primo processo, in breve tempo, incorse in un secondo. Quello che passerà alla storia come una sconfitta culturale di una Chiesa oscurantista e conservatrice.
L’occasione scaturì dal libro ”Dialogo sui massimi sistemi”, in cui Galilei affrontava con grande maestria dialettica i suoi studi e le sue conclusioni.
Il testo, fu un grande successo tanto da ottenne addirittura l’imprimatur del Papa Urbano VIII. Il quale, nonostante le precedenti critiche, rimase sempre suo grande estimatore come scienziato. Tant’è che pur dando il suo assenso alla stampa, invitò l’autore a togliere alcune brevi parti che potevano dar adito a equivoci e eresie.
Galilei, invece di ringraziare il Papa che gli dava questa opportunità, accettò ovviamente l’imprimatur, ma non i suoi consigli, come risulterà al processo, anzi ribatté con ironia i rilievi pontifici.
La ritrattazione estorta
Si arrivò alla conclusione del processo con la sentenza di colpevolezza della tesi galileiana ribadendo le più sicure, almeno per l’epoca, teorie di Tolomeo. E, con il senno di poi, venne scritto tra l’altro che: “il Sole sia centro del Mondo e immobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura”.
Solo duecento anni dopo, nella prima metà del XIX secolo con l’esperimento del famoso pendolo dello scienziato francese Jean Bernard Leon Foucault nel 1851, si definì in materia incontrovertibile la tesi copernicana.
Dunque, per quasi duecento anni era rimasta solo un’ipotesi anche per gli scienziati del tempo e non solo per la Chiesa. Quando si parla del processo a Galilei, forse bisognerebbe ricordare anche questo.
Antonello Cannarozzo
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