La sindrome della Flat tax

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Flat tax

La Flat tax si ritiene una formula tributaria che da tempo connota il programma, in materia fiscale, delle maggiori forze politiche che gravitano nell’area di centro destra

La Flat tax, ossia la tassa piatta, è una misura tributaria che si pone in maniera alternativa rispetto al sistema di tassazione vigente (Irpef), ispirato a criteri di progressività. Si distingue per imporre un’aliquota fissa, nei confronti di tutti coloro che si trovano all’interno di una specifica fascia di reddito. Nel 1994 la sua introduzione è stata proposta da Forza Italia e dall’allora Lega Nord, sebbene le due formazioni politiche differissero nella definizione dell’ammontare dell’aliquota. In anni recenti, è stata nuovamente presentata dalla Lega, in occasione della nascita del cosiddetto Governo del cambiamento con il Movimento Cinque Stelle.

Coloro che si oppongono a questa misura fiscale, individuabili in modo trasversale nell’ambito di diverse collocazioni politico economiche, sostengono che sia lesiva del principio costituzionale dove si sancisce la progressività tributaria. Che si traduce nella pratica secondo cui la somma da pagare si innalza in base all’entità del reddito percepito dalle persone fisiche o, nel caso delle imprese, in relazione all’ammontare dei proventi. L’art.53 della Costituzione italiana, si ricorda, recita: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

L’invenzione della Flat Tax si deve all’economista americano Milton Friedman

Il celebre economista statunitense Milton Friedman, insignito del premio Nobel nel 1976, ha iniziato la propria carriera dopo la seconda guerra mondiale, presso la Commissione per le risorse naturali e il National bureau of economic research, focalizzandosi nella comprensione e nella risoluzione di questioni di carattere finanziario. In seguito, si è distinto come accademico ed esperto di materia economica presso la prestigiosa università di Chicago, ricoprendo l’incarico fino al 1976. Proprio in questa sede, di concerto con altri illustri economisti, ha potuto sviluppare una serie di modelli fiscali ed economici, tra cui la Flat tax (1956). Friedman faceva parte dei cosiddetti economisti d’acqua dolce (freshwater economists), definiti in questa maniera in quanto operavano nella metropoli dell’Illinois, in prossimità delle Regioni dei Grandi Laghi.

Si erano affermati per la promozione di sistemi economici finalizzati a dare un impulso ulteriore al liberismo americano, nel tentativo di realizzare un’economia completamente esente dagli aiuti statali. La scuola di Chicago, nel corso degli anni cinquanta, era giunta già a perfezionare diverse tipologie di Flat tax, come per esempio la negative income tax. Si partiva tuttavia sempre da una medesima premessa, che prevedeva di considerare la moneta come un bene di lusso.

Per Friedman la moneta aveva inoltre delle funzionalità che variavano a seconda del contesto in cui veniva a trovarsi. Chi era appartenente ad una fascia reddituale non elevata determinava che la moneta avesse un’unica funzione. Ossia che rappresentasse soltanto uno strumento utile a conseguire il soddisfacimento di necessità primarie e secondarie. Coloro che invece detenevano un reddito significativo facevano si che la moneta potesse, da una parte, permettere di affrontare le spese primarie e secondarie. Mentre dall’altra, rappresentare un mezzo in grado di compiere due fondamentali azioni economiche: gli investimenti e il risparmio.

In una prospettiva di liberismo spinto, la tassa piatta avrebbe avuto quindi lo scopo di promuovere gli investimenti e secondariamente il risparmio, alleggerendo la pressione fiscale nei riguardi di chi deteneva più danaro. Da ciò sarebbero scaturiti una serie di benefici di carattere generale. Che si sarebbero riverberati anche nei confronti delle classi meno abbienti, in termini, soprattutto, di maggiori opportunità di lavoro. In Italia le teorie di Friedman hanno trovato un fervente sostenitore nell’ex ministro, prima degli Affari Esteri e poi della Difesa, Antonio Martino.

In Italia esistono settori dove si applicano esempi di Flat tax

Nella maggior parte delle Nazioni capitalistiche evolute si ricorre a un modello di tassazione progressivo. Nel nostro Paese la progressività fiscale, come si è affermato in precedenza, è sancita a livello costituzionale. L’entità dell’aliquota varia in base al tenore reddituale dei nuclei familiari. Oppure, nel caso delle imprese, in ragione del grado dei profitti: maggiore è il reddito più elevata diventa l’aliquota. In Italia tuttavia esistono delle eccezioni, ossia specifici settori dove si applicano modelli di Flat tax. Ci si riferisce prima di tutto al regime fiscale dei lavoratori con partita Iva individuale, in regime forfettario, che non superano un reddito annuo di 65mila euro. La misura dell’aliquota è fissa ed è posta al 15% (al 5% per le nuove attività imprenditoriali fino a cinque anni di esercizio).

