Le armi spuntate nel contrasto a quella che è la più antica lotta dell’Italia. Ma in realtà, la stiamo combattendo sul serio?
Si può affermare, senza timore di essere smentiti, che le modalità con cui oggi si attua la lotta alle mafie non siano contraddistinte da quella contrapposizione di “organizzazione a organizzazione” di cui parlava l’amato Giovanni Falcone. Miriade di banche dati che spezzettano le informazioni e che ciascuna forza di polizia tende gelosamente a custodire per poter apparire prima degli altri sui giornali a seguito di operazioni diffuse con squilli di tromba.
Posti vacanti… forse non a caso
La sensazione infatti è che un fronte compatto e solido, pronto a contrapporsi alle infiltrazioni delle mafie nei fondi del Pnrr, proprio non ci sia. Ciò si intensifica quando si pensa che, a distanza di più di un mese dal pensionamento del Dott. Cafiero De Raho, ancora non è stato nemmeno nominato il nuovo Procuratore della direzione nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
Fino ad oggi si è ritenuto più efficace un contrasto basato esclusivamente su un’azione investigativa. Ovvero delle indagini affidate alla Polizia Giudiziaria, che, però, va ad agire su attività criminali evidentemente già in atto. Quindi, basa l’azione su situazioni già talmente critiche da dover essere oggetto di arresti, sequestri, confische. Dunque una (re)azione postuma. Sulla quale, però, si costruiscono carriere brillanti, perché quanto più invasiva e dirompente, tanto più declamata sulle prime pagine dei giornali.
Ma se si vuole puntare al contrasto efficace, come per ogni malattia, si devono intensificare le attività di prevenzione per ridurre il rischio di infiltrazioni alla base. A maggior ragione se si vuole puntare sulla “semplificazione” e incisività delle azioni.
Qualcuno ricorda cos’è la prevenzione?
Ora, se è vero che le strategie di contrasto al crimine spettano alle alte sfere dei ministeri, e che vogliamo dare per scontato che molto e bene si sta lavorando dietro le quinte, nonostante ciò non pare inopportuno lamentare una certa carenza di accountability e trasparenza dell’azione dello Stato contro il fenomeno mafioso. E si pensa qui in particolare a uno strumento di prevenzione, quale quello delle interdittive antimafia e delle iscrizioni negli elenchi cosiddetti delle “white list”, nei quali dovrebbero essere inserite le ditte “pulite” in relazione ad alcune tipologie di attività da svolgersi con la pubblica amministrazione.
I dati presenti in tali liste, oltre ad essere utilizzati dagli addetti ai lavori in fase di gare di appalto, rappresentano uno strumento di libero accesso anche per i cittadini e le associazioni. Queste dovrebbero consentire loro di avere la certezza di estraneità dalle mafie di un’azienda del territorio, che magari sta compiendo lavori in un cantiere vicino alla propria abitazione o che si occupa della raccolta dei rifiuti del proprio comune.
Ma scorrendo tali elenchi, ci si rende conto di numerose situazioni spesso non aggiornate. Per esempio richieste di inserimento ferme agli anni passati, aggiornamenti mai avvenuti da anni. Società che compaiono nelle liste con iscrizioni mai aggiornate, risalenti ad anni indietro, che sembrano “parcheggiate” in una sorta di limbo che, più che dare garanzia del loro candore, paiono allargare i contorni di quella “zona grigia” che caratterizza ormai il progredire delle mafie anche fuori dai territori di origine.
Povero Pnrr
Un brivido scende infatti lungo la schiena quando ci si rende conto che la normativa prevede che il solo essere menzionati in tali liste è già di per sé un tana libera tutti per accedere alle gare di appalto.
E oggi, alle porte di un Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che prevede un fiume di fondi molto consistente, questi ritardi da bradipi negli inserimenti nelle “liste bianche”, che denotano incertezza sull’attualità delle verifiche e sulla effettiva incisività di tale strumento per l’accesso agli appalti, non dovrebbero far dormire sonni tranquilli agli italiani.
Possiamo solo sperare che i quasi 70 miliardi stanziati nel Pnrr con gli obiettivi di “migliorare la sostenibilità e la resilienza del sistema economico” e di assicurare una transizione ambientale “equa e inclusiva”, non diventino l’ennesima golosa occasione per le mafie di attingere alla mangiatoia pubblica.
Esmeralda Magi
Foto © Ilblogdellestelle, Reggiocontrolemafie, Agenziacoesionegov













