Del generale, patriota, condottiero, scrittore, marinaio e politico si sa tutto ma forse non si conoscono vicende della sua vita movimentata
Con il saggio “Giuseppe Garibaldi. Le ferite del corpo e dell’anima” dello storico maceratese Pietro Pistelli e un suo contributo dal titolo “Dante e Garibaldi: due giganti italiani” si completa una ricerca storiografica, ben 16 titoli dedicati all’eroe dei due mondi.
Nel corso dello scontro sull’Aspromonte (29 agosto 1862), Giuseppe Garibaldi riportò due ferite da colpi di fucile. La prima superficiale alla coscia sinistra, l’altra più grave, al collo del piede destro. Per Garibaldi è l’inizio di un calvario che durò oltre un anno. E questo è anche l’incipit dello studio di Pistelli che si snoda in tanti brevi capitoli che possono essere letti singolarmente. Ma l’autore non si sofferma solo sulle ferite fisiche ma anche su quelle morali. Infatti, il grande condottiero ne dovette subire molte da Cavour a causa della cessione della sua patria natia, Nizza, alla Francia.
Poi l’ultima ferita, la non osservanza del testamento di essere bruciato su una pira, come un eroe omerico. E qui nasce e muore il rapporto amichevole, ma non troppo, con Mazzini. Garibaldi è un mazziniano, ma anche un condottiero idealista, che ama le battaglie, le vittorie e le sconfitte. Accetta i principi della Giovine Italia, ma si sente soffocato da quel progetto fallito del rivoluzionario romantico Giuseppe Mazzini, anzi la Giovine Italia aveva bisogno di un cadavere, l’eroe dei due Mondi, sul quale poggiare la sua rinascita. I due insieme per principi ideali del Risorgimento, ma entrambi vittime di uno scontro con la cultura dell’Italia meridionale.
La Giovine Italia non fiori nel sud e soprattutto nel ceto dei più poveri. Una sorta di rivoluzione fallita anni dopo da Antonio Gramsci con la sua Questione meridionale, dove venne meno il progetto di rinnovamento politico e sociale da parte dei contadini. E ugualmente “l’obbedisco” di Garibaldi segnò la fine della sua marcia su Roma e della conquista del meridione sempre più legato all’ancoraggio del Regno delle due Sicilie.
Interpretazione di Arrigo Petacco e Marco Ferrari su Garibaldi
In un saggio dal titolo “Ho sparato a Garibaldi“, Petacco e Ferrari, evidenziano la figura di un bersagliere garibaldino, Luigi Ferrari, ligure di nascita, che fu l’unico eroe del Risorgimento italiano a non poter andare fiero del suo gesto, seppur decisivo per la nascita dell’Unita d’Italia. Ferrari aveva avuto l’ordine di uccidere Garibaldi ma lo colpì a una gamba e salvò il Risorgimento. Ebbe una medaglia d’oro con una motivazione che sarà la sua rovina: adempì il suo compito amaro di comunque fermare il generale Garibaldi in marcia verso Roma.
Garibaldi uomo ateo ma con un senso religioso
Di Garibaldi si sa tutto ma forse non si conoscono vicende esistenziali della sua vita movimentata. Fu un grande donnaiolo, ma amò solo Anita, che cerco di salvare dalle paludi ravennati. Aderì alla massoneria, che allora aveva come tante associazioni e corporazioni, per esempio le società operaie di mutuo soccorso, fini di solidarietà e da questo punto si allontano dai principi carbonari di Mazzini. Fu un non credente, ma le sue gesta ebbero seguiti nell’adesione fra i sacerdoti. Il saggio di Pistelli “I preti di Garibaldi”, evidenzia come nei suoi valori morali vi era anche una spinta spirituale.
Dante e Garibaldi
Dante può essere definito il precursore dell’Unita d’Italia. Mazzini, per il suo insegnamento, e Garibaldi non possono fare a meno di lui. Gli studi giovanili di Garibaldi furono imperniati da studi sul sommo poeta, soprattutto sul significato politico della Divina commedia. Al teatro Goldoni di Firenze il 3 novembre 1848, Garibaldi citando e pensando a Dante, affermò: «La Toscana ha rappresentato e rappresenta il centro di uno dei principali elementi della nostra nazionalità, la lingua, la prima delle lingue, creata in Toscana e qui ingentilita e alla base della nazionalità italiana». Un Garibaldi che accettava la distinzione del potere temporale da quello spirituale dantesco. Lui generale e profondo conoscitore della Divina Commedia, che visse da povero e esule come Dante.
Paolo Montanari
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