“Il lago” di Kapka Kassabova: viaggio nella tormentata Macedonia del Nord

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Tre laghi, una Regione di confine divisa fra tre Stati, antichi odi e contrapposizioni che stentano a scomparire. L’autrice raccoglie storie e racconta la Storia per capire che cosa ancora oggi divide le persone

Il 12 giugno 2018 uno storico accordo firmato alla presenza dei primi ministri Alexis Tsipras e Zoran Zaev poneva fine a un’ultraventennale disputa fra la Grecia e l’ex repubblica jugoslava di Macedonia (nota per anni con l’acronimo Fyrom) sul nome di quest’ultima. Da allora lo Stato con capitale Skopje, nato sulle ceneri della dissoluzione della Federazione jugoslava, è diventato la Macedonia del Nord. Il trattato era stato firmato in un paesino greco in riva al lago Prespa, uno specchio d’acqua diviso fra Grecia, Macedonia del Nord e Albania, decisamente fuori dai circuiti turistici, regalando un po’ di notorietà a quest’angolo di Europa decisamente marginale.

Ritorno alle radici

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La chiesa di San Giovanni sul lago di Ohrid.

Il libro “Il lago. Ritorno nei Balcani in pace e in guerra” di Kapka Kassabova ci conduce proprio in questa Regione, alla scoperta delle terre affacciate sui tre specchi d’acqua che la caratterizzano: il lago Prespa con il vicino lago Piccolo di Prespa e il lago di Ohrid, suddiviso fra Macedonia del Nord e Albania. È un reportage di viaggio, ma è al contempo un’esplorazione di uno scenario umano, storico e culturale. L’autrice è legata a questa terra, anche se è nata a Sofia, è cresciuta in Nuova Zelanda e oggi risiede in Scozia. La sua famiglia proviene in parte da questa Regione di laghi. Il viaggio che ci racconta è intriso di ricordi d’infanzia e di storie familiari. Il ritorno alle radici è anche un’opportunità per guardare dentro se stessa e per esorcizzare i demoni che spesso affliggono le famiglie, trasmessi di generazione in generazione.

Melting pot di etnie

Come spesso accade, i drammi dei singoli sono legati agli sconvolgimenti della Storia, di cui si trovano a essere involontari protagonisti. Da queste parti si sono alternati quattro imperi – quello di Alessandro Magno, poi Roma, Bisanzio e i sultani di Istanbul – creando un melting pot di etnie che per secoli ha funzionato relativamente bene. Ma poi è arrivato l’Ottocento con lo tsunami dei nazionalismi e l’esigenza di tracciare frontiere definite.

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Il lago di Ohrid com il Monte Galičica sullo sfondo.

Quasi ovunque in Europa i confini nazionali hanno finito per coincidere con quelli etnici, ma non nella Macedonia geografica, oggi divisa fra tre Stati (Grecia, Macedonia del Nord e Bulgaria). Il perché è presto detto: in questa terra hanno convissuto greci, slavi macedoni e bulgari, albanesi, musulmani (turchi e non), ebrei sefarditi e altre minoranze. Alcuni accordi internazionali hanno tentato di eliminare la presenza delle minoranze con uno scambio di popolazioni, col fine di creare stati etnicamente più omogenei. È andata così fra Grecia e Turchia (1922) e fra Grecia e Bulgaria (1920). Qualcuno è emigrato, tanti però sono rimasti.

Le crudeltà della Storia

Leggendo le storie raccolte da Kassabova scopriamo che ci sono albanesi finiti nell’attuale Macedonia del Nord, ma anche macedoni slavi (specifico “slavi” perché macedoni sono anche i greci della Regione Macedonia ellenica) diventati cittadini albanesi oppure greci. La bellezza dei paesaggi descritti in “Il lago. Ritorno nei Balcani in pace e in guerra” da Kassabova si scontra con le crudeltà della Storia, che hanno segnato i popoli di questa Regione. Guerre balcaniche, cambi repentini di regime, fascismi, guerre civili e fratricide come quella avvenuta in Grecia, la dittatura comunista di Enver Hoxha in Albania, la Guerra Fredda…

Da secoli, il sentimento prevalente fra le persone è la paura. Il terrore di perdere i propri figli, che affonda le radici in epoca ottomana, quando il sultano esigeva la “tassa di sangue”, ossia l’allontanamento forzato di bambini cristiani dalle loro famiglie per destinarli all’esercito dell’impero. Kassabova tocca con maestria questi temi, attraverso i ricordi e le testimonianze delle persone che incontra. E anche quando i turchi non c’erano più, all’inizio del Novecento si storpiavano i bambini per evitare che finissero sottoterra combattendo in una delle tante guerre che si susseguivano senza fine.

I conti col passato

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Il lago di Prespa, diviso fra Grecia, Albania e Macedonia del Nord.

Queste terre oggi faticosamente cercano la propria strada, anche grazie al turismo. C’è il desiderio di un futuro migliore che non sia solo fatto di emigrazione, come è accaduto a tante famiglie macedoni del Nord e albanesi, ma anche greche. Il passato non è facile da cancellare. Un aneddoto raccolto da Kassabova la dice lunga: quando la bisnonna di Nick, macedone del Nord e amico dell’autrice, era morta ad Adelaide, in Australia, dove la famiglia era emigrata, non c’era un prete ortodosso macedone per officiare il rito dei quaranta giorni, fondamentale nel cristianesimo orientale. Si erano rivolti a un prete ortodosso greco – stessa confessione – che si era rifiutato. L’odio atavico è così radicato da non sciogliersi neppure davanti alla morte.

Trovare la via per la riconciliazione

Come auspica Kapka Kassabova nel libro “Il lago. Ritorno nei Balcani in pace e in guerra”, la riconciliazione richiede gentilezza e comprensione, riconoscimento reciproco dell’altro. La presenza di minoranze è ineluttabile in un territorio dalla storia così complicata. Occorre ritornare a tendersi la mano. Come si è tentato di fare a Prespa nel 2018. Sperando che gli accordi politici non restino chiusi in un cassetto nei rispettivi ministeri, ma si concretizzino in scambi e conoscenza fra le persone, che è il miglior modo per voltare pagina.

 

Maria Tatsos

Foto © Albinfo CC BY-SA 2.5 Wikipedia, Apcbg Wikipedia, Fation Plaku CC BY-SA 4.0 Wikipedia, Crocetti Editore

“Il Lago. Ritorno nei Balcani in pace e in guerra” di Kapka Kassabova. Crocetti Editore, 2022, 20 euro

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Maria Tatsos
Giornalista professionista, è laureata in Scienze Politiche e diplomata in Lingua e Cultura Giapponese presso l'IsiAO di Milano. Attualmente lavora come freelance per vari periodici femminili, collabora con il Museo Popoli e Culture del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e con il Centro di Cultura Italia-Asia. Tiene corsi di scrittura autobiografica ed è autrice di alcuni libri, che spaziano dai diritti dei consumatori alle religioni asiatiche. È autrice del romanzo storico "La ragazza del Mar Nero" sulla tragedia dei greci del Ponto (2016) e di "Mai più schiavi" (2018), un saggio su Biram Dah Abeid e sulla schiavitù in Mauritania, entrambi editi da Paoline. Nel tempo libero coltiva fiori e colleziona storie di giardini, giardinieri e cacciatori di piante che racconta nel corso "Giardini e dintorni".

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