Quale sarà il Vecchio Continente del futuro?

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Come costruire un’Europa di tutte le culture? Il Pe propone il metodo Open Space Technology: Linee guida base su usi, costumi, religioni dei Paesi Ue

In un’Unione europea sempre più spesso accusata di basarsi su fondamenta economiche e in deficit di reale rappresentanza, c’è ancora spazio per una discussione in controtendenza. “Come costruire un’Europa di tutte le culture?”, è il nome dell’evento organizzato dal Parlamento europeo il 24 settembre presso il Salone delle Fontane nel quartiere Eur di Roma, da cui è scaturito un interessante report. In anni di crisi, conflitti, mutamenti sociali ed economici, cosa fare per costruire un’Europa senza frontiere culturali? Cosa chiedere all’Europa del terzo millennio? Quali politiche potranno guidare in tal senso? Sono alcune delle domande che hanno fatto da premessa all’incontro, nella speranza di arrivare alla costruzione di una nuova identità. Tutto con il metodo dell’Open Space Technology, sistema che favorisce la creazione di gruppi di lavoro particolarmente ispirati e produttivi.

La relazione scaturita parte dalla comunione di valori culturali e scientifici, bene universale e unificante al di là delle differenze storiche e linguistiche. «Nonostante i diversi documenti», si legge nel rapporto, «l’Italia non riesce ad applicare concretamente le indicazioni sull’importanza delle istituzioni culturali come ambienti di apprendimento durante tutto l’arco della vita». Integrando questi aspetti con quelli dell’ambito scolastico, si potrebbe «agevolare l’integrazione delle diverse culture». La creazione di un «luogo europeo» per la condivisione delle buone pratiche, potrebbe «integrare le piattaforme tecnologiche già previste», veicolando le buone prassi «nei sistemi di istruzione e cultura». Diversi gli ostacoli rilevati, l’assenza di un «corso di laurea generale in mediazione», di una «formazione uniforme» quando non di un «codice deontologico», con il nostro Paese ancora in ritardo «sull’applicazione della legge 4/2014».

L’intercultura viene riconosciuta come un «percorso lungo, intenzionale, graduale e complesso», che «necessita di educazione e formazione per arrivare al cambio di mentalità da multiculturale a interculturale», partendo da «l’incontro-scontro e arrivando all’armonia». Anche in questo campo sono fondamentali la formazione e l’educazione, pure sui linguaggi istituzionali, aprendo spazi di condivisione e diffusione delle buone pratiche.

Le migrazioni hanno riportato prepotentemente in primo piano la questione delle religioni, dalla convivenza tra le stesse all’adattamento a certi tipi di società. Fermo restando il principio dell’identità, è emersa «l’assoluta importanza del dialogo interreligioso, dal quale dovrebbe nascere il dialogo inter-giuridico. I diritti civili e culturali della cittadinanza devono essere sovrani agli interessi delle singole comunità religiose e laiche». L’Europa del futuro dovrà necessariamente «assumere la responsabilità di creare una politica unitaria nei confronti di un fenomeno che sta cambiando nella politica di accoglienza, inclusione socio-culturale e integrazione nel senso più ampio». Senza cadere in generalizzazioni e banalizzazioni spesso false, come l’associazione dell’islam con l’immigrazione o peggio ancora con il terrorismo: «la libertà religiosa è un diritto che deve essere salvaguardato senza pretesti per eccezioni e discriminazioni». Qui si comprende l’importanza dell’informazione, da integrare con un portale, “Guida delle culture”, pratica raccolta di indicazioni base su usi, costumi, religioni dei Paesi Ue, in costante aggiornamento.

Altro tema caldo nell’Unione europea è l’aumento del divario economico fra ricchi e poveri. La proposta è «il superamento del modello culturale ed economico dominante, che mette al centro lo sfruttamento delle risorse umane e naturali in maniera indiscriminata e la logica del profitto individuale». Tra i possibili nuovi riferimenti, «modelli culturali sia antichi che moderni, tipo le società matriarcali, la sharing economy, la conversione ecologica e la condivisione delle conoscenze». Arrivando a garantire «un reddito minimo di cittadinanza per favorire la partecipazione e l’apporto creativo di tutti in ambienti ad alto fermento innovativo e culturale».

Le differenze hanno forti potenzialità in sé, ulteriore proposta è la realizzazione di un video annuale che le racconti, facendole cooperare verso il raggiungimento di sviluppo e benessere. Questo spazio potrebbe anche assumere contorni divertenti, mettendo in risalto gli equivoci che i vari codici comunicativi hanno tra loro. Per fare un esempio, in alcuni Paesi dei Balcani scuotere la testa vuol dire “sì” anziché “no” o per altri una giornata di pioggia è una bella giornata. Ma anche per raccontare le proprie culture e radici, anche si tratti solo di ricette di cucina. Perché il dialogo è importante ma «non basta, serve lo scambio».

Raisa Ambros

Foto © il Dolomiti

 

 

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