Conoscete davvero Sergej Lavrov?

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Lavrov Russia

Il potente ministro degli esteri russo, pronto a incontrare il segretario di Stato Usa Marco Rubio, ha un cursus honorum impressionante

«Pronto a incontrare Rubio». Il ministro degli esteri russo apre a una nuova finestra di dialogo con gli Stati Uniti. Un segnale di apertura che arriva mentre a Kiev si registrano blackout e a Washington pesa lo shutdown dei record (superata quota 40 giorni), che impedisce lo sblocco di fondi militari: terreno ideale per la diplomazia.

La notizia rimette al centro l’uomo che da oltre vent’anni è volto istituzionale della politica estera di Mosca e che più di chiunque altro ha attraversato epoche, crisi e riallineamenti geopolitici. La domanda sorge spontanea. Chi è Сергей Викторович Лавров (Sergej Viktorovič Lavrov)? Attuale ministro degli affari esteri della Federazione russa è un diplomatico e politico di lungo corso. È il secondo in carica più longevo al Mondo (dopo il collega turkmeno Raşit Meredow).

Capire il suo percorso professionale aiuta a misurare il peso specifico del gesto odierno: quando Lavrov si muove, lo fa forte di un incredibile capitale relazionale costruito in decenni di lavoro.

Formazione, diplomazia e Sri Lanka

Nato a Mosca il 21 marzo 1950 da padre armeno e madre russa, Lavrov si forma presso l’Istituto statale di relazioni internazionali di Mosca (MGIMO, ente parte del Ministero degli esteri dell’Urss), prestigiosa accademia diplomatica sovietica, dove si laurea in relazioni internazionali nel 1972.

Durante gli studi apprende le lingue della diplomazia, inglese e francese. Riesce a distinguersi imparando il singalese, lingua ufficiale dello Sri Lanka. Scelta vincente, perché subito dopo la laurea, appena ventiduenne viene assegnato come diplomatico presso l’ambasciata sovietica a Colombo, Capitale dello Sri Lanka. Rimarrà lì per quattro anni con il grado di consigliere e successivamente addetto in una sede diplomatica di sole 24 unità. Di cosa si occupa? Le sue mansioni spaziano dall’analisi continuativa della situazione locale all’attività di interprete e assistente personale dell’ambasciatore Rafiq Nišonov (che diverrà futuro leader politico uzbeko).

Grazie a questa esperienza matura una profonda conoscenza del contesto dell’Asia meridionale.

Incarichi ministeriali ed esordio onusiano

Nel 1976 rientra a Mosca, dove prosegue la carriera al Ministero degli esteri sovietico: viene inquadrato come terzo, poi secondo segretario nella sezione per le relazioni economiche internazionali, occupandosi di analisi e cooperando con diverse organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite.

In questa fase della vita professionale familiarizza con i meccanismi multilaterali e le questioni economiche globali.

Nel 1981 è inviato a New York come consigliere senior presso la Missione permanente sovietica all’Onu. Il soggiorno nella Grande Mela dura fino al 1988, dove rappresenta gli interessi di Mosca nel prestigioso teatro internazionale. Sul finire dell’era sovietica rientra nuovamente in patria nelle vesti di vice capo della sezione relazioni economiche internazionali del Ministero.

Anni ‘90

Durante il terremoto geopolitico che segna la fine della Guerra fredda, la perestrojka e il progressivo disgregarsi dell’Urss, Lavrov prosegue la sua ascesa nei ranghi diplomatici:

  • dirige il Dipartimento per le organizzazioni internazionali del Ministero degli esteri;
  • con la la nascita della Federazione russa è nominato, nel 1992, direttore del Dipartimento per le organizzazioni internazionali e questioni globali del nuovo Ministero degli esteri russo.

Qui otterrà delega a sovrintendere anche ai temi dei diritti umani, della cooperazione culturale e ai rapporti con i Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti.

In contemporanea, fino al 1994, ricopre l’incarico di vice ministro degli esteri sotto il presidente Boris Eltsin, entrando nella squadra che traghetta la politica estera russa nella fase post-sovietica.

