Mario Roggero divide l’Italia

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Dopo la sentenza della Cassazione, la querelle politica si è imposta sulle valutazioni giuridiche, alimentando due visioni opposte della vicenda

Il caso Roggero è ormai disputa politica. L’infuocato dibattito generato da quanto accaduto al gioielliere di Gallo di Grinzane (CN) ha immediatamente suscitato le reazioni dei vertici del Governo italiano e del Garante della Costituzione, spaccando un Paese a metà e ponendo seri quesiti su quali siano i limiti oltre i quali non sia più possibile parlare di Stato di diritto.

Cosa dice il Codice penale

Due sono i sentimenti più diffusi. Il primo, ampiamente supportato dalla maggioranza (e in particolar modo dalla Lega), contesta la sentenza della Cassazione perché troppo “prudente” verso l’applicazione della legittima difesa. Tale principio è oggi regolato dalla legge n.36 del 2019, promossa da Matteo Salvini durante il primo Governo Conte e a modifica degli articoli 52 e 55 del Codice (c.p).

Le novità introdotte dalla norma estendono sensibilmente la possibilità di difendersi in caso di violazione di domicilio e aggressione. Nello specifico, implementa la “presunzione assoluta di proporzione” ed elimina l’“eccesso colposo” in caso di “grave stato di turbamento”. Nonostante la presenza nel testo dell’avverbio «sempre», le revisioni non permettono però di agire indiscriminatamente.

Ben prima dei cambiamenti introdotti dall’attuale vice-premier, si stabiliva che la minaccia dovesse essere concreta e «attuale». E, soprattutto, circostanziata a una serie di luoghi di domicilio previsti dall’articolo 614 del c.p (casa, ufficio, spazio condominiale). Un simile sistema di contrappesi, rimasto per ora intoccato, è stato concepito al fine di individuare con chiarezza il momento in cui la vittima travalica il confine e diventa carnefice. In altre parole, sarebbe erroneo affermare che l’assalito è giudicato “sempre” non punibile (al netto delle strumentalizzazioni mediatiche che all’epoca dominavano i principali quotidiani, in un senso e nell’altro).

La linea “dura” della Lega spacca il Governo

A distanza di sette anni dall’entrata in vigore della disposizione, proprio il segretario della Lega ne afferma la necessità di riforma. È questo il senso del disegno di legge depositato ieri in Senato dal Carroccio. Il ddl, a firma del senatore Claudio Borghi, punta a rendere legittimabile «qualsiasi reazione», indipendentemente «dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta». Un vero e proprio ribaltamento delle conditio sine qua non appena citate.

L’iniziativa, giunta a seguito della proposta di candidatura del gioielliere da parte di Salvini, ha destato comunque scetticismi bipartisan. Segno che la maggioranza non è schierata accoratamente. Forza Italia ha chiarito tramite le voci di autorevoli esponenti come Sisto o lo stesso Tajani che l’Italia non è «il Far West» e che un simile modo di procedere sconvolgerebbe «i cardini del diritto». I forzisti si trovano costretti a reggere una sottile linea di equilibrio istituzionale, tra lievi distinguo rispetto al partito padano e l’assenso espresso a favore della richiesta di grazia istruita da Nordio.

Anche a Palazzo Chigi è prevalsa la cautela. Meloni ha evitato di esprimersi sul disegno di legge leghista, limitandosi a rivendicare l’iniziativa da lei stessa assegnata al ministro – sia pure dopo aspre critiche di natura costituzionale. Se è vero che la concessione di grazia è esclusiva prerogativa del Capo dello Stato, il guardasigilli può avviare un’istruttoria autonoma, raccogliendo informazioni e consultando la magistratura per valutare se il condannato meriti il provvedimento di clemenza.

La linea dettata dalla Carta costituzionale

Ad essere messi in discussione dal presidente della Repubblica sono infatti merito e opportunità politica di tali fughe in avanti. Secondo le ricostruzioni, dopo un incontro al Quirinale, Mattarella avrebbe richiamato all’ordine Nordio, lasciando intendere l’inopportunità dell’iniziativa e prefigurando per alcuni istanti un vero e proprio scontro istituzionale.

Le opposizioni hanno trovato una quadra in via del tutto eccezionale. Dal campo largo a quello riformista, da Bonelli a Calenda, si è ritenuta l’azione di Roggero senza se e senza ma un’inquietante deriva della legittima difesa. Alcuni di loro hanno fatto proprie le parole del procuratore capo di Asti Biagio Mazzeo, che ha coordinato l’istruttoria e rappresentato l’accusa durante il processo di primo grado. Per il p.m, la «differenza decisiva» è nella reazione avvenuta «a scoppio ritardato»: «una rivalsa» difficile da normalizzare. 

In definitiva, quelle che si scontrano animosamente in questi giorni sono due visioni contrapposte della vicenda. Una più fedele alla linea Corte di Cassazione e a quanto stabilisce la legge e un’altra probabilmente più emotiva e in difesa di un cittadino che ha come e comunque subito un sopruso.

L’episodio e il precedente del 2005

Nell’aprile dell’aprile 2021, Mario Roggero subiva una violenta rapina. Gli autori del delitto, dopo averlo minacciato di morte con una pistola finta, tentavano una fuga in macchina senza successo. Raggiunti dal gioielliere, venivano crivellati di colpi. Solo uno dei tre, molto ferito, riusciva a scappare. Gli altri, impotenti, sono morti.

Alla luce di tali eventi, la Cassazione ha condannato Roggero a 14 anni e 9 mesi, per plurimo omicidio volontario e tentato omicidio. La decisione è stata supportata dal fatto che l’uomo fosse stato già indagato nel 2005 per aver puntato una revolver contro il fidanzato della figlia e aver infine patteggiato. Al fine di un’analisi completa, va comunque notato che su stessa ammissione dei giudici l’uomo era «affetto da un disturbo post traumatico da stress», scaturitogli in seguito a una rapina. Anche se ciò difficilmente si può correlare con quanto accaduto fuori dal negozio. 

Quel che conta è che, comunque la si guardi, la vicenda Roggero è una brutalità compiuta alla luce del sole che mette in crisi il funzionamento istituzionale di un intero Paese. Primeggia la facilità con cui si possa impugnare un’arma e premere il grilletto e un’irreparabile spaccatura tra politica, cittadinanza e magistratura. In mancanza di un accordo sostanziale su quando debba prevalere la legge e quando l’istinto emotivo, le varie parti sociali attendono scalpitanti il verdetto della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo).

 

Fabio Sinisi

Foto © ANSA, La Repubblica, Milano Today, Il Post, Wikipedia

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