Epidemie e rimedi dalle carte degli Archivi d’Italia

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Epidemie

Scoperte tracce di peste, antrace e altre sostanze in alcuni documenti esaminati da un professore di chimica del Politecnico di Milano in collaborazione con una società israeliana

(La prima parte, “Sette secoli di epidemie in Europa e in Italia”, è stata pubblicata 24 Gennaio 2022)

 

Tra le epidemie più mortali che colpirono l’Italia c’è quella della Peste del 1600. Si stima che tra il 1629 e il 1633 furono colpite diverse zone Settentrionali del nostro Paese. Iniziando dal Ducato di Milano, si estese al Granducato di Toscana poi la Repubblica di Lucca e man mano a tutta la Penisola. L’epidemia è nota come peste manzoniana in quanto venne ampiamente descritta da Alessandro Manzoni nel romanzo I Promessi sposi”.

Le origini della peste

Nel XVII secolo l’Italia settentrionale era un campo di battaglia strategico per il Regno di Francia e la Casa degli Asburgo. Quando nel 1627 morì senza eredi Vincenzo II Gonzaga duca di Mantova, feudo soggetto all’autorità di Ferdinando II di Asburgo, questi per evitare che la città fosse presa da truppe straniere, fece avanzare in direzione di Mantova schiere di lanzichenecchi tra le fila dei quali già covava la peste. Il medico milanese Alessandro Tadino identificò nella città di Lindau il centro di propagazione dell’epidemia pestifera. Era proprio dal grande mercato della città che giungevano a Milano le merci alemanne. Nel settembre del 1629 il morbo si diffuse in alcune città della Germania meridionale, da qui passò alla Confederazione elvetica e nei Grigioni. L’esercito alemanno si portò verso la Valtellina ottenendo, il 20 settembre 1629, il permesso di entrare nello Stato di Milano per raggiungere Mantova.

Il primo appestato che portò il morbo in Milano

Secondo il medico Alessandro Tadino fu un certo Pietro Antonio Lovato, proveniente dal territorio di Lecco, a entrare in città il 22 ottobre del 1629 già infetto. Secondo il Ripamonti fu invece un certo Pietro Paolo Locato proveniente da Chiavenna entrato nel Ducato di Milano il 22 novembre di quell’anno. Infettò prima la zia, presso cui aveva preso alloggio, e poi gli abitanti della casa che morirono tutti dopo due giorni all’Ospedale Maggiore. La pestilenza esplose con grande virulenza nell’estate del 1630 riempiendo il lazzaretto di malati.

La teoria che la peste era provocata dagli untori

L’epidemia del 1630 istaurò tra i milanesi la teoria secondo cui il morbo era provocato intenzionalmente da alcuni untori dettipestis manufacta”. Già dal febbraio del 1629 si era diffusa in Milano la notizia dell’arresto di alcuni frati francesi. La denuncia riportava: “avevan portato qua in ampolla della peste”. Si appurò, poi, che tale Girolamo Buonincontro, frate apostata proveniente da Ginevra, portava con sé solo alcuni innocui medicamenti contro il mal di stomaco. Ma si sa che le “dicerie” del popolino poi si ingigantirono strada facendo.

L’individuazione degli untori

Nel corso del 1630 effettivamente si verificarono “ungimenti di vario genere”. Il 18 maggio di quell’anno nel Duomo di Milano furono rinvenuti dei banchi con “segni di qualche ontome”. Inoltre, si scoprirono diversi luoghicontaminati di grasso, parte che tirava al bianco e parte al giallo”. Una grida del 19 maggio invitava i cittadini alla denuncia dei colpevoli per la possibile pericolosità di questi unti.

La frequenza degli ungimenti trovati, portarono la popolazione a ipotizzare complotti da parte degli untori. Fin da maggio del 1630 molti furono imprigionati e processati con l’accusa di essere untori. Il 7 agosto una nuova grida aumentò il premio per le denunce, ma anche le pene per i colpevoli che sotto tortura naturalmente ammettevano tutto.

