Soft skills, le competenze giuste per trovare lavoro oggi

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Dibattito alla John Cabot University sul rapporto fra istruzione superiore e realtà occupazionale, con cacciatori di teste ed esperti. Bocciato il cv europeo

«Prima pensa a studiare, poi un lavoro si troverà», si diceva in passato, come ora. Ma non è più così. Oggi i neolaureati devono affrontare un mercato globalizzato in continuo e veloce cambiamento. Di contro, il modello tradizionale accademico fatica a tenere il passo. Confidare nelle nozioni certificate da un diploma, senza mai aver avuto esperienze sul campo, può non bastare, soprattutto in tempo di recessione economica. Come scarsi sono i risultati che si otterranno affidando genericamente le proprie ambizioni a strumenti inflazionati da milioni di utenti, vedi i social o un generico curriculum, senza una strategia di personal branding.

La chiave di volta per accedere alla realtà occupazionale è oggi rappresentata da una formazione complementare, basata sulle soft skills, le competenze trasversali – problem solving, lavoro in squadra, orientamento al risultato, time management, capacità di adattamento e di negoziazione, public speaking – da acquisire già nel periodo universitario, per mezzo di stage formativi mirati presso aziende e istituzioni.

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Michèle Favorite durante il dibattito

È quanto emerso nel corso del dibattito tenutosi nell’aula magna della John Cabot University (JCU), la maggiore università americana in Italia, con sede a Roma, nel quartiere Trastevere, dal titolo “Università e lavoro al tempo della crisi”. Erano presenti il cacciatore di teste Gabriele Ghini, managing director di “Transearch Italia”, tra i primi dieci gruppi mondiali nell’executive search; Michèle Favorite, docente di comunicazione aziendale JCU, Mia Ceran, conduttrice di Uno Mattina; Antonella Salvatore, direttore del Career Services Office JCU. Il pubblico, com’è prassi dell’ateneo Usa, ha partecipato attivamente al confronto.

«L’università non deve essere un parcheggio, ma un ponte verso la professione desiderata. Questa è la sua funzione. In Italia l’età media di chi cerca il primo impiego è troppo alta: 25-27 anni, rispetto ai 22 del resto d’Europa. È indispensabile laurearsi in tempo, avendo già acquisito le soft skills», ha dichiarato Michèle Favorite.

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Mia Ceran

«L’obiettivo dell’Università deve essere quello di far raggiungere il lavoro, non il pezzo di carta. In questo senso è fondamentale studiare e allo stesso tempo acquisire esperienze professionali, come nel modello anglosassone, anche senza gratificazioni economiche immediate», ha detto Mia Ceran.

«Bisogna essere riconoscibili. Nel mondo ci sono 400 milioni di persone iscritte a Linkedin. Il vero problema è farsi trovare, definendo una strategia di personal branding. Quando l’azienda inserisce delle parole chiave, dovete uscire voi», ha detto Gabriele Ghini rivolgendosi ai giovani presenti al dibattito. Aggiungendo: «Allo stesso tempo dobbiamo assumere consapevolezza di vivere in una società sempre più trasparente, nella quale è difficile separare la sfera lavorativa da quella personale. Ciò che postiamo sui social, può impattare sulla percezione che un futuro datore di lavoro avrà di noi. La web reputation acquisterà un valore sempre più rilevante».

«Il cacciatore di teste che legge un curriculum, lo fa, per ovvi motivi, in dieci, trenta secondi, quello che gli americani chiamano elevator speech, cioè il tempo che intercorre per raggiungere un piano in ascensore. Allora bisogna scriverlo nel modo giusto, ogni parola deve rendere unico questo documento», ha precisato Gabriele Ghini.

4«Il curriculum vitae alla John Cabot è materia d’esame, tanto lo consideriamo importante. Da evitare il modello europeo, l’Europass, perché lungo e ripetitivo», ha sottolineato Michèle Favorite.

«Conoscere l’inglese, scritto e parlato, a livello madrelingua o quasi, in Italia è ancora un elemento di distinzione. Per le aziende fa la differenza», ha concluso Antonella Salvatore.

 

Angie Hughes

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