Rai, e se si cambiasse? Un modello è la Bbc

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Il segreto del canale pubblico radiotelevisivo nel Regno Unito è quello di non aver mai fatto entrare la politica all’interno delle scelte aziendali

3 Agosto 2019 | di | Televisione

I principali problemi non ancora risolti di carattere strutturale, limitano la potenzialità tecnico-produttiva dell’azienda Rai, producendo effetti indesiderati tanto sul conto economico quanto sulla produzione radiotelevisiva. La Rai dispone di un ampio organico escludendo tra questi i collaboratori artistici e i consulenti di vario genere. Nel corso degli anni, la Rai è stata sottoposta a un notevole processo di razionalizzazione, svecchiamento ed efficienza della propria forza lavoro. Tuttavia, se si considera l’effetto dirompente delle recenti politiche di outsourcing che hanno limitato moltissimo il perimetro di attività di competenza delle strutture del Gruppo Rai, congiuntamente al forte incremento di collaboratori esterni, si deduce che il rapporto tra lavoratori e attività gestite è significativamente aumentato.

In questo ragionamento è trascurabile l’incremento dell’offerta Rai in quanto gestita da società costituite, quasi sempre, da semplici spin-off di strutture aziendali già operanti in precedenza. Al contrario, la creazione di una costellazione societaria – derivante dai criteri strategici dei primi anni 2000 – non ha fatto altro che portare all’aumento delle risorse necessarie a gestire le singole spa (si faccia riferimento, ad esempio, ai consigli di amministrazione piuttosto che alle funzioni di staff). La principale motivazione dell’incremento complessivo di risorse (in aggiunta alle palesi logiche clientelari che hanno informato, da sempre si spera solo per il passato, i processi di reclutamento) risiede nella consapevolezza che ogni manager Rai (sia esso dedicato a responsabilità editoriali/produttive piuttosto che a funzioni di supporto) ha assunto nel corso degli ultimi anni: è molto più facile ed efficiente gestire (si legga “ottenere risultati da”) un collaboratore esterno piuttosto che un dipendente a tempo indeterminato.

L’ovvia motivazione del “ricatto” lavorativo (si conceda di chiamarlo così) verso un lavoratore al quale deve essere periodicamente rinnovato un contratto con la totale certezza dell’inamovibilità di un lavoratore a tempo indeterminato è sufficiente a spiegare questo tipo di fenomeno. L’estremizzazione di questo concetto è la sempre più frequente politica di outsourcing che altro non è che un ulteriore livello di ricorso a manodopera esterna molto più “maneggevole” delle omologhe risorse interne. Se tale criticità ha effetti sulla parte medio/bassa della forza lavoro, si possono facilmente ipotizzare gli effetti sul management, e in particolare sul top management. Infatti, anche volendo trascurare la fascia altissima di dirigenti è banale diventare consapevoli dell’effetto di un mancato controllo del vertice sulla classe dirigente e delle conseguenze sulla capacità dell’azienda di definire (ma soprattutto di mantenere) i seppur minimi indirizzi strategici.

Quanto scritto può essere riassunto con una sola espressione: mancanza di governance in alcuni livelli aziendali. Questa criticità è il vero problema che rende la Rai molto spesso ingovernabile ed è causa delle principali critiche che sono quotidianamente rivolte al management del Gruppo. Se, da un lato, lo stesso problema può affliggere in parte altre aziende (tanto private che pubbliche), in Rai è evidente che questo fattore coinvolge tutti i livelli dell’organigramma. Risulta anche inutile ragionare sulle motivazioni storiche che hanno portato a questo stato, l’attuale motivazione sulla quale si basa questo sistema di mancata governance è l’assoluta consapevolezza d’impunibilità (a fronte delle proprie prestazioni) che ogni dipendente (direttore od operaio che sia) ha assunto nel corso del tempo; a fronte di tale consapevolezza, si affianca una parallela certezza di una quasi totale assenza di politica premiante che, al contrario, differenzi coloro che offrono prestazioni  all’altezza della loro retribuzione.

La soluzione ovviamente non è immediata e tantomeno semplice. Tuttavia, il protrarsi di questo problema rende pressoché sterile qualunque tentativo di agire sulla leva organizzativa, ossia di definire un organigramma funzionale (divisionale, centralizzato o di qualunque conformazione ipotizzabile) che, in ogni modo, sarà reso completamente inefficiente e inefficace dalle persone che vi operano internamente. Uno dei settori più penalizzati da questa logica è, senza dubbio, quello creativo. In queste aree (principalmente le Reti televisive) il mancato controllo centrale si concretizza nella quasi continua violazione dei tentativi di coordinamento del palinsesto (di responsabilità, per l’appunto, di una direzione che dovrebbe essere super partes alle Reti e ai loro interessi peculiari) e dei budget di spesa assegnati. Il derivante disinteresse per il contenimento dei costi e la corrispondente impunità dei responsabili porta a un ulteriore effetto perverso: l’esternalizzazione dell’ideazione dei programmi a favore di produttori esterni che, ideatori e realizzatori di format per quasi tutte le televisioni europee, garantiscono risorse molto competenti e una sorta di “polizza di assicurazione” contro eventuali fallimenti dei programmi.

In realtà, tale condizione d’ingovernabilità ha di solito contraddistinto la storia della Rai. A prescindere, infatti, da oscillazioni di governance derivanti da fattori di stabilità politica, il comportamento dei responsabili delle strutture di core business (ossia Reti e Testate) si è sempre contraddistinto per una pressoché totale indifferenza verso le linee guida impartite dal vertice aziendale, considerato quasi come un ostacolo rispetto all’unico obiettivo del raggiungimento del massimo risultato di share possibile. Ciò che connota il periodo attuale è la difficile congiuntura economica che potrebbe rivelarsi strutturale; in altre parole, il crash degli introiti potrebbe portare a conseguenze molto pesanti che potrebbero impattare sulla stessa esistenza dell’azienda. Se, infatti, si considera che, mentre in Rai si continua a discutere sulle attribuzioni dei poteri, la pubblicità sarà progressivamente erosa dall’ampliamento dell’offerta satellitare (che scardinerà progressivamente la falsa proiezione statistica dei dati Auditel, portando gli investitori pubblicitari a dirottare i loro investimenti dalla tv generalista, tanto Rai quanto Mediaset, alla tv tematica satellitare), si può facilmente ipotizzare un trend di progressivo impoverimento delle risorse che potrebbe portare al collasso del sistema. In conclusione, la definizione di strumenti che supportino il vertice aziendale nel recupero del controllo della tecnostruttura costituisce il primario obiettivo rispetto a qualunque operazione tanto di modifica organizzativa quanto d’inserimento di nuove risorse, tanto umane quanto economiche.

Ma un problema su tutti conta particolarmente per la televisione pubblica, il ruolo della politica onnipresente nell’azienda Rai. Che riguarda ogni aspetto, dalle nomine ai vertici al lavoro di ogni singola persona nelle sedi sparse sul territorio nazionale. E allora perché non cambiare radicalmente? Il modello rimane quello anglosassone, con la politica che si ferma a debita distanza. Realizzare anche in minima parte ciò che la Bbc svolge da anni, senza “interferenze” di alcun tipo, risolverebbe buona parte dei problemi. Ma la vera domanda è: gli italiani, in fondo in fondo, li vogliono veramente risolvere?!?

 

Pierfrancesco Mailli

Foto © The Drum, Advertiser, ChimeraRevo, Altroconsumo

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