A Innsbruck con Vivaldi sull’Olimpo musicale

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Il Festival di musica antica della città tirolese saluta il suo direttore Alessandro De Marchi dopo quattordici anni

Per il suo ultimo anno quale direttore artistico delle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik, Alessandro De Marchi inventa un vero e proprio festival vivaldiano, con L’Olimpiade quale titolo inaugurale, seguito da La fida ninfa e dall’oratorio Juditha TriumphansL’opera del prete rosso nella sua declinazione teatrale, solitamente trascurata rispetto alla preponderante fama dei concerti.

L’Olimpiade

L’Olimpiade annovera certo fra gli esiti più alti della produzione operistica di Vivaldi, per la varietà delle arie e per la tenuta drammaturgica, garantita dal libretto del Metastasio, non a caso messo in musica da innumerevoli compositori, primo fra tutti Antonio Caldara. De Marchi, che aveva iniziato la sua esperienza a Innsbruck con la versione pergolesiana (fra l’altro consegnata a una pregevole incisione discografica), torna sul titolo nella declinazione vivaldiana quasi a chiudere un cerchio immaginario.

La vicenda

I due protagonisti, Megacle e Licida, stretti da un profondo legame d’amicizia, sono entrambi innamorati di Aristea. La vicenda sentimentale procede fra equivoci e inganni sullo sfondo dei giochi olimpici, fino al lieto fine obbligato, una consuetudine del teatro barocco.

La visione di Vizioli

Stefano Vizioli costruisce una messa in scena basata sulla fisicità e sulle tensioni omoerotiche. Il punto di partenza visivo è fornito dalle olimpiadi del 1936; quelle che segnarono il trionfo di Jesse Owens al cospetto di un Hitler furioso. L’amicizia che legò l’atleta di colore al rivale tedesco Luz Long si rispecchia nel rapporto fra Megacle e Licida. Un filo sottile lega l’opera barocca alle pagine più drammatiche della storia del Novecento.

Una regia di grande efficacia teatrale

Prescindendo dal punto di partenza sopra evidenziato, si può dire che Vizioli non forzi in alcun modo la mano. Il suo rispetto del dettato vivaldiano è quasi totale. L’azione si svolge in massima parte in una palestra, dove gli atleti svolgono i loro esercizi. La scena unica creata da Emanuele Sinisi appare perfettamente funzionale alla resa drammaturgica, così come i costumi di Anna Maria Heinreich.

Una sfida vocale fra controtenori

La palestra diviene luogo per un vero e proprio certame vocale, del quale protagonisti sono Raffaele Pe (Megacle), Bejun Mehta (Licida) e Bruno de Sá (Aminta). Quest’ultimo rappresenta davvero una sorpresa, per l’intonazione perfetta, il timbro limpido e le non comuni doti interpretative nonostante la giovane età. La sua versione dell’aria “siam navi all’onda algenti” è magistrale. De Sá si definisce un soprano, ed effettivamente la sua voce appare del tutto simile a quella di un’interprete femminile. Raffaele Pe si mostra cantante versatile, in grado ad esempio di rendere con dovizia di accenti le oscillazioni emotive di Megacle nel recitativo accompagnato della scena nona del secondo atto. Fra l’altro il regista lo impegna in continui atletismi, come il salto della corda, che rendono ancora più lodevole la sua prova. Bejun Mehta, infine, che avevamo avuto modo di ammirare lo scorso anno nel Silla di Graun, si conferma cantante dal timbro fascinoso e dalle notevoli doti tecniche.

Gli altri interpreti

Margherita Maria Sala incarna un’Aristea decisa ma mai sopra le righe. Ne risulta un personaggio denso e ricco di sfaccettature. Altrettanto valida la Argene di Benedetta Mazzuccato, varia negli accenti e dal timbro accattivante. Christian Senn è un Clistene convincente, forse più dal punto di vista interpretativo che vocale. In particolare si fa apprezzare per la presenza scenica e per la capacità di declinare i diversi aspetti del personaggio. Buono infine Luigi De Donato nel ruolo di Alcandro.

L’addio di De Marchi

De Marchi staglia una esecuzione di grande impatto, varia nelle dinamiche e percorsa da un vigoroso ritmo teatrale, sempre perfettamente in equilibrio con gli interpreti vocali. Un addio toccante e convincente, che resterà a lungo nella memoria del pubblico di Innsbruck.

La dimensione concertistica

Il Festival di Innsbruck si distingue per l’alta qualità della proposta concertistica, per la capacità di costruire percorsi inediti e accattivanti accanto ai titoli principali. Era il caso dell’esibizione del Giardino Armonico, guidato da Giovanni Antonini, tenutosi nella sala spagnola del castello di Ambras.

Il Vivaldi strumentale

Nel programma proposto non poteva mancare Antonio Vivaldi, con la celebre Tempesta di mare, imitativo della furia naturale (fra l’altro un brano dal medesimo titolo fa parte dell’opera La fida ninfa, a intensificare il gioco di corrispondenze sopra citato), e Il gardellino, dalle cadenze imitative del canto dell’uccello. Meno consueta la proposta del Cum dederit dal Nisi Dominus per Chalumeau, nel quale Antonini ha modo di provare ancora una volta la propria maestria.

Compositori desueti

Oltre a Vivaldi e ad Albinoni, del quale è stato eseguito il concerto op. 10, n. 11, una serie di compositori desueti arricchiva l’offerta. Dario Castello, Giovanni Battista Fontana e Giovanni Battista Buonamente rappresentano la musica del primo Seicento, della quale campione assoluto è Monteverdi. Conclusione in stile mediterraneo affidata a una tarantella di Domenico Sarro. Il Giardino Armonico si mostra a proprio agio in ogni ambito epocale, mentre Antonini sfoggia il proprio virtuosismo e la propria versatilità nei diversi strumenti impiegati. Sala stracolma e pubblico entusiasta.

 

Oksana Tumanova

Foto © Kiran West, Birgit Gufler, Mona Wibmer

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