Ritorno alle Nazioni Unite

Nel 1994 Sergej Lavrov viene designato Rappresentante permanente della Russia presso l’Onu. È l’apice della sua carriera diplomatica prima dell’ascesa ai vertici ministeriali. Per un intero decennio è la voce di Mosca al Palazzo di vetro, partecipando attivamente ai lavori del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale nelle sessioni di dicembre 1995, gennaio 1997, luglio 1998, ottobre 1999, fino a quelle del 2000-2003.

Durante questo periodo acquisisce la reputazione di diplomatico energico e fermo nel tutelare le posizioni del suo Paese durante le più delicate crisi internazionali. Si distingue per la strenua difesa degli interessi russi in occasioni come il conflitto del Kosovo (1999) e l’invasione statunitense dell’Iraq (2003), dove si oppone alle iniziative occidentali allineandosi alle linee politiche decise a Mosca.

I dieci anni newyorkesi permettono a Lavrov di affinare le proprie capacità oratorie e tecnocratiche. Descritto come un diplomatico efficace, estremamente preparato sui dossier e dotato di grande padronanza sia dei contenuti sia delle formalità del diritto internazionale.

Il suo stile e la sua fermezza gli valgono, sulla stampa occidentale, il soprannome diMr. Niet” (Signor No), richiamando la tradizione degli inflessibili negoziatori sovietici. Colleghi di molte nazionalità lo considerano un interlocutore duro, ma affidabile. Lavrov matura, in questa cornice, una visione di ampio respiro sui temi globali, fungendo da anello di congiunzione tra l’era Eltsin e Vladimir Putin. Proprio il 2004 sarà l’anno che lo consacrerà alla guida della politica estera nazionale.

Nomina a Ministro

Il 9 marzo 2004 il presidente Putin nomina Sergej Lavrov ministro degli affari esteri della Federazione russa, in sostituzione di Igor Ivanov. In questo ruolo lavora al fianco dei presidenti, Putin (2000-2008) e Medvedev (2008-2012) adattando il proprio approccio alle diverse fasi politiche del Cremlino.

Nei primi anni si trova ad affrontare crisi di rilievo. Emblematica quella in Ossezia del Sud dell’agosto 2008 (noto come conflitto russo-georgiano), durante la quale i suoi rapporti con controparti occidentali, su tutti la segretaria di Stato Usa Condoleezza Rice e il ministro degli esteri britannico David Miliband si rivelano tesi.

Ciononostante, i tentativi di riallacciare vi furono:

  • 2009, quando Lavrov e la segretaria di Stato americana Hillary Clinton celebrarono simbolicamente a Ginevra il “riavvio” (reset) delle relazioni russo-americane;
  • 2011, Lavrov non si oppose attivamente all’intervento militare occidentale, e giunse persino a criticare alcune leggi anti-americane promosse in patria.

Fu però un disgelo di breve durata. La diffidenza nei confronti della Federazione, malgrado i buoni propositi, non sparì dai palazzi del potere di Washington e alleati. Le cose terminano prima di finire, così come le speranze di una relazione armonica con l’Occidente. Abbandonate poi all’inizio degli anni ‘10 del nuovo millennio.

Inasprimento della linea

Dal 2012, Lavrov incarna una linea estera russa più dura, improntata alla rivalità con l’Occidente. Si oppone decisamente ai tentativi di intervento diretto in Siria, sostenendo attivamente il Governo di Bashar al-Assad durante la guerra civile siriana.

Fra i suoi successi diplomatici, nel 2013 è protagonista, insieme all’omologo statunitense John Kerry, dell’accordo di Ginevra sul disarmo chimico della Siria, con cui Mosca e Washington scongiurano un intervento militare internazionale attraverso la messa sotto controllo e la successiva distruzione dell’arsenale chimico.

Questa mediazione, sommata al successivo intervento militare russo in Siria nel 2015, viene considerata un punto di svolta che ha riaffermato il ruolo della Russia in Medio Oriente e nel Mondo, consolidando la reputazione di Lavrov come abile negoziatore in grado di tradurre le ambizioni geopolitiche del Cremlino in risultati tangibili.

