“Anche i Papi comunicano”, un libro sull’evoluzione dei media vaticani

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I rapporti tra la Santa Sede e il mondo del giornalismo svelati nel libro della giovane cronista Veronica Giacometti, già stagista di Radio Vaticana

23 Settembre 2019 | di | Libri - Religione

Presentato a Roma in una location d’eccezione, quale la terrazza della sede del quotidiano on.line Aci Stampa, a due passi e con vista del Cupolone di San Pietro, il libro di Veronica Giacometti “Anche i Papi Comunicano” (edizioni Tau). All’evento sono intervenuti Alessandro Gisotti, vicedirettore editoriale del Dicastero della Comunicazione Vaticana, Gianfranco Svidercoschi decano dei vaticanisti e scrittore, Alan Holdren Vatican Bureau Chief dell’emittente americana EWTN e Angela Ambrogetti direttore di Aci Stampa.

Nel suo interessante volumetto, Veronica tratteggia  i rapporti tra la Santa Sede e il mondo del giornalismo, i grandi eventi ecclesiali come il Concilio Vaticano II iniziato nel 1962 sotto il pontificato di Giovanni XXIII e terminato nel 1965 con Papa Paolo VI. Racconta lo storico vaticanista Svidercoschi nel suo intervento: «l’origine della comunicazione vaticana inizia proprio con il Concilio Vaticano II, in quanto la Santa Sede dovette attrezzare, nell’ottobre del 1962, una vera e propria sala stampa – fuori le mura Vaticane – per gli oltre 1.200 giornalisti provenienti da tutto il mondo che si erano accreditati e trasformare, potenziandolo, quello che allora era lo “sportello di notizie vaticane” sistemato in una stanza della redazione de L’Osservatore Romano, situato oltre l’ingresso di Sant’Anna».

Sempre secondo Svidercoschi «molti vescovi non accettarono bene questa apertura al mondo dei media. Vi furono oppositori all’interno del Vaticano nella logica che alcune discussioni dovevano rimanere segrete. Finito il Concilio – prosegue il giornalista – Paolo VI, chiamò il monsignore Angelo Fausto Vallainc, che dirigeva il servizio notizie, e gli ingiunse di non muoversi da quei locali di Via della Conciliazione e gli disse: «resista a tutti gli assalti». Per alcuni mesi il monsignore rimase lì a guardia dei locali che alcuni dicasteri avrebbero voluto assegnati ad altri scopi, per cancellare quella informazione libera e trasparente che rappresentava».

Lo storico giornalista ha poi ricordato i suoi esordi nella stanza adibita da L’Osservatore Romano a servizio stampa. «Vi entrai qualche giorno prima della morte di Pio XII, inviato dal direttore dell’Ansa (Sergio Lepri che compie in questi giorni 100 anni, ndr). Vi era un solo dipendente dell’Osservatore Romano un certo Casimirri, responsabile della saletta frequentata da due giornalisti, Giulio Bartoloni e un altro, qualche corrispondente straniero e due cabine telefoniche. Gli assidui erano pochi. Il Concilio – ricorda sempre il vaticanista – cominciò di sera e la Piazza San Pietro era gremita di pellegrini e di romani. Papa Giovanni XXIII lo convinsero a pronunciare il famoso “discorso alla Luna” lacrime, luna, chiesa, parole che da secoli la Chiesa non diceva più. Si cominciava a usare il linguaggio della gente, non riservato a pochi eletti, ma rivolto a tutto il mondo una Chiesa che si apriva all’esterno, si raccontava e si metteva in discussione. Questo fu l’inizio del Concilio».

