Luoghi magici da visitare e scoprire con paesaggi che lasciano esterrefatti, ma anche teatro di guerra e sacrificio
Ci sono Paesi complessi che richiedono cautela e attenzioni. Luoghi che si possono visitare solo con tour operator esperti e che conoscono molto bene il territorio, lo tastano, lo annusano. È questo il caso della Libia, per anni destinazione sahariana per eccellenza, balzata alle cronache, dalla caduta del controverso colonnello Muammar Gheddafi nel 2011, per la sua instabilità politica e per i trafficanti che ne percorrono le antiche rotte carovaniere.
Eppure è una miniera di tesori che narrano storie di antiche civiltà, dal Neolitico all’epoca contemporanea, passando attraverso Egizi, Fenici, Greci e Romani. Un Paese, dunque, dalla straordinaria varietà paesaggistica (dei suoi deserti si dicono meraviglie) e culturale. In questo momento però il suo territorio non è tutto visitabile, anche se, l’attuale miglioramento delle condizioni di sicurezza, ha permesso al Tour Operator Kanaga Africa Tours di programmare, già qualche mese fa, un viaggio in Tripolitania, ossia la Regione situata nella parte occidentale della Libia.
Sabratha
Un’occasione per conoscere un pezzo di questo Paese e visitare tre dei suoi siti iscritti nella lista del Patrimonio dell’umanità Unesco. Si chiamano Sabratha, Leptis Magna e Ghadames, nomi che rimandano a un passato di splendori.
A Sabratha si arriva diretti da Tripoli, una settantina di chilometri, due ore di tragitto a causa del traffico, sempre piuttosto intenso. Io a Sabratha ci sono arrivata il tardo
pomeriggio, quasi al tramonto. Il suo teatro fu una specie di rivelazione, una visione. Ha una storia antichissima. Nata da un emporio fenicio verso la prima metà del I millennio a.c. e insieme a Oea (Tripoli) e Leptis Magna, è una delle tre Città a cui si deve il nome di Tripolitania. Grazie alla sua posizione strategica, ha conosciuto nel corso dei secoli uno sviluppo rapidissimo per cadere poi sotto il controllo di Cartagine. Nel 46 a.c., avendo Cesare posto fine al regno di Numidia, è entrata a far parte della provincia romana d’Africa. Di quell’epoca, oltre ai numerosi altri resti sparsi qua e là su una superficie piuttosto vasta, colpisce soprattutto la magnificenza del teatro.
Si scorge già da lontano, appena varcato l’ingresso del sito archeologico. Si staglia imponente sul Mar Mediterraneo, con la sua frons scenae articolata in tre grandi nicchie semicircolari, decorate da un triplice ordine di colonne. Via, via che trascorrono le ore, il teatro cambia colore e si illumina. La strada per Tripoli, per tornare a dormire, è un andare verso il luogo in cui vive un libico su cinque. C’è traffico anche al ritorno.
Ghadames
La mattina successiva è un tragitto di numerosi chilometri, circa seicento in direzione Ghadames. Una conquista lenta su strade, questa volta, pressoché deserte. In mezzo, in realtà a poca distanza dalla partenza, c’è un granaio fortificato. Quello di Qasr Al-Haj, costruito per immagazzinare i raccolti dei campi circostanti e realizzato nel XII secolo dallo sceicco locale. Di forma circolare con le pareti traforate che si affacciano sul cortile (114 in totale, come il numero delle sure del corano), ha il sapore del Medioevo. Ha porte in legno di palma e saliscendi in legno di ulivo. Il livello più basso della fortezza, che si trova parzialmente interrato, veniva utilizzato per conservare l’olio, mentre i livelli superiori servivano principalmente per conservare prodotti come l’orzo e grano.
La strada prosegue per l’antico villaggio di Ghadames, crocevia di uomini, animali e merci e Città-oasi leggendaria della Libia occidentale. Il deserto intanto irrompe lungo la strada. Affiorano le prime dune. Ha tutta l’aria di un luogo mitologico, così incastonato com’è tra Libia, Algeria e Tunisia. Fu Città carovaniera, nel cuore del Sahara e lo si percepisce. Ghadames è ammantata da un’aurea di gloria che fu. I suoi stretti vicoli porticati e le dimore tradizionali di gesso e argilla essiccata ne fanno uno scrigno di epoche e cultura berbera. Ci si perde, è piacevole vagare senza meta.
