Cacciari interpreta Van Gogh tra arte e verità

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Massimo Cacciari Van Gogh

Una lectio tra filosofia, spiritualità e pittura che racconta l’artista olandese come viandante alla ricerca dell’eterno nel quotidiano

La lectio magistralis di Massimo Cacciari al teatro cinema Astra di Misano Adriatico, per il ciclo di incontri “Ritratti d’autore“, ha avuto come titolo: “Van Gogh. Per un autoritratto“. Il rapporto fra filosofia, psicoanalisi e arte ha sempre appassionato studiosi come Massimo Cacciari e Massimo Recalcati.

Van Gogh, per l’ex sindaco di Venezia, è quasi sempre assimilato alle tendenze fondamentali dell’arte contemporanea, ma in realtà è un’assoluta eccezione. Una lezione di filosofia dell’arte, tenuta da Cacciari, che ha voluto essere una interpretazione originale ed evocativa dell’opera e della figura del grande pittore olandese, ripercorrendo le parole emblematiche e il linguaggio di uno degli artisti più amati della storia dell’arte.

Per Massimo CacciariVincent van Gogh è uno straniero in terra che vedeva le cose come se fossero eterne. Van Gogh artista folle? Van Gogh artista rigoroso, un geometra dell’ineffabile? Per lui in Van Gogh non vi è un anelito alla disperazione umana, ma un richiamo salvifico, in una realtà umana, ambientale e spirituale tormentata dall’inquietudine, dalla pace, dal dolore, dalla gioia, dalla fragilità che caratterizzano come tasselli di un mosaico la sua arte.

Riferimenti letterari

Nel 1983 Massimo Cacciari scrisse un suo testo su Van Gogh e ora lo ha riaggiornato, corredandolo d’un corposo apparato iconografico. Ma l’essenza dello scritto, che riprende Massimo Cacciari Van Goghuna delle tematiche più care alla filosofia dell’arte di Cacciari, rimane, e sembra quasi sussurrarci che Vincent van Gogh sia un artista del tutto inventato. E l’esempio di questa affermazione, che rende Vincent a noi più caro e attuale, è un racconto del 1875, che Van Gogh scrisse e inviò ad alcuni scrittori, ma soprattutto al suo amato fratello Theo, molti anni prima che diventasse un pittore. Era un racconto di un uomo costretto a lasciare il suo Paese, a trascinare la sua esistenza lontano da casa, e tornato infine davanti al suo mare quand’era in fin di vita, perché non concepiva l’idea di morire senza aver rivisto il suo Paese, “uno straniero sulla terra” ma anche “uno dei veri cittadini“.

E qui non solo vi è un riferimento letterario, pensiamo al pesarese Ercole Morselli, che ritorna ormai malato sulle sponde dell’Adriatico, ma anche all’immagine biblica del Salmo 119. Cacciari fa anche riferimento alla poesia di Georg Trakl. Lo straniero sulla terra è l’ebreo errante, destinato a una ricerca febbrile, infiammata, a seguire una voce che non c’è.

La presenza/assenza del divino in Van Gogh è evidente, ma in lui è forte il richiamo alla verità. «Ogni cosa, in Vincent, è un viandante diretto da qualche parte, destinato non sa dove», afferma Cacciari. I colori dei suoi quadri sono segni matematici, che circolano impazziti dalla tavolozza alla tela.

Elaborazione frenetica

Van Gogh è un artista selvaggio, che ha come assomiglianza l’emiliano Ligabue. Entrambi impulsivi ma sinceri. Ma per Massimo Cacciari, Van Gogh è un calcolatore preso da un’aritmetica tenebrosa, un calcolatore ch’è mosso da un desiderio incondizionato di conoscenza fin dall’inizio, prima del momento della prima cognizione del dolore, che avrà pagine iconiche nel lessico letterario originale di Gadda.

In Van Gogh la sintesi che porta a questa via dolorosa coincide con la luce della lampada dei Mangiatori di patate. Ed è lo stesso Van Gogh che scrive al fratello Theo il 30 aprile del 1885, “che la gente capisse che queste persone, che mangiano le loro patate alla luce della loro piccola lampada, hanno coltivato la terra con le mani che mettono nel piatto, e quindi si parla di lavoro manuale e di come si siano onestamente guadagnate il cibo”.

Dunque I mangiatori di patate sono un manifesto politico, frutto di una elaborazione frenetica durata cinque anni e che già Van Gogh aveva ideato dietro alla lettura della Storia della rivoluzione francese di Jules Michelet. Van Gogh si identifica con il contadino e la terra nera, la notte con gli inquietanti corvi. Un dipinto in cui Van Gogh cerca un frammento d’eternità, e in questa ricerca vuole farsi un grumo, un coagulo di colori terrosi che odorano di zolle arate.

Van Gogh l’artista alla ricerca della verità

Vincent fin dai primi momenti in cui il suo lapis ha toccato un foglio di carta, ha avvertito una profonda esigenza di verità. Una verità guidata in parte dalla Fede e in parte dalla Ragione. Ascetico mistico da un lato, rigoroso matematico dall’altro, consapevole che l’opera d’arte è una riproduzione, che pur essendo fedele, è sempre una costruzione.

Il calcolo potrebbe essere “una forma di resistenza necessaria“, anche se ovviamente più simile a un tremito che a un progetto ingegneristico, per trasmettere un messaggio di pace, e di contadini testimoni silenziosi e di martiri, in una visione mistica dello stesso Van Gogh.

Cacciari accosta Van Gogh a Spinoza, rifiuta l’idea che il pittore sia malato o un posseduto, e lo vede come un viandante, non teso alla conservazione del proprio essere, quanto alla ricerca dell’eternità nel quotidiano. E proprio in questa incessante ricerca dell’eternità si può trovare la follia di Van Gogh.

Il girasole non è un fiore dentro un vaso, ma “un grido d’angoscia“, come scrive Van Gogh alla sorella nel febbraio 1890. “Un girasole è seme, linfa, acqua, vita che cerca la sua luce, mantenendo la sua identità”.

Tutta la pittura di Van Gogh è una ricerca di contatto diretto con la violenza del reale. Van Gogh cercava d’esprimere l’insostenibile verità degli oggetti entusiasmadosi per i loro colori. In Van Gogh il dolore è più ontologico che fisico, psichiatrico, un dolore condiviso con ogni essere sulla terra che soffre nel suo sforzo d’esistere.

 

Paolo Montanari

Foto © MAXXI, AD Italia, Il Bo Live – Unipd

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