Johann Sebastian Bach: logica e fantasia

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Le settimane di Innsbruck dedicate alla musica antica portano in concerto l’Arte della Fuga, opera speculativa per eccellenza

È opinione comune che l’Arte della fuga (Die Kunst der Fuge) sia stata concepita da Johann Sebastian Bach più come studio della forma musicale piuttosto che per l’esecuzione concertistica. Siamo di fronte all’estrema stagione creativa del compositore. L’opera, scritta fra il 1749 e il 1750, comprende numerose fughe e quattro canoni che formano un vertice di virtuosismo polifonico. Incompiuta per ragioni ignote, appartiene a quel genere astratto, speculativo, apparentemente consegnato agli approfondimenti del pensiero.

La visione di Dieltiens

Il Festival di musica antica di Innsbruck ha l’obiettivo di proporre titoli desueti del repertorio barocco, costruendo programmazioni stimolanti per gli appassionati e fornendo materiale di studio per gli addetti ai lavori. Per questo appare accattivante la scelta operata da Roel Dieltiens di portare in concerto, presso la sala spagnola del castello di Ambras, proprio l’Arte della fuga, opera enigmatica per eccellenza. Un lavoro che appare come la summa dell’intera esperienza del compositore di Eisenach. Il primo problema posto dal testo è l’assenza di qualsiasi indicazione in merito alla strumentazione. Dieltiens sceglie combinazioni sempre diverse nell’ambito dell’Ensemble Explorations da lui diretto, per fornire varietà timbrica agli innumerevoli esercizi intellettuali proposti da Bach. L’Arte della fuga somma un insieme di espedienti contrappuntistici che, paradossalmente, non sfociano in un risultato di algida freddezza, ma muovono l’animo dell’ascoltatore attento. Chi sa attingere alle profondità di quest’opera, ne ricava un piacere emotivo raramente esperibile.

Se gli impegni di Bach presso la Scuola e la Chiesa di San Tommaso a Lipsia indirizzarono in massima parte la sua attività creativa verso la mole di musica richiesta dagli appuntamenti liturgici, a un certo punto il compositore iniziò a percorrere strade diverse, autonome rispetto alla committenza usuale. Il progetto dell’Arte della fuga abitava la sua anima già da tempo, quando si decise a metterlo in pratica, senza purtroppo portarlo a conclusione.

Partendo da un unico tema, unendo la propria scienza musicale ai processi più arditi della fantasia, il compositore ambisce indagare tutte le possibilità del contrappunto. Logica e invenzione camminano di pari passo in questo lavoro, probabilmente pensato per la Società di Scienze Musicali fondata da Lorenz Christoph Mizler. L’enorme sala spagnola del castello, con i suoi effetti trompe l’oeil e la sua singolare mescolanza fra ritrattistica ufficiale, scene mitologiche e decorazioni a grottesche, ben accoglie le sofisticate alchimie sonore prodotte dal genio di Eisenach.

L’esecuzione

Nell’affrontare questa opera magistrale, Dieltiens modifica la successione dei brani, per mutare gli equilibri formali costruendo percorsi peculiari. Del resto la suddivisione dei numeri musicali usuale, alla quale siamo abituati, è puramente ipotetica. Se siamo di fronte a un lavoro che non è stato pensato espressamente per la sala da concerto, un’esecuzione pubblica è comunque possibile. Su questo il violoncellista belga ha voluto scommettere, ovvero sulla attualità di un’opera che, ricapitolando l’esperienza di una vita intera, getta una luce trascendente sulla finitezza umana.

Operazione perfettamente riuscita, vogliamo dire, per la concentrazione con la quale il pubblico ha assistito all’esecuzione. Per chiarire la dimensione sonora della serata, occorre descrivere i componenti dell’Ensemble ed i loro strumenti. Roel Dieltiens si cimentava al violoncello, al violoncello piccolo e all’organo, coadiuvato da Margarete Adorf e Helmut Winke ai violini (quest’ultimo anche alla viola). Completavano l’insieme Saskia Fikentscher (flauto dolce, oboe e oboe da caccia), Dimos De Beun (al flauto e all’organo) e Tom Devaere (contrabbasso e violone). Un tale ventaglio di possibilità garantiva la varietà esecutiva e rendeva chiara la qualità assoluta di quest’opera, slegata da qualsiasi vincolo materiale e godibile in qualsivoglia incarnazione. Una musica che trascende i tentativi, pur lodevoli, di fornirgli veste strumentale specifica, o almeno li supera.

Inutili i tentativi di chiedere un bis. Dopo questa musica non si può aggiungere nulla. Alla fine resta solo il silenzio.

 

Oksana Tumanova

Immagini © Mona Wibmer

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