Cesare in Egitto: meditare sul potere

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A Innsbruck la prima esecuzione moderna dell’opera di Geminiano Giacomelli voluta da Ottavio Dantone

Si prova sempre una certa emozione nell’ascoltare musica mai eseguita in epoca moderna, note obliate e ora riportate alla luce da Ottavio Dantone, nuovo direttore musicale delle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik. Un’emozione che richiama quella dell’archeologo in presenza di un antico manufatto, con la differenza che l’opera sulla scena appare viva e attuale come mai.

“Cesare in Egitto” di Geminiano Giacomelli

Al di fuori dell’ambito specialistico, pochi conoscono Geminiano Giacomelli, nato il 28 marzo 1692 a Colorno, una piccola cittadina sotto il dominio dei duchi di Parma. Un autore negletto, che all’epoca seppe guadagnarsi stima e incarichi prestigiosi presso illustri committenti. Lavorò a Vienna, centro della musica europea, a Graz e a Loreto, dove morì nel gennaio del 1740. Secondo il direttore musicale del festival, il Giulio Cesare in Egitto appare fra gli esiti più significativi della sua esperienza operistica, in verità poco conosciuta e difficilmente valutabile nella sua interezza. Titolo riproposto in edizione critica, rimaneggiata ampiamente dallo stesso Dantone in occasione dell’esecuzione tirolese.

L’opera

L’opera, creata per Milano nel 1735 e successivamente rivista per il Teatro di S. Giovanni Grisostomo a Venezia, appare interessante, in particolare nella cura estrema dedicata a ogni singolo personaggio. Non abbiamo dunque figure minori, alle quali affidare una singola aria dalla scrittura frettolosa. Tutti hanno il giusto rilievo, e questo è un elemento da tenere ben presente. La versione ascoltata a Innsbruck è appunto quella rimaneggiata per le recite lagunari. Il libretto porta la firma di Domenico Lalli, affiancato da un giovanissimo Goldoni.

L’impero romano e il potere

Recentemente abbiamo avuto occasione di parlare dei risvolti politici nella scrittura mozartiana nella messa in scena salisburghese della Clemenza di Tito. Anche in questo caso la figura di un imperatore romano apre il sipario su una meditazione riguardo il potere. Pur senza andare in profondità come nello spettacolo visto nella città natale di Mozart, l’allestimento del Cesare ci porta a incontrare un protagonista complesso, autorevole ma anche capace di ripiegamenti amorosi. Intorno uno stuolo di personaggi che si temono, si amano e si minacciano. L’opera ci porta dunque in un passato burrascoso strettamente collegato al presente.

L’allestimento

Leo Muscato pensa a una scena unica girevole, con muri sbrecciati e geroglifici, sulla quale i personaggi si inseguono, si cercano, si perdono e si ritrovano. Il tutto sovrastato da cinque grandi statue di guerrieri che assistono impassibili all’azione. Il gioco, alla lunga risulta un poco monotono. Non basta impugnare armi moderne per dare ritmo e varietà alla narrazione, per creare una vera drammaturgia. Peccato anche per i costumi di Giovanna Fiorentini, piuttosto brutti, in particolare per quanto riguarda Cesare e i suoi.

Le cose vanno meglio dal punto di vista musicale. Ottavio Dantone dirige con accuratezza, fluidità e varietà coloristica. Fra i cantanti eccelle Margherita Maria Sala, una Cornelia di gran temperamento e dalla dizione perfetta. Un gradino al di sotto, ma comunque brave, Arianna Venditelli (Cesare) e Emöke Barath (Cleopatra). Apprezzabili anche i due controtenori Filippo Mineccia (Achilla) e Federico Florio (Lepido). Discreto infine il Tolomeo di Valerio Contaldo, agile ma dalla voce poco attraente.

Dalla prima apparizione di Dantone in terra tirolese ci saremmo attesi qualcosa di più. In particolare il tema del potere avrebbe potuto trovare più convincente e significativa messa in scena. Il confronto sopra proposto con l’ambito salisburghese insegna. Il pubblico non ha comunque mancato di tributare grandi applausi allo spettacolo e agli interpreti.

 

Oksana Tumanova

Foto © Birgit Gufler

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