L’introduzione del regime forfettario risale al 2016. Le ultime modifiche legislative sono invece state apportante di recente, con le Leggi di Bilancio del 2019 e del 2020.

Anche l’Ires, l’imposta sul reddito delle società di capitali (S.r.l., S.p.a. e S.a.p.a., le cooperative e anche gli enti commerciali), si può considerare un modello tributario che riprende lo schema della tassa piatta. In quanto si prevede un’aliquota fissa nella misura del 24%, applicata al reddito EBT (Earnings Before Taxes). Quindi ante imposte. Da intendersi come differenza tra i ricavi e i costi. A cui però vanno aggiunte le variazioni fiscali in aumento e in diminuzione di reddito.

I modelli di Flat tax proposti dai principali partiti che formano l’alleanza conservatrice alle prossime elezioni

La Lega, com’è noto, ha fatto della Flat tax un elemento imprescindibile del proprio programma elettorale in materia fiscale, soprattutto nel corso degli ultimi anni, assieme alla cosiddetta pace fiscale, da cui si profilerebbero delle modalità di pagamento agevolate, prive dell’applicazione di sanzioni e di interessi moratori. L’obiettivo di questa forza politica sarebbe quello di applicare la Flat tax al 15% anche nei confronti dei lavoratori dipendenti. Alla stessa maniera Forza Italia vorrebbe estendere la Flat tax nei riguardi di tutti i redditi. Ma con un’aliquota maggiore, pari al 23%. Ma, com’è stato riportato di recente da IlSole24ore, la proposta della Lega graverebbe sullo Stato per un ammontare di circa cinquanta miliardi all’anno. Mentre quella di Forza Italia peserebbe per un valore di trenta miliardi.

Fratelli d’Italia ha promosso invece un modello di tassa piatta definito incrementale, ovvero valido, in modo esclusivo, per i redditi maturati in eccedenza rispetto a quanto conseguito nel corso dell’anno precedente. Si potrebbe definire una variante meno incisiva rispetto a quella caldeggiata da Lega e Forza Italia.

In ogni caso si tratta di proposte che risultano ancora eccessivamente vaghe, non sorrette da sufficienti informazioni. Che hanno il sapore di slogan elettorali. In quanto impediscono di compiere una verifica approfondita in merito agli eventuali benefici e soprattutto ai costi. Oltretutto, nel caso delle versioni proposte da Lega e Forza Italia, sarebbe necessario affrontare un lungo iter normativo, fatto anche di passaggi delicati, come la possibilità di eseguire degli interventi a livello costituzionale.

Gli svantaggi e i vantaggi della Flat tax

Chi si pone in maniera contraria rispetto alla Flat tax ritiene che sarebbe idonea a produrre una profonda frattura tra i meno abbienti e chi si trova all’interno di una fascia reddituale privilegiata. Poiché la pressione fiscale resterebbe tendenzialmente la medesima per i primi e si alleggerirebbe significativamente per i secondi. Una tassazione meno stringente, oltretutto, provocherebbe una decisa diminuzione delle entrate fiscali e una serie di conseguenze imprevedibili. Infine, coloro che si oppongono la considerano una formula non praticabile nel nostro Paese, proprio perché in contraddizione con i principi costituzionali in materia fiscale.

I fautori della tassa piatta sostengono, prima di tutto, che sia in grado di osteggiare l’evasione fiscale. Questa convinzione sarebbe nata negli anni settanta, in base alle analisi dell’economista americano Arthur Laffer. Il quale sosteneva che maggiore è la tassazione più è elevata l’attitudine a non pagare le tasse. Di contro, qualora la pressione si riducesse sensibilmente avrebbe l’effetto contrario sui contribuenti. Ma tutto ciò scaturirebbe in base a propensioni rilevabili a livello psicologico. E non a seguito di un controllo effettivo sui comportamenti individuali.

In secondo luogo, i sostenitori della Flat tax, professano che mediante un alleggerimento della pressione fiscale si consentirebbe, soprattutto agli imprenditori, di compiere investimenti cospicui e con maggiore frequenza. Da questa condizione favorevole si darebbe vita a un circuito virtuoso, in grado di rigenerare l’intero sistema economico di una Nazione.

 

Federico Gasparella

Foto © Promarket.org; Today.it; Money.it

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