L’effimero respiro della giovinezza secondo Paolo Sorrentino

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Con “Youth” il regista confeziona un’opera a volte manierata, ma anche profondamente umana, la quale dona evidenza tangibile all’inarrestabile trascorrere del tempo

Intriso di pensosità mitteleuropea e di episodiche fantasie mediterranee, Youth riassume tutte le tematiche del cinema di Paolo Sorrentino, mitigando gli eccessi visionari della Grande bellezza e recuperando un registro più “leggero”, in un senso che richiama la narrativa di Milan Kundera. L’intera opera racchiude il fascino della nostalgia, i personaggi condividono un sentore di incompiuto e di effimero perché, come dice lo scrittore cecoslovacco: «la storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell’aria, come qualcosa che domani non ci sarà più».

Forse per questo il regista Mick Boyle (un sempre graffiante Harvey Keitel), dopo aver compreso l’impossibilità di realizzare quel film che ai suoi occhi doveva incarnare il proprio testamento spirituale, si uccide gettandosi dal balcone dell’albergo dove era venuto a cercare ispirazione. Un suicidio involontariamente provocato anche dal crudele rifiuto a girare di Brenda Morel, attrice ormai sul viale del tramonto impersonata da una Jane Fonda fragile e crudele al tempo stesso come il ruolo richiede. Forse per questo il compositore Fred Ballinger (un grande Michael Caine, commovente e profondamente umano) rinuncia alla propria proverbiale apatia e accetta di dirigere un concerto al cospetto della Regina Elisabetta, per porre un argine all’oblio che ha già inghiottito la moglie malata.

Una riflessione sull’arte che trova un terzo interprete nel giovane attore (Paul Dano) il quale si rifugia in quel luogo sperduto fra i monti per preparare il suo nuovo personaggio, ma anche per sfuggire ad un pubblico che vuole ingabbiarlo in un immutabile cliché. Alla fine capirà di essere più interessato alla bellezza che all’orrore, rappresentato dalla figura di Hitler che egli avrebbe dovuto impersonare.

maxresdefaultUna riflessione sulla transitorietà della bellezza, che si mostra in maniera epifanica nello splendido corpo di Madalina Ghenea, esibito in tutta la sua insostenibile sensualità, in esplicito contrasto con le figure cadenti di molti ospiti della struttura, i quali si sottopongono a trattamenti estetici infiniti destinati ad un sicuro insuccesso. Keitel e Caine la guardano senza cupidigia, come se stessero assistendo all’ultimo idillio della loro vita. Come in quelle immagini nelle quali pittori di altre epoche raffiguravano le tre età dell’uomo e della donna, si pensi ad esempio al noto quadro di Klimt, Sorrentino vuole dare evidenza tangibile all’inarrestabile trascorrere del tempo.

Una riflessione infine sugli affetti e sulla paternità. La figlia di Fred ha infatti sposato il figlio di Mick, il quale puntualmente la abbandona per una donna apparentemente insignificante. Lena (Rachel Weisz) troverà consolazione fra le braccia di uno scalatore, il quale le mostrerà il mondo da una prospettiva del tutto diversa.

L’albergo sperduto fra i monti è anche una sorta di sanatorio, un microcosmo decadente popolato da strane figure. Ecco allora Diego Armando Maradona (interpretato dal sosia Roly Serrano) al quale il regista ha tributato un toccante omaggio. Un campione ormai claudicante e obeso, terrorizzato anch’egli dall’oblio, il quale riesce ancora a ritagliarsi uno spazio di immortalità calciando con incredibile precisione una pallina da tennis. Una massaggiatrice con le orecchie a sventola “balla da sola” nella sua camera seguendo pedissequamente le immagini della televisione, come fosse ipnotizzata. Una prostituta malinconica e bruttina dona momentanei piaceri a una macilenta clientela. Lo stesso Mick ne richiederà i favori, ma solo per una innocente passeggiata, transitoria unione di due sconfinate solitudini.

Momenti musicali e circensi, la performance con le bolle di sapone, il complessino che si esibisce sul palcoscenico rotante, sono parte integrante della poetica di Sorrentino. Questi non nasconde il proprio omaggio al cinema di Fellini, e in particolare a quel Otto e mezzo che appare come il riferimento più scoperto. Da lui derivano il vitalismo e il senso di mistero, l’evanescente alchimia fra realtà e memoria che caratterizza anche questa pellicola. Solo qualche caduta nel didascalico, il monaco che levita nell’aria quando nessuno è lì ad osservarlo, e nel retorico, si pensi al concerto conclusivo, fin troppo scopertamente ottimistico e risolutivo, macchiano un affresco altrimenti pregevole.

Affascinante e colma di virtuosismi la regia, sempre ricca di punti di vista differenti a rendere la complessità e l’impenetrabilità del reale.

Sorrentino è certo un manierista e un epigono, il suo cinema trasuda citazioni ma riesce comunque ad andare in profondità e ad emozionare visto che, citando le parole che il regista attribuisce a Mick, le emozioni sono indubbiamente «tutto quello che abbiamo».

Riccardo Cenci

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