Le necessità dell’educazione della prole ha determinato le prime strutture familiari negli insediamenti primitivi
La vita familiare nella specie homo sapiens è organizzata intorno al bisogno delle cure parentali. I bambini che nascono non sanno provvedere a sé stessi per un lungo periodo di tempo. Hanno, non solo bisogno di essere nutriti e protetti, ma anche di acquisire le capacità indispensabili per sopravvivere nella società. Questo ha determinato la necessità di una struttura di tipo familiare.
Insufficienza fisica e culturale
I bambini sono assolutamente incapaci di procacciarsi il cibo per due ordini di motivi. Il primo riguarda la struttura fisica. Per fabbricare e usare gli strumenti necessari è indispensabile una coordinazione manuale che loro impiegano anni a sviluppare. Non sono in grado, ad esempio, di affilare un’ascia di pietra o di costruire una canoa scavando un tronco. Il secondo motivo è culturale. Più di altri animali, noi dipendiamo dall’intelligenza per procurarci il cibo, poiché abbiamo una dieta molto più varia e tecniche di raccolta più complicate.
Per i bambini ci vogliono anni per acquisire tutte queste informazioni e l’esperienza
necessaria per essere cacciatori–raccoglitori efficienti, proprio come oggi impiegano anni per diventare agricoltori, programmatori o ingegneri. Per lungo tempo, dopo lo svezzamento, quando smettono di nutrirsi di latte materno e iniziano a mangiare cibi solidi, sono troppo ignoranti e impotenti per procurarsi il cibo da soli e quindi dipendono per intero dai genitori.
Anche negli altri mammiferi evoluti si hanno lunghe cure parentali
Come molti altri caratteri distintivi degli esseri umani, queste esigenze della prole sono presenti anche in altre specie. Fra i leoni, per esempio, i piccoli devono essere addestrati alla caccia dai genitori. Anche gli scimpanzé, come noi, hanno una dieta varia e usano un certo numero di tecniche per procurarsi il cibo. I genitori aiutano i propri piccoli a farlo e gli scimpanzé comuni fanno anche un qualche uso di utensili. Nel caso degli esseri umani, però, le capacità necessarie per sopravvivere, e il peso delle cure parentali, sono molto maggiori rispetto ai due casi di animali.
Per il sapiens il carico di lavoro è tale che anche il padre deve partecipare alle cure parentali.
Tra gli oranghi, i padri non fanno nulla per la prole, mentre tra i gorilla, gli scimpanzé e i gibboni, offrono un po’ di protezione. Nelle tribù di cacciatori-raccoglitori umani, fanno ancora di più, offrendo ai figli una parte del cibo necessario e molti insegnamenti. Le nostre complesse abitudini di raccolta del cibo richiedono un sistema sociale in cui un maschio abbia una relazione a lungo termine con una femmina, in modo da aiutarla ad allevare la prole. In caso contrario, i figli avrebbero una probabilità minore di sopravvivere e il padre una probabilità minore di trasmettere i suoi geni.
L’importanza evolutiva della certezza della paternità
Dal punto di vista dell’evoluzione, è meglio che un maschio umano sia abbastanza certo della sua paternità, altrimenti le sue cure parentali potrebbero contribuire alla trasmissione dei geni di qualche altro uomo. La certezza non sarebbe un problema se gli esseri umani, come i gibboni, fossero distribuiti sul territorio in coppie separate, e quindi ogni femmina avesse rare occasioni di incontrare maschi diversi dal proprio partner. Le attività di caccia e di raccolta spesso richiedono la collaborazione di gruppo tra gli uomini, tra le donne o tra gli uni e le altre. Il gruppo inoltre offre protezione da predatori e nemici, in particolare da altri esseri umani. Questo ha determinato il sorgere dei primi aggregati sociali.
Le prime strutture poligamiche
La struttura del clan dei cacciatori-raccoglitori può essere considerata come l’embrione del concetto attuale di famiglia. In essa la maggior parte degli uomini ha una partner, ma alcuni ne hanno molte.
La struttura può quindi essere definita come mista o moderatamente poligamica. Per avere il nostro attuale concetto di famiglia come cellula monogamica, ma che nello stesso tempo fa parte della società, dobbiamo aspettare l’avvento dell’agricoltura diversi millenni dopo. Nel frattempo, il maschio del sapiens assume il tipico atteggiamento comportamentale e anche la conformazione fisica di maschio di un harem.
In una specie monogama ogni maschio ha l’opportunità di procurarsi una femmina, mentre in una specie in cui la poligamia è accentuata, molti devono fare a meno di una compagna, poiché alcuni maschi dominanti riescono a riunire tutte le femmine nei loro harem. Quanto più grande è, tanto più dura è la competizione e tanto più importante è essere corpulenti, poiché di solito è il più massiccio a uscire vittorioso da un combattimento. Noi esseri umani, con i maschi leggermente più grossi delle femmine e la nostra moderata poligamia, ci conformiamo a questo modello.
Il prevalere dell’intelligenza e della collaborazione sociale
A un certo punto dell’evoluzione umana, però, l’intelligenza e la personalità dei maschi finirono di contare più della loro taglia. Gli uomini grandi e grossi non tendono ad avere più mogli di quelli minuti. Tutte queste spiegazioni riflettono una caratteristica fondamentale dell’organizzazione sociale umana: un uomo e una donna che desiderano la sopravvivenza della loro prole e dei loro geni devono cooperare per un lungo periodo per allevarla e, allo stesso tempo, devono collaborare economicamente con molte altre coppie vicine. Questi legami sono una specie di cemento sociale, non solo un meccanismo di fecondazione. E questo è, in ultima analisi, il fondamento del concetto di famiglia che ci deriva dalla storia evolutiva dei sapiens.
Nicola Sparvieri
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