Il progetto al vaglio del Senato prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza, bocciato invece l’emendamento sulle preferenze
La riforma elettorale proposta dal Governo Meloni è stata approvata alla Camera con 217 sì, 152 no e due astenuti. L’esito del voto finale, a scrutinio segreto, ne ha dunque sancito il passaggio all’esame del Senato. Prima dell’inizio delle votazioni, non sono mancati momenti di tensione provocati dai deputati delle opposizioni che hanno esposto dei cartelli con su scritto: “Meloni ha fallito”, “legge elettorale=legge truffa” e “la maggioranza non esiste più: a casa”.
La maggioranza resta coesa
Il clima era in realtà già fortemente teso dal giorno precedente, per via del caos scatenato dall’azione di una trentina di “franchi tiratori”, principalmente esponenti della Lega e di Forza Italia, che hanno sabotato l’introduzione di un sistema misto, con capilista bloccati e fino a tre preferenze avanzata da Fratelli d’Italia, che non è passato con un totale di 188 no contro 187 sì. Dura nei loro confronti la condanna del ministro Francesco Lollobrigida che li ha accusati di aver votato in quel modo solo per restare «avvinghiati alla poltrona». La riunione della Camera del 14 luglio era stata inoltre infiammata dalla condotta scorretta dei deputati di Futuro Nazionale, sorpresi a riprendersi con i telefoni durante lo scrutinio, violando dunque il regolamento.
Sebbene le opposizioni invochino le dimissioni del Governo, con la Schlein che ha dichiarato che «la maggioranza è un colabrodo», l’esecutivo avanza fiducioso verso il voto del Senato. A riaffermare la solidità del Governo è intervenuto Tajani: «La Camera ha approvato la Legge con ampia maggioranza. Non mi sconvolgo sul tema dell’emendamento, bene invece che il Parlamento abbia varato una legge che porta stabilità a questo Paese. Non ci sono problemi all’interno della maggioranza, la coalizione di centrodestra è coesa». E rispetto l’importanza della stabilità il ministro degli Esteri ha sottolineato come quest’ultima consenta di portare avanti investimenti e pianificazioni da parte delle imprese.
«In questo modo, il giorno dopo le elezioni, si saprà chi ha vinto e chi ha perso, quindi si eviteranno giochi di palazzo che non rispondono alle volontà degli elettori. Lavoriamo non soltanto per affrontare con serenità i prossimi cinque anni ma anche le questioni economiche».
Il sistema elettorale previsto dalla riforma
La riforma avanzata dal centrodestra si basa su un sistema proporzionale con un premio di maggioranza pari a 70 seggi alla Camera e a 35 al Senato, per un massimo di 220 deputati e 113 senatori, per la coalizione o la lista che abbia ottenuto almeno il 42% dei consensi nel corso delle votazioni. Nel caso in cui nessuno raggiungesse tale soglia, si procederebbe con l’applicazione del proporzionale puro. Tralasciando gli emendamenti che poi il Parlamento non ha approvato, la riforma non prevede di per sé le preferenze, difatti il voto avverrebbe rispetto delle liste bloccate in collegi plurinominali, mentre il premio di maggioranza verrebbe “suddiviso” in listini circoscrizionali, con i nomi indicati sulla scheda. La norma prevede inoltre l’obbligo della doppia candidatura nel listino e nel collegio.
Le preferenze e la parità di genere
Dall’inizio dell’esame degli emendamenti, le principali divergenze hanno riguardato la questione delle preferenze. Difatti Fratelli d’Italia, Unione di Centro e Noi Moderati hanno proposto di sostituire le liste bloccate del plurinominale con un elenco di 7 nomi in cui, dal momento che il primo è bloccato, vi è la possibilità di esprimere una o più preferenze dal secondo nome in poi stampato sulla scheda. In tale sistema, colui che è candidato nel listino circoscrizionale deve essere anche candidato in almeno un collegio della circoscrizione come capolista, mentre per chi vince il premio di maggioranza, il seggio scatta nel listino del premio di fatto, rendendo il meccanismo, almeno in parte, a preferenza.
Dopo forti reticenze, anche la Lega e Forza Italia avevano deciso di firmare l’emendamento, schierandosi con la restante maggioranza. In seguito al voto segreto alla Camera richiesto dalle opposizioni, cui si era opposta la premier, l’esito ha visto la bocciatura del testo per un solo voto, nonostante sulla carta la maggioranza avrebbe dovuto ottenere almeno 30 voti favorevoli in più rispetto a quelli poi realmente ottenuti. La proposta teneva in considerazione anche la questione della parità di genere. Difatti l’emendamento bocciato prevedeva un meccanismo per l’alternanza di genere che
sarebbe dovuto scattare al terzo nome presente in lista, con la possibilità che il genere del capolista e del primo nome in scheda coincidessero. Rispetto tale punto non sono mancate le critiche delle opposizioni che, invece, all’interno dei loro emendamenti richiedono di far scattare il meccanismo fin dal capolista.
Soglie di sbarramento e nomina del premier
Le soglie di sbarramento previste per l’ingresso delle liste in Parlamento restano le medesime del Rosatellum, ossia il 10% per le coalizioni e il 3% per le liste con la novità del ripescaggio per il “miglior coalizzato”. La Camera computerà i voti espressi dagli elettori del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta ai fini del calcolo della cifra elettorale nazionale e le liste potranno scegliere di collegarsi con una lista nazionale e, in tal caso, il sistema considererà i loro seggi ai fini del raggiungimento del tetto del premio.
Esonero raccolta firme, circoscrizione Estero e voto fuori sede
Il testo della legge prevede l’esonero dalla raccolta firme per la presentazione delle liste per chi abbia un gruppo parlamentare in Parlamento da prima del 31 dicembre 2025, motivo per cui non ne usufruirebbero Futuro Nazionale e +Europa che hanno infatti presentato emendamenti per modificare tale norma. Rispetto alle circoscrizioni all’esterno, la Camera ha dato invece il via libera alla riduzione da 4 a 2 (Europa e extra Ue) delle ripartizioni geografiche della circoscrizione Estero per la Camera e da 4 a 1 per il Senato.
La riforma ha inoltre rivolto grande attenzione al diritto di voto per i cittadini fuori sede: tale legge prevede la possibilità per coloro che sono lontani dal proprio Comune di residenza di votare dove si è temporaneamente domiciliati, per motivi di studio o lavoro, attraverso l’iscrizione in un apposito albo entro il 31 dicembre di ogni anno.
Ottavia Scorpati
Foto © La Presse, Quotidiano Nazionale, Unione professionisti, Articolo21













