Influenze politiche e mafiose: polizia sudafricana nella bufera

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Il generale Mkhwanazi accusa un rappresentante del Governo, in un Paese in cui corruzione e violenza sembrano non cessare mai

Il Sudafrica è nuovamente alle prese con un terremoto politico e istituzionale. Difatti nelle ultime settimane il generale Nhlanhla Mkhwanazi, capo della polizia provinciale del KwaZuluNatal, ha lanciato pubblicamente accuse gravissime contro il ministro della Polizia nazionale, Senzo Mchunu. In una conferenza stampa trasmessa in diretta televisiva, il generale ha denunciato presunti legami tra Mchunu e bande criminali, oltre a un’assidua ingerenza politica nelle indagini su omicidi legati alla lotta di potere locale. In uniforme militare, circondato da agenti armati, Mkhwanazi ha dichiarato: «Siamo in modalità di combattimento. Sto affrontando i criminali direttamente». Le sue parole hanno acceso il dibattito pubblico e dato nuovo slancio alla richiesta di una polizia libera da influenze politiche e mafiose. Le sue rivelazioni hanno toccato i vertici dello Stato. Lo stesso presidente, Cyril Ramaphosa, ha definito la questione «di grave preoccupazione per la sicurezza nazionale».

Fondi illeciti e sabotaggio delle indagini

Secondo il generale Mkhwanazi, il ministro Mchunu avrebbe ricevuto finanziamenti illeciti da un imprenditore sospettato di attività criminali, Vusimuzi Matlala, per sostenere la propria carriera politica. Matlala, già sotto inchiesta per tentato omicidio, aveva in passato ottenuto lucrosi contratti con la polizia, poi annullati bruscamente. Il generale, per sostenere quanto affermato, ha presentato alla stampa copie di messaggi di testo e transazioni finanziarie che collegherebbero direttamente l’uomo d’affari al ministro.

Ciò che più colpisce è lo scioglimento di una task force speciale, istituita nel 2018 per indagare sugli omicidi politici nella provincia del KwaZulu-Natal, una delle più colpite da questo fenomeno.

Influenze politiche e mafioseMkhwanazi ha raccontato che l’unità, altamente specializzata, aveva cominciato a scoprire connessioni tra esponenti politici, ufficiali corrotti e cartelli della droga. Proprio a causa della delicatezza delle indagini e dei nomi coinvolti, sarebbe stata sciolta su ordine diretto del ministro Mchunu. Secondo il generale, ben 121 fascicoli investigativi sono stati rimossi dall’unità senza il consenso del commissario nazionale Fannie Masemola. Alcuni di questi casi contenevano già ordini di arresto pronti ad essere eseguiti. Tuttavia, da marzo sono stati lasciati cadere negli uffici della polizia, senza ulteriori sviluppi investigativi. Mchunu ha giustificato tale chiusura sostenendo che «non stava apportando valore aggiunto» alla provincia. Secondo Mkhwanazi invece si sarebbe trattato di una manovra per proteggere le influenze politiche e mafiose coinvolte nei crimini.

Un uomo o un eroe?

Il generale Mkhwanazi non è nuovo a gesti di rottura e fermezza. La sua reputazione come ufficiale incorruttibile risale al 2010. Anno in cui, da capo ad interim della polizia sudafricana, sospese Richard Mdluli, allora capo dell’intelligence criminale e alleato dell’ex presidente Jacob Zuma. Mdluli fu poi condannato a cinque anni per rapimento, aggressione e intimidazione. Nonostante le forti pressioni politiche ricevute all’epoca, dimostrò indipendenza e determinazione. Il suo coraggio venne però ripagato con una medaglia amara, venendo allontanato dal suo ruolo a distanza di poco tempo. Tornando poi sotto i riflettori nel 2018, con la nomina a commissario provinciale da parte del ministro della Polizia Bheki Cele, con un compito ben preciso. Ossia arginare le violenze e influenze politiche e mafiose; nonché la penetrazione criminale nelle istituzioni del KwaZulu-Natal, Regione da tempo epicentro di scontri mortali tra fazioni rivali all’interno dello stesso partito di Governo, l’African National Congress.

