La scrittrice bulgara racconta la dura vita di uomini e greggi sulla catena del Pirin, in una natura selvaggia e non antropizzata, con il rischio di essere attaccati da lupi e orsi
Con “Anima” la scrittrice di lingua inglese ma di origini bulgare Kapka Kassabova ci porta di nuovo in viaggio nei Balcani. Dopo “Il lago” ed “Elisir“, tutti pubblicati in italiano da Crocetti, “Anima” ci conduce sul massiccio del Pirin, nella Bulgaria sud–occidentale. La formula utilizzata dalla scrittrice è simile: un saggio che ha il sapore di un reportage, che racconta quanto l’autrice ha visto e sperimentato di persona sul posto. Ma rispetto ad altra narrativa di viaggio qui la differenza la fanno le radici di Kapka, che è nata a Sofia nel 1973 e ha vissuto in Nuova Zelanda e attualmente abita nelle Highlands scozzesi.
Un viaggio di ritorno
Tornare nella Macedonia del nord, da cui è originaria parte della famiglia, oppure in Bulgaria è per lei una sorta di nostos, di viaggio di ritorno, per ricomporre il mosaico della sua identità. Anche quando i frammenti appartengono a mondi che non sono da tempo i suoi – e non lo sono mai stati – per Kassabova (nella foto a destra) c’è una sorta di familiarità e di vicinanza emotiva con la terra balcanica e le persone che la abitano.
In “Anima” come nei libri precedenti, il suo è al contempo uno sguardo da cacciatrice di storie e da antropologa, ma anche da figlia di quest’angolo d’Europa che tutto sommato conosciamo poco.
Sulla catena del Pirin
La catena del Pirin, la cui vetta più alta è il Vihren (2914 metri, nella foto a sinistra), è lo scenario in cui sopravvivono i pastori karakachan (in greco, sarakatsani), gli ultimi pastori nomadi d’Europa. La loro storia si intreccia con quella dell’Impero Ottomano.
Una volta fra Grecia, Macedonia del nord e Bulgaria non esistevano confini. I pastori nomadi con le loro greggi di pecore e capre erano in continuo movimento, potevano svernare nelle loro tende nell’attuale Turchia o in Grecia e trasferirsi d’estate sui Balcani a caccia di alpeggi per i loro animali. La transumanza è un fenomeno noto anche sulle Alpi e negli Appennini. Mentre i nostri pastori hanno un villaggio d’origine cui fare rientro, i karakachan erano in continuo movimento.
Il dramma della collettivizzazione
Con l’inizio del Novecento e la creazione delle frontiere, la libertà di movimento è finita. Come racconta Kassabova, alcuni pastori si sono trovati in Bulgaria. Poi, con la Seconda Guerra Mondiale e la Cortina di Ferro le antiche piste della transumanza si sono chiuse per sempre. Non solo i pastori, ma qualsiasi cittadino bulgaro non poteva espatriare. Ma la catastrofe giunge con la collettivizzazione.
È il governo comunista a imporla: gli animali sono stati requisiti e uccisi, e per lo stile di vita e la cultura dei karakachan è stata la fine. Molti si sono sedentarizzati andando a vivere nei paesi e perdendo ogni legame con le proprie radici.
Pecore di montagna
“Anima” racconta dei pochi pastori di Orelek che ancora possiedono delle greggi. Karakachan è il termine con cui si designano non solo le persone, ma anche i loro cani pastore – una razza selezionata nei secoli, aggressiva ma molto abile nel lavoro di difesa da lupi e orsi – e le pecore stesse (nella foto a sinistra). Queste ultime, riconosciute anche come presidio Slow Food, sono di piccola taglia.
Hanno il muso nero e nascono col pelo scuro, che si schiarisce man mano che crescono. Sono pecore di montagna, grandi arrampicatrici, capaci di salire su prati impervi per sfruttare al meglio quanto la natura avara dei Balcani può offrire. Per completare il quadro, esistono anche cavalli karakachan.
Isolata sugli alpeggi
Con il coraggio di un’esploratrice e con grande empatia verso questo mondo pastorale, marginale e molto maschile, Kapka Kassabova riesce a farsi accettare. Trascorre l’estate in isolamento sugli alpeggi dell’Acqua Nera, in capanni senza elettricità e acqua corrente, dove trovare il campo con il cellulare, oppure anche solo ricaricarlo, è un vero miraggio.
Giorni e settimane lunghissimi in balia delle forze della natura e dei selvatici, a stretto contatto con le pecore e i cani karakachan, e il pastore Sašo. “Anima” non è una descrizione asettica, bensì il racconto di una condivisione, che vibra di emozioni e di umanità. E mentre il lettore familiarizza con le figure di Marina, Kamen, Sašo, Stamen, Vasko e la loro quotidianità sofferta e i loro cuori induriti dalle difficoltà della sopravvivenza, Kassabova introduce qualche digressione sulla storia, la cultura, la zoologia, utili a comprendere questo mondo così sconosciuto e lontano da noi.
Sintonia fra uomini e animali
“Anima” ci riporta alla vita primordiale, ai cicli della natura, al profumo dei pini e al vento che spira su montagne selvatiche e senza tempo. I pastori karakachan con le loro pecore e i loro cani sono l’ultimo legame con un’esistenza in cui il respiro dell’uomo e quello dell’animale sono ancora in sintonia. Kassabova non vuole però trasmetterci una visione idilliaca. Quella del pastore è una vita di penitenza e di sacrificio che al giorno d’oggi nessuno vuole più fare ed è destinata a scomparire.
Maria Tatsos
“Anima. Una pastorale selvaggia” di Kapka Kassabova. Crocetti Editore, pp.442, 22 euro
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