Ogni scorcio è una suggestione. Inserita nella lista del Patrimonio dell’umanità Unesco, Ghadames fu uno dei più importanti snodi commerciali del Sahara, grazie alla sua posizione strategica, alla ricchezza di acqua e all’abilità dei suoi mercanti. Divenne tappa obbligata per infinite carovane di dromedari stracolmi di mercanzie, ricettacolo di genti di ogni dove. L’antica oasi, che una leggenda vuole fondata attorno al pozzo Ain al-Faras, sgorgato per caso al passaggio dello zoccolo di una cavalla, fu sotto il controllo romano con il nome di “Cidamus”, quindi avamposto bizantino, successivamente conquista araba e rappresentanza di genti Tuareg. Oggi il suo centro storico è interamente spopolato, ma conserva in modo esemplare quello che fu: un esempio straordinario di architettura lungimirante. Sfavillante, lucente di bianco e in grado di far fronte alle intemperie. Fa spesso molto caldo, ma anche freddo da queste parti e il vento spira fortissimo.
Ghadames è portoni colorati, è decorazioni, lucernai e minuscole piazze pubbliche, è terrazzi, piani alti, portali di palma con borchie rosse, verdi e gialle, sinonimi di un proprietario che ha compiuto il pellegrinaggio a La Mecca. È una vecchia macchina da scrivere Olivetti abbandonata, “memento mori” della colonizzazione italiana. Sa di deserto. Si sorseggia tè alla menta e si mangia il pane più buono di sempre, è la “mella”, il pane cotto sotto la sabbia. Un luogo da infiniti ritorni.
Tripoli
Si riparte, sempre verso Tripoli, facendo tappa a Gharyan con le sue case sotterranee, i “dammous”, costruite dagli antichi abitanti berberi della zona e vecchie di secoli. Lo scopo, quello di proteggersi dai gelidi inverni, dalle torride estati e dagli invasori.
Si prosegue e Tripoli ormai non è più così lontana. Capitale della Libia e punto di riferimento di uno dei due Governi rivali e tante altre cose insieme: l’arco romano di Marco Aurelio, una medina decadente ma suggestiva e ricca di rimandi storici e d’atmosfera. È immigrati che arrivano da lontano e hanno percorso la rotta del Sahel. È anche un pezzetto di Italia. Gli edifici coloniali, a distanza di decenni, continuano a caratterizzare il volto del suo centro.
Leptis Magna
Poi, in Libia, c’è Leptis Magna. Dista circa due ore, verso ovest. Maestosa, gigantesca, inimmaginabile. Ci si trova soli, non ci sono turisti e altri visitatori, in quello che fu il più importante insediamento romano in Africa, secondo per integrità di stato di conservazione soltanto a Pompei. Fu fondata dai Fenici probabilmente nel 1100 a.c. e costituiva un punto nodale per i traffici con il resto dell’Africa. Sotto il dominio cartaginese, dalla fine della III Guerra Punica nel 146 a.c., divenne parte della Repubblica romana e rimase abbastanza indipendente fino al regno dell’imperatore Tiberio, quando la Città venne incorporata nell’Impero, come parte della Provincia d’Africa. Divenne allora uno dei più grandi centri commerciali africani.
Leptis ebbe il suo momento di massimo splendore quando divenne imperatore Lucio Settimio Severo che la ingrandì, l’abbellì e ne fece la terza Città dell’Africa, in grado di rivaleggiare con Cartagine e Alessandria. I suoi edifici e monumenti in pietra calcarea hanno sfidato il tempo e le intemperie. La sabbia li ha protetti. Nominata Patrimonio Unesco nel 1982, le sue rovine sono state oggetto di imponenti scavi archeologici che ne hanno riportato alla luce gli antichi fasti. Strade colonnate, fori, basiliche, templi, terme e anfiteatri. Tutto a Leptis Magna è immenso, grandioso. Quante meravigliose teste di Medusa. Ci vorrebbero giorni interi per esplorarla.
Paola Scaccabarozzi
Foto © Paola Scaccabarozzi, Eurocomunicazione













