Irmgard Keun: l’estremo valzer degli addii

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Nel romanzo “Dopo mezzanotte” la scrittrice descrive la Germania degli anni trenta, già oscurata dalla macabra follia del nazionalsocialismo

«Sono in strada, la notte è casa mia. Sono ubriaca? Sono impazzita? Le voci e i rumori sono scivolati a terra come un cappotto, sto congelando. I lampioni muoiono. Sono sola». Bastano poche parole per definire la voce di Irmgard Keun, tagliente e visionaria, percorsa da un’ironia in grado di trasfigurare persino l’orrore. La paura le si appiccica addosso, ma non le impedisce di registrare ogni cosa, filtrandola attraverso la propria peculiare sensibilità. Il gelo, il silenzio, il timore di cadere preda di una follia incomprensibile, eppure indubbiamente presente.

Dopo mezzanotte, ultimo tassello estratto dall’opera della scrittrice e appena pubblicato dall’Orma editore, rappresenta l’immersione in un mondo infero e oscuro, dove l’unica inquietante luce proviene dalle torce delle SS impegnate nelle loro macabre parate. Su tutto la voce e la gestualità isterica del Führer, parodiato dalla Keun ma non per questo meno terrifico.

Lo scenario è quello della Germania degli anni trenta, già quasi del tutto oscurata dalla follia del nazismo. Un’umanità grottesca e sonnambula abita le sue città, si agita sull’orlo del baratro come in una tela di Georg Grosz, pronta a consegnarsi all’aberrazione del regime. Innocue vecchiette allestiscono improbabili altari casalinghi dedicati al Führer, il loro tributo al nuovo paganesimo germanico.

Figure indimenticabili si impongono alla nostra attenzione, come quella di Franz, le braccia penzolanti lunghe e tristi come un motivo d’impaccio, costantemente muto perché non ama parlare, avvolto in spessi starti di nebbia che ne ottundono la coscienza, colpevole a tre anni di aver bruciato inconsapevolmente il fratellino. Una galleria di sconfitti che ricorda la narrativa di Alfred Döblin, non a caso estimatore della Keun, o ancora la fotografia di August Sanders, implacabile osservatore del disastro umano provocato dal nazismo.

Arte degenerata, messa all’indice dal regime, o meglio ancora asphaltliteratur, nella quale i protagonisti sono emarginati alla deriva nelle città devastate dalla crisi. Implacabili roghi, appiccati dal cieco fanatismo dei nazisti, si nutriranno di queste opere, aspirando farle sparire per sempre dalla memoria collettiva. Per questo lo scrittore Heini, dopo aver tentato in ogni maniera di lanciare un monito riguardo i pericoli della nuova barbarie, abdica al proprio ruolo, decide di farla finita, per non esporsi all’impari compito di ricominciare daccapo.

Strane esposizioni, colme di embrioni sotto spirito e di altre disgustose amenità, mostrano le terribili, presunte conseguenze della mescolanza razziale. La realtà trasformata in una esibizione dell’orrore, come in un quadro di Christian Schad. La deformità degli emarginati, esclusi senza via di scampo dalla purezza ariana.

La vita notturna, i locali da ballo, le feste i cui partecipanti sbiadiscono nell’ombra incerta dei saloni decadenti, appaiono come estreme mascherate per esorcizzare la fine. «La notte è ancora casa mia, ma le pareti stanno già tremando, presto cadranno a pezzi».

A un certo punto Sanna, la protagonista, viene arrestata e condotta negli uffici della Gestapo, dove «è un continuo entrare e uscire di persone con qualcuno da denunciare». La delazione è ormai la norma di una società imbarbarita e spietata. Come in un racconto kafkiano, si viene imprigionati senza ragione, o peggio per motivi del tutto incomprensibili. Il ticchettio continuo delle macchine da scrivere, impegnate a registrare le testimonianze, segna il ritmo di una anatomia dell’assurdo. Sanna non sa più cosa sia giusto o sbagliato, le coordinate del buon senso vengono triturate dalla disumana macchina del regime.

L’improvvisa consapevolezza maturata dopo l’arresto e l’insperato rilascio la spingono ad  abbandonare Colonia per Francoforte, ad abbandonare quel luogo che sembra già trasformato in un immenso campo di concentramento. La fuga è ormai l’unico suo destino, anche se: «ogni Paese dove andrai sarà duro escivoloso come un guscio di castagna. Sarai un tormento per te stesso e un peso per gli altri. I tetti che vedi non li hanno costruiti per te. Il pane che annusi non l’hanno cotto per te. E la lingua che ascolti non la parlano per te».

Colpita dalla censura del regime nazionalsocialista, la Keun decise di denunciare lo stato per i mancati guadagni. Un gesto che ben testimonia della sua forza caratteriale. Negli anni precedenti il conflitto visse da esule, e poi da clandestina nel suo stesso Paese. Merito dell’Orma editore aver ritrovato il suono di questa voce, che rischiava di sparire negli abissi voraci della storia.

 

Riccardo Cenci

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Irmgard Keun

Dopo mezzanotte

L’Orma editore

Traduzione di Eleonora Tomassini

Pg. 191 – € 16,00

 

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