Lavrov si fa interprete del suo tempo della “выход к тёплым морям” (Vykhod k tyoplym moryam, l’uscita verso i mari caldi), la spinta secolare che muove Mosca verso il Mediterraneo, oggi come obiettivo militare nonché asse politico, energetico e commerciale del suo ritorno sulla scena globale.

Post Crimea

Nel 2014, con la crisi ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia, Lavrov si fa portavoce della posizione del Cremlino, assumendo un ruolo cruciale:

  • da una parte propone soluzioni che riflettono la prospettiva di Mosca, come la neutralità dell’Ucraina rispetto ai blocchi militari, una riforma federale per tutelare le minoranze russofone a est del Dnepr, e la garanzia costituzionale della lingua russa;
  • dall’altra difende pubblicamente la legittimità delle azioni russe, respingendo le condanne occidentali e sostenendo che la Crimea avesse «esercitato il diritto di autodeterminazione».

Alla Conferenza di Ginevra dell’aprile dello stesso anno, negozia con John Kerry e Catherine Ashton un’intesa di deescalation che, pur non attuata, diventa la base del suo messaggio: la Russia non cerca il conflitto, ma la sicurezza ai propri confini.

Nelle numerose interviste ribadisce che «l’obiettivo russo è evitare un “gioco a somma zero” in Ucraina», accusando gli Stati Uniti di «alimentare lo scontro» e di «trasformare un Paese ponte in una linea di frontiera». Quanto accaduto segna un passaggio chiave nella carriera di Lavrov: da negoziatore multilaterale a custode politico della visione strategica russa. In lui, la diplomazia diventa strumento di continuità storica, volto a garantire al Cremlino la legittimazione esterna di un nuovo equilibrio. Prossima fermata? Eurasia.

Post febbraio 2022

Con l’avvio dell’Operazione militare speciale in Ucraina, nel febbraio 2022, il ministro irrigidisce definitivamente le proprie posizioni e consolida il profilo di portavoce ideologico del Cremlino sulla scena internazionale.

Nelle prime settimane del conflitto diventa il principale interprete politico della narrativa russa: sostiene che Mosca stia «rispondendo a minacce esistenziali» e che «l’intervento militare rappresenti un’azione preventiva per difendere la sicurezza nazionale e proteggere le popolazioni russofone del Donbass».

Nelle sue dichiarazioni, il concetto di “sicurezza invisibile” viene riproposto come fondamento legittimo dell’azione russa, in contrapposizione all’espansione della Nato verso est. Dai vertici della Shanghai cooperation organization a Samarcanda, fino ai forum Brics e all’Assemblea generale Onu, Lavrov ribadisce che «il tempo dell’unipolarismo è terminato». E che la Russia agisce come attore sovrano in un ordinepostoccidentale” in formazione.

 

Tra il 2022 e il 2024 accusa Stati Uniti e alleati di perseguire una strategia di accerchiamento della Russia, alimentando un conflittoper procura” in Europa orientale e imponendo un sistema di sanzioni volto a danneggiare Mosca, escluderla culturalmente ed eroderne il ruolo nel mercato globale. L’Occidente avrebbe trasformato gli strumenti economici in armi di pressione politica, violando le stesse regole del libero scambio su cui si era fondato.

Lavrov adotta la postura del “diplomatico in trincea”. Riduce la disponibilità al dialogo diretto con le cancellerie europee, privilegia i canali con Pechino, le Capitali africane e Nuova Delhi, rafforzando la dimensione Sud-Sud della politica estera russa. Ogni viaggio istituzionale ne è una dimostrazione: la Russia non è isolata, ma riorientata.

Cosa aspettarsi dal confronto con Rubio

Probabilmente poco sul piano dei risultati immediati, ma molto su quello dei segnali. Se il colloquio avverrà, sarà soprattutto un test di linguaggio. Per capire se esiste ancora uno spazio, anche minimo, in cui Stati Uniti e Russia possano dialogare. Ed è già abbastanza, in tempi in cui il silenzio pesa più delle parole. 

 

Alessandro Bonifazi

Foto © Eurasianet, ABC News, Persono, AP News, Reuters, The Guardian, Aze.Media

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