Avevamo seguito la vicenda, convinti che questa volta non potesse andare a finire come nella provincia di Roma nel 1981
Avevamo sperato e – chi credente – pregato per il piccolo Rayan. Dopo l’incubo di Alfredino Rampi vissuto in Italia 41 anni fa, finito con la morte del piccolo a Vermicino in un pozzo artesiano incustodito dopo giorni di tentativi e mezzi di soccorso impiegati, che poi avevano permesso di capire come il sistema di protezione civile nazionale andasse rifondato completamente, la storia di Rayan Awram Oram in Marocco ne ricalca in molte parti l’evoluzione.
L’ansia che cresceva, minuto per minuto
Sul nostro secondo portale, eurocomunicazione.eu, e sui nostri social (Facebook, Twitter, YouTube e Instagram) avevamo seguito la vicenda, convinti che questa volta non potesse andare a finire come nella provincia di Roma nel 1981. Un salvataggio che faceva commuovere, arrivato dopo cinque giorni, il corpo avvolto dalle coperte subito inviato con un’ambulanza in ospedale per tentare di lenire le ferite riportate nella caduta di oltre 30 metri. E invece il piccolo Rayan è stato estratto dai soccorritori senza speranze di proseguire la sua troppo breve vita. Dopo oltre cento ore sotto terra, inghiottito da un pozzo strettissimo, in alcuni punti di soli 20 centimetri di diametro.
Tentativi e operazioni senza fine
Non è bastata la massiccia operazione di soccorso messa in piedi dal Marocco. Come pure le preghiere di tutto il Paese radunatosi intorno a quel buco che lo aveva tenuto sepolto vivo.
Alla fine di un’operazione dai contorni ancora da chiarire – fino all’ultimo si è creduto che il bimbo fosse ancora vivo – una nota ufficiale del Palazzo Reale del Marocco ha spento ogni entusiasmo, comunicando il decesso del bimbo. Il re Mohammed VI ha telefonato ai genitori per porgere le proprie condoglianze. In Italia fin dalle prime ore la memoria è tornata subito al tragico destino di Alfredino. Anche lì, nell’estate del 1981, un Paese intero aveva seguito le operazioni di soccorso minuto per minuto. Sperando fino all’ultimo che il bimbo uscisse vivo dal buco in cui era scivolato.
Perso di vista per qualche secondo
L’incidente è avvenuto martedì a Ighran, un villaggio sulle montagne nel Nord del Paese. Rayan, cinque anni, era con suo padre che cercava di riparare il pozzo, quando è caduto nel cunicolo profondo decine di metri. Immediati sono scattati i soccorsi, ma la cavità molto angusta, che si stringe nella parte finale a soli 20 centimetri, ha impedito agli operatori di calarsi per raggiungerlo ai 32 metri di profondità dove era scivolato. Con una telecamera fatta scendere in profondità si è appurato che fosse ancora in vita e che si poteva muovere; gli sono stati fatti arrivare ossigeno e acqua zuccherata ed è cominciata la lunga lotta contro il tempo per salvarlo.
La realizzazione di un tunnel parallelo
Per raggiungerlo i soccorritori, con cinque bulldozer, hanno cominciato a scavare un tunnel parallelo: un lavoro sfibrante, andato avanti per ore, giorni, conquistando centimetro per centimetro la strada verso salvezza di Rayan, che nel frattempo continuava a dare segni di vita, ma sempre più debole e stordito.
Alla fine si è arrivati a scavare con le mani, per timore che il terreno cedesse e lo inghiottisse definitivamente. Intanto, fuori la famiglia aspettava in ansia, il Marocco intero con il fiato sospeso insieme a loro, mentre sui social si rincorrevano foto e messaggi di solidarietà e speranza. In poco tempo, la vicenda ha coinvolto tutto il Mondo, con i principali media internazionali che hanno seguito l’impresa.
Dopo il completamento del tunnel, gli operatori sono scesi a prenderlo; con loro, una squadra di medici specializzati in rianimazione, tutti pieni di speranza ma fino all’ultimo, purtroppo, pronti al peggio. Uno stillicidio andato avanti per ore mentre si rincorrevano le notizie, nell’attesa che dalle viscere della terra venisse estratto il bimbo. I genitori portati prontamente nell’ambulanza prima dell’estrazione. Le centinaia di persone accorse sul posto e tenute a distanza dalle forze dell’ordine erano esplose in un grido di gioia alla vista dei soccorritori fuori dal tunnel con il piccolo in braccio. Non sapevano che la corsa contro il tempo per salvare Rayan era stata vana.
Sembrava sopraggiungere il lieto fine
Ha lottato per rimanere vivo, ma non ce l’ha fatta. La notizia è rimbalzata, come una doccia fredda, dopo una decina di minuti da quelle immagini, convulse, rilanciate dalle dirette delle tv che per giorni hanno seguito i soccorsi.
Quelle immagini che raccontavano che il bambino era stato recuperato, estratto da quel maledetto pozzo, che avevano fatto tirare un sospiro di sollievo. Lasciando intendere che potesse essere in salvo. Invece no, il destino non ha concesso nemmeno a Rayan quella salvezza che avrebbe meritato anche il povero Alfredino nel giugno del 1981 a Vermicino.
Solo il prolungamento dell’agonia
Dopo mille difficoltà, gli intoppi, i rischi di smottamento, le speranze dei tentativi di volontari di corporatura mingherlina (come fece Angelo Licheri, arrivando quasi a toccarlo) e speleologi professionisti solo la tristezza e la delusione.
Lunghissime giornate in cui i soccorritori non si sono mai dati per persi. A cominciare da Ali El Jajaoui, arrivato da Erfoud, ormai divenuto l’eroe del deserto: uomo di professione specialista di pozzi, che appena appresa la notizia del bimbo è subito partito dal sud del Paese per raggiungere il villaggio di Rayan.
Ha scavato per ore e ore senza fermarsi, a mani nude dopo che un imponente lavoro di 5 escavatori aveva aperto una voragine che ha permesso di arrivare alla profondità in cui si trovava il bambino. E permesso di realizzare una via di fuga attraverso la posa di tubi che, posizionati orizzontalmente, hanno creato quel passaggio che doveva rappresentare la salvezza. Che invece si è trasformato in un mesto ultimo percorso di Rayan dalla sua trappola.
Le immagini che non ci toglieremo dalla testa
Le telecamere che lo avevano raggiunto, rinviavano immagini di lui ferito alla testa che si muoveva e chiamava “mamma”. Fotogrammi che avevano commosso il Mondo e che lasciavano sperare. Come quell’ultimo contatto, solo sabato mattina, con il papà. «Gli ho parlato, sentivo che respirava a fatica», aveva raccontato l’uomo che insieme alla moglie, ha aspettato per ore, per giorni, quel finale che nessuno voleva fosse una tragedia.
Giovanni De Negri
Foto © New York Post, The Indipendent, Bbc, The Sun, Twitter
Video © Eurocomunicazione