Tra sostegno e contraddizioni

influenze politiche e mafioseMai prima d’ora un alto ufficiale della polizia aveva accusato pubblicamente un ministro in carica di complicità con la criminalità organizzata. L’intervento di Mkhwanazi ha avuto un impatto immediato anche sui social. L’hashtag #HandsOffNhlanhlaMkhwanazi è rapidamente salito in cima alle tendenze su X, in segno di solidarietà verso il generale nonché come monito al Governo del Sudafrica. «È considerato un uomo senza fronzoli che prende il toro per le corna», ha dichiarato Calvin Rafadi, esperto di criminalità dell’Università di Johannesburg. Per molti cittadini, Mkhwanazi è diventato un simbolo di integrità all’interno di un sistema da anni screditato da scandali, inefficienze e complicità con ambienti criminali.

Secondo un sondaggio del Consiglio di ricerca sulle scienze umane, la fiducia dei sudafricani nella polizia è crollata al minimo storico del 22%. L’istituzione è da tempo segnata da ricorrenti episodi di corruzione e disfunzioni. Dal 2000 si sono succeduti ben dieci diversi capi di polizia, di cui uno condannato per corruzione e un altro attualmente sotto processo.

Nonostante l’ampio sostegno popolare, anche il percorso di Mkhwanazi non è stato privo di controversie. Di recente, è stato oggetto di un’indagine da parte dell’organo di controllo della polizia per presunta interferenza in un’inchiesta penale riguardante un alto funzionario del sistema carcerario. Tuttavia, è stato completamente scagionato, e l’opposizione dei Economic Freedom Fighters ha denunciato l’accusa come un tentativo orchestrato per screditarlo. Inoltre, la sua squadra ha ricevuto critiche per l’uso eccessivo della forza nei confronti di sospetti criminali, talvolta uccisi in scontri a fuoco. Allo stesso tempo, secondo gli esperti dell’Institute for Security Studies di Pretoria, “l’opinione pubblica è disposta a chiudere un occhio su questi eccessi perché finalmente vede un eroe nella polizia”.

Conseguenze politiche e futuro incerto

influenze politiche e mafiosePer via di tale bufera, il Governo ha già annunciato un cambio al vertice del ministero. A partire dal prossimo mese, il ruolo di ministro della Polizia verrà assunto dal giurista e veterano della lotta anti-apartheid, Firoz Cachalia. Quest’ultimo ha definito l’uscita pubblica di Mkhwanazi «altamente inusuale», aggiungendo però che se le accuse verranno confermate, «saremo in grado di vedere in retrospettiva che era perfettamente giustificato a fare quello che ha fatto». Nel frattempo, il generale Masemola ha dichiarato che nei prossimi giorni affronterà il tema delle accuse e nominerà un nuovo capo ad interim per l’intelligence criminale, dopo che l’attuale, Dumisani Khumalo, è stato arrestato con l’accusa di frode e corruzione.

Ora il futuro del generale Mkhwanazi si basa sulla credibilità delle sue affermazioni. Se riuscirà a dimostrare i suoi sospetti, potrebbe accelerare una riforma tanto necessaria quanto auspicata del sistema di sicurezza. In caso contrario, rischia di pagare un prezzo politico e professionale altissimo. Ma, come ha sostenuto lui stesso, «morirò per questo distintivo. Non mi tirerò indietro». In un Paese stanco della corruzione e della violenza impunita, provato dalle continue influenze politiche e mafiose, le sue parole risuonano come una sfida lanciata al cuore stesso del potere.

 

Ottavia Scorpati

Foto © The Conversation, Mail e Guardian, Witness, The Citizen

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