Non è sempre come sembra

EpidemieNella estate del 1630 fu istruito un processo contro due presunti untori ritenuti responsabili del contagio pestilenziale, tramite “misteriose sostanze”. Avvenne a seguito di una denuncia, racconterà Alessandro Manzoni, di “una donnicciola, chiamata Caterina Rosa, che trovandosi per disgrazia a una finestra prospicente un cavalcavia, sul principio di via della Vetra de Cittadini, vicino Porta Ticinese, vide venire un homo con una cappa nera e il cappello sugli occhi e una carta in mano che pareva che scrivesse. Si fece appresso alla muraglia delle case e a luogo a luogo tirava dietro le mani. Mi venne in pensiero se fosse un poco uno di quelli che andavano ungendo le muraglie. Per tener d’occhio lo sconosciuto che s’avanzava ,viddi che teneva toccato la detta muraglia con le mani”.

La persona di cui parla la “donnicciola” era Guglielmo Piazza commissario della Sanità, genero di una certa comar Paola levatrice molto nota in quei d’intorni. Poi si capì che l’uomo era assolutamente innocente, in quanto cercava di ridurre il contagio pulendo i muretti.

Un altra morte ingiusta

L’altro imputato fu Gian Giacomo Mora barbiere anche lui come il Piazza giustiziato con il terribile supplizio della ruota. In pratica il condannato veniva legato su una ruota che girava e mazzolato fino a rompergli tutte le ossa. Inoltre, il barbiere subì la distruzione della casa-bottega e come monito sulle macerie dell’abitazione fu erettala colonna infame”. Tra le altre persone che vennero trascinate nell’indagine, figurava il nobiluomo spagnolo Giovanni de Padilla, figlio del Castellano di Milano. Il quale, arrestato e processato, fu assolto da ogni accusa nel 1633. In questo caso è sempre valida anche per il passato la frase latina “ubi maior minor cessat”.

Il “Liber mortuorum” della peste del 1600

La peste rappresenta lo scenario principale dei Promessi Sposi il capolavoro di Alessandro Manzoni. Il quale però per raccogliere notizie più precise sulle morti e sulle circostanze, incaricò un conoscente di recarsi a Milano, presso l’archivio civico, per attingere informazioni dal Liber Mortuorum di cui parleremo poi.   

Si stima che nell’Italia settentrionale tra il 1630 e 1631 morirono per la peste 1.100.000 persone. La popolazione complessiva all’epoca era di 4 milioni.

Dal “Liber mortuorum” esistente, nell’archivio di Milano, appare chiaro che la parte più consistente dei decessi avvenne nei lazzaretti. Nei registri con i dati che il Manzoni si fece riportare per la stesura dei Promessi Sposi, c’è annotata anche la carestia che aveva colpito il ducato. Nella prima parte del 1630 il numero dei morti per inedia furono soprattutto bambini ed è un dato significativo. Nel liber è annotato anche il primo referto risalente al 26 febbraio 1630 che parla “cum pestis suspitione. Febre maligna, bubone, maculis”.

Correlazione con i Promessi Sposi

Tra i molti rapporti il Liber ci consente di individuare persone che hanno a che fare con episodi scritti nei Promessi Sposi. Così, alla data del 20 giugno 1630 c’è la registrazione di un doppio decesso nella parrocchia di San Protaso ad Monachos.

Ciò fa tornare alla mente l’episodio della madre di Cecilia (cap.XXXIV): ”scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci e veniva verso il convoglio (dei monatti) una donna di una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, bellezza un tempo maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata ma non cascante, gli occhi non davan lacrime ma portavano segno d’averne sparse tante, c’era in quel dolore un non so che di pacato (…) Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo e data per premio”.

L’episodio è vero perché si trattava di Margarita Mora, ritrovata morta di peste insieme a sua figlia Bianca di appena 10 anni. Dallo stesso capitolo del romanzo si parla della donna che chiede a Renzo del cibo, perché nessuno era tornato a nutrirla dopo che era stata murata in casa in quarantena.