Nel 1970 i giornalisti accreditati in Sala stampa Vaticana erano 200, in occasione del Giubileo 2000 se ne contarono ben 8.650. Con le aperture ai media da Pio XII a Giovanni XXIII e Paolo VI la percentuale degli articoli dei maggiori quotidiani italiani, con servizi riguardanti il Vaticano, salirono dal 21 al 39,8% del totale. Ci dice il libro della Giacometti che i giornalisti attualmente accreditati sono per il 70% europei, il 19 per cento nordamericani. Al primo posto gli italiani (42%) seguono i tedeschi (8%) gli spagnoli (7%) quindi la Francia, la Polonia, il Giappone e il Messico con il 5%. L’84% si definisce cattolico. Svidercoschi ricorda che quando la direzione della Sala stampa fu assegnata al Pontificio Consiglio, Padre Panciroli, segretario di questo dicastero che ne assunse la direzione, ogni volta che i giornalisti chiedevano notizie su avvenimenti rispondeva sempre  “no comment”.

Negli anni del pontificato di Giovanni Paolo II il Direttore Navarro Vals, che veniva dalla Stampa estera e  apparteneva all’Opus Dei si adattò subito a come dare notizie sulla Santa Sede. Sono anni di grandi documenti pontifici. È sul pontificato del Papa polacco che Svidercoschi ci ha raccontato un episodio che molti non conoscono. «Nel 1984 si era alla vigilia del viaggio del Papa in America Latina e in Sala stampa si sparse la notizia che il giornalista di Repubblica a seguito di articoli critici sui viaggi papali, non era stato ammesso sull’aereo del Papa. Io telefonai a tutti per farlo riammettere perché la libertà di stampa non fosse cancellata dalla Santa Sede. Era stato commesso da qualcuno un errore perché l’aereo era dell’Alitalia e non della Santa Sede, e noi al seguito pagavamo di più perché una parte dei nostri soldi coprivano le spese del seguito papale. Uno dei figli del giornalista, intervistato la sera stessa, se ne uscì: «Ma come, il Papa perdona chi gli spara (Alì Agka, ndr) e non lo fa per uno che scrive sui suoi viaggi?». Il giorno dopo – prosegue Svidercoschi – i giornali uscirono con il titolo «Il papa caccia dall’aereo i giornalisti», ma Giovanni Paolo II non ne sapeva nulla, perché quella mattina era in udienza generale e non aveva letto i giornali. Qualcuno aveva preso questa decisione a sua insaputa».

Il vicedirettore editoriale del Dicastero per la comunicazione Alessandro Gisotti, nel suo intervento ha sottolineato il valore del libro: «I Papi comunicano prima di tutto con la loro presenza. Il Papa esiste e governa come successore di Pietro, è lui stesso il messaggio, per questo non si possono applicare categorie politiche a questa comunicazione». Gisotti ha anche citato il Cardinale Koenig che a suo tempo disse a proposito della “irruzione della stampa” nella Santa Sede: mentre prima si facevano i conti con Principi e Re ora bisogna fare i conti con i giornalisti, con domande scomode e non semplici». Gisotti ha poi affrontato il delicato problema dei preti pedofili e ha detto: «tutte le volte che possiamo rispondiamo questo è stato sempre il nostro motto – e ha proseguito – quanto più le domande sono scomode tanto più devono essere degne di essere ascoltate, è una fatica ma ci aiuta a crescere anche nella preparazione della notizia che dobbiamo dare».

Veronica Giacometti prendendo la parola ha spiegato: «questo libro è anche uno strumento di lavoro. Ci sono informazioni basilari, per esempio cosa è un bollettino, come è strutturata la Sala Stampa, cosa è un cabasario, un libro che racconta i viaggi apostolici del Papa e informazioni logistiche. L’informazione vaticana sta cambiando e riscoprire la storia significa correggerci guardando al passato».

Infine Angela Ambrogetti, mitica direttrice di ACI Stampa ha ricordato che: «conoscere la Chiesa significa studiarla. La notizia da quando viene data, si è passati dalle 24 ore dei tempi di Navarro Vals ai 24 minuti di oggi» e ha aggiunto: «i giornalisti, disse Giovanni Paolo II, hanno un compito sacro; di essere eccellenti cristiani per essere eccellenti giornalisti».

 

Giancarlo Cocco

Foto © Giancarlo Cocco (in quella di apertura, da sinistra, Ambrogetti, SvidercoscbiVIDERCOSCHI GISOTTI

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