Si collega con la fine tragica che fecero tre ragazzi di circa 15 anni, ritrovati senza i segni della peste, il 26 novembre nella parrocchia di San Nazzaro. Morti di fame poiché “furono sequestrati in casa senza alcun soccorso”.

Anche ecclesiastici e bambini morti nell’epidemia

EpidemieVi fu anche una moria di sacerdoti di tutti i livelli. Si parla di oltre 60 parroci cioè gli otto noni degli ecclesiastici di Milano. Tra i più noti dell’epoca don Antonio Maria Mazzucchelli curato di Sant’Ambrogio in Solarolo deceduto il 26 settembre. E don Francesco Reyna, morto due giorni dopo, cappellano di Sant’Ambrogio Maggiore. Numerosi i bambini e ragazzi rimasti orfani, che morivano di fame per le strade. Il liber ci racconta che due furono trovati nel sottotetto dell’Ospedale Maggiore. Il 17 ottobre fu trovato il corpicino della piccola Teresa dell’Acqua di soli sette mesi. “Morta per non haver avuto con che nutrirsi”. Nei registri dei defunti nei lazzaretti si ha notizia che in questi luoghi erano presenti anche delle capre, lasciate libere, che avevanola mansionedi farsi succhiare il latte dai bambini piccoli, i cui  genitori erano ricoverati lì per peste.

Il registro dei lazzaretti

Informazioni interessanti provengono dai registri, dai quali apprendiamo dell’esistenza di monatti brutti e monatti netti, che morivano però alla stessa maniera. In molti di questi è presente un inventario degli effetti personali, che venivano consegnati dai malati all’entrata nel lazzaretto. A volte si trattava di veri e propri corredi, come quello che Caterina Piana e Caterina Bossa avevano con se quando furono internate la sera del 5 marzo 1630. Erano composti da: “materassi, lenzuola, coperte, pellicce e uno scaldaletto in terracotta”. La peste non risparmiò neppure Ambrogio Ferrari – è annotato sul liber – portiere del lazzaretto, che fu tra i primi a morire l’11 aprile 1630.

I Monatti ovvero i pizzegamorti

I Monatti erano degli addetti pubblici che nei periodi di epidemie erano incaricati di trasportare nei lazzaretti i malati, o nelle fosse comuni o nei sotterranei delle chiese i cadaveri. Di solito i monatti erano persone condannate a morte, carcerati o guariti dal morbo e così immuni. Nell’archivio di Venezia c’è un documento del 2 novembre 1630 nel quale “si offre a quei carcerati che avevano scontato la pena, ma dovevano rimborsare lo Stato delle spese processuali, di essere liberati purché prestassero il triste servizio di pizzegamorti (becchini), protetti da casacche di tela incatramate per un compenso di 20 ducati al mese”.

Nell’archivio di Stato di Milano scoperto tra le carte il batterio della peste

La notizia è del 2017. Nei fogli ingialliti dei registri dei morti di peste contenuti nell’archivio di Stato di Milano, sono state trovateproteine del batterio Yersinia pestis”. La ricerca è stata condotta da un professore chimico del Politecnico di Milano in collaborazione con una società israeliana che ha sviluppato un nuovo sistema per individuare molecole rimaste su documenti antichi senza bisogno di “grattarli” o staccarne un pezzo.

Si tratta di un etilvinil acetato che mischiato ad altre resine, e sistemato su un dischetto, viene appoggiato sul foglio ove “cattura” il materiale organico senza danneggiarlo né contaminarlo. Per scegliere i fogli i ricercatori hanno esaminato i registri dei decessi dei mesi di giugno, luglio e agosto del 1630, quando a Milano morivano parecchie centinaia di persone al giorno. Lunghi elenchi con la scritta “Ex peste obiit” “morto di peste“. Per questa ricerca sono state scelte undici pagine “le più unte” e i ricercatori hanno catturato ben 26 proteine riconducibili alla peste.

Ritrovate anche proteine del carbonchio o antrace

Sui giornali appare, ogni tanto, la notizia dell’antrace ritrovato in lettere contaminate e indirizzate a personaggi politici. Ebbene secondo i registri del 1600 il 5% dei decessi fu dovuto non alla peste, dicono i ricercatori, ma a una non meglio specificata “febbre violenta”. Ciò è segno che vi era stata una infezione polmonare causata dall’antrace, il che significa che molti cerusichi o barbieri dell’epoca, azzeccarono la diagnosi anche se non conoscevano né la causa né la cura. La ricerca ha svelato anche una sessantina di cheratine umane, tutte proteine vegetali. Segno che gli scrivani addetti al censimento dei morti, erano altamente vegetariani e si nutrivano di mais, mai di carne.

Sui fogli sono stati poi trovate tracce di topi, i veri untori, e di ovini. Si tratta delle famose capre di cui abbiamo parlato prima che allattavano i piccoli rimasti nei lazzaretti senza mamma. Sull’angolo in basso a destra del foglio strane macchie verdastre. Esaminate si trattava di olio e petrolio con i quali il barbiere Mora – condannato a morte di cui sopra – realizzava i suoi unguenti ai quali aggiungeva erbe non troppo curative di certo non nocive con le quali voleva proteggere la gente. Fu condannato come untore e prima gli fu amputata la mano e poi rotte le ossa.

L’archivio di Stato di Sassari e la cura delle monache Isabelline

EpidemieÈ stata allestita una mostra documentaria riguardante i rimedi usati per la cura delle monache inferme alla fine del XVII secolo. Dai registri delle Clarisse di Alghero noto con il nome di Isabelline, apprendiamo che alle suore ammalate venivano somministratesangrya, uova e carne”. Nei documenti della Sardegna degli anni 50 e 60 del Novecento si parla anche del tracoma, malattia infettiva degli occhi, diffusa soprattutto tra i bambini. Ma anche di malaria, conseguenza delle precarie condizioni igieniche delle abitazioni.

L’Archivio di Stato di Rovigo e la Spagnola

Documenti parlano della pandemia che tra il 1918 e il 1919 colpì la popolazione polesana. La più grande e letale pandemia della storia umana, che infettò anche i soccorritori, infermieri e medici. Il basso Veneto si riempì di ospedali da campo e di campi di prigionia in quanto fu zona di combattimenti. Si stima che in Italia su di una popolazione di 36 milioni di persone ne furono contagiate 4 milioni, e mezzo milione perse la vita.

L’Archivio di Stato di Bologna

Negli Archivi sono presenti documenti in cui i medici consigliavano lafuga dalla cittàdurante la pandemia del 1348. Si stima che in quella epidemia di peste morirono oltre 14.000 persone tra maggio e settembre, il 40% della popolazione. Sono esposti bandi che tra il XVI e il XVII durante le pandemie regolavano l’ingresso e proibivano alle persone e alle merci provenienti da zone infette di entrare in città.

Archivio di Stato di La Spezia

Nella città di La Spezia sono stati esposti documenti durante il regno di Carlo Alberto (1820- 1831) con procedure relative alle campagne vaccinali: prescrizioni a restare in casa, controllo della temperatura, pulizia degli ambienti, distanziamento sociale per combattere le epidemie.

Nella terza parte, martedì 8 Febbraio 2022, ci occuperemo delle pandemie nello Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Storicang, Wikipedia, Profilibiografici, Usi, ArchividiStato

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Giancarlo Cocco
Laureato in Scienze Sociali ad indirizzo psicologico opera da oltre trenta anni come operatore della comunicazione. Ha iniziato la sua attività giornalistica presso l’area Comunicazione di Telecom Italia monitorando i summit europei, vanta collaborazioni con articoli sul mensile di Esperienza organo dell’associazione Seniores d’Azienda, è inserito nella redazione di News Continuare insieme dei Seniores di Telecom Italia ed è titolare della rubrica “Europa”, collabora con il mensile 50ePiù ed è accreditato per conto di questa rivista presso la Sala stampa Vaticana, l’ufficio stampa del Parlamento europeo e l’ufficio stampa del Ministero degli Affari Esteri. Dal 2010 è corrispondente da Roma del quotidiano on-line delle Marche Picusonline.

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