Intervista a Paolo Paci, autore di “La montagna delle illusioni”

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Paolo Paci

Giornalista, saggista e alpinista, in questo romanzo tocca temi interessanti: la guerra partigiana, lo scempio delle montagne legato al boom dello sci, il cambiamento climatico

Giornalista e direttore del periodico Meridiani Montagne, saggista e scrittore con oltre una ventina di opere pubblicate al suo attivo, Paolo Paci stavolta torna in libreria con un romanzo: “La montagna delle illusioni“, edito Piemme. Chi ha imparato a conoscerlo attraverso i suoi saggi dedicati alla montagna, di grande piacevolezza ed estremamente divulgativi, non resterà deluso. Paci sa catturare il lettoreanche non appassionato di alpinismo – quando parla dei giganti delle Alpi come il Cervino (“Nel vento e nel ghiaccio”), il Monte Bianco (“4810. Il Monte Bianco, le sue storie, i suoi segreti”) o del parco del Gran Paradiso (“L’alfabeto del Paradiso”), per citarne solo alcuni. Il suo talento nel raccontare storie si conferma anche nella narrativa.

 

“La montagna delle illusioni” è la sua terza opera di fiction, dopo “Il deserto dei non credenti” e “L’ora più fredda”. Stavolta ci porta in un paese alpino immaginario sorto grazie al turismo dello sci, Concabella, con i suoi casermoni cresciuti come i funghi durante gli anni del boom economico. Qui fa ritorno l’artista Antonio Soressi, fuggito da una dimensione per lui claustrofobica e da un padre che non lo capiva, ora morto. Per il protagonista è l’occasione per fare i conti con il passato e con i misteri che Tribolasco, il villaggio vicino a Concabella da cui proviene la famiglia, nasconde. Storie di eccidi nazisti, di partigiani e di ferite mai rimarginate. Questo percorso lo riporterà a fare pace se stesso e con la montagna da cui è scappato.

Che cosa rappresenta per te la montagna? Come è nata la passione per le vette?

«La passione per la montagna è nata con l’adolescenza: preti alpinisti e un gruppo di ragazzi del tutto autodidatti. Ancora oggi non sopporto le associazioni, le divise e le scuole di alpinismo, la montagna è libertà e responsabilità personale. Ho fatto alpinismo attivo, e quasi totalizzante, dai 15 ai 35 anni, poi la famiglia e il lavoro mi hanno consigliato di rallentare. Ma negli anni ho provato ogni specialità, dallo sci di fondo alle cascate di ghiaccio, dalle grandi pareti alle falesie, con mediocri risultati e un’immensa soddisfazione. Buzzati era frustrato dalla propria mediocrità alpinistica e avrebbe dato uno dei suoi libri per una salita di sesto grado. Io magari sono un po’ frustrato dal punto di vista letterario, darei molte delle mie scalate per mezzo dei libri di Buzzati, ma sono felice del mio alpinismo medio”. Ha forgiato il mio carattere e forse mi ha reso un uomo, uno scrittore, un marito, un papà migliore».

Concabella è uno dei paesi “mostri” del boom turistico degli anni Cinquanta- Sessanta e oltre, oggi spesso decaduti. Ci sono tante ex “città del divertimento” sulle nostre montagne? E cosa rappresentano?

«Concabella è artificiale e si ispira a Sestriere, Cervinia, L’Aprica, Madesimo, Foppolo. Tanti luoghi dove sono nati immensi condomini e grattacieli per lo sci. Ma le Alpi italiane sono costellate di località minori, che si sono sviluppate con le stesse modalità, da Pragelato a Sella Nevea. Rappresentano la Città che sale alla montagna, non solo in modalità urbanistica ma culturale ed economica, una vera invasione coloniale che ha preso il via a metà degli anni Trenta e ha modificato in modo impressionante il territorio e la società delle valli alpine. È stato però uno sviluppo illusorio, e non per nulla è questo il titolo del mio romanzo, “La montagna delle illusioni”: tant’è vero che all’industria dello sci si è accompagnato parallelamente il fenomeno dell’abbandono dell’agricoltura di montagna e lo spopolamento delle alte quote».

C’è un futuro per i luoghi di montagna minori, che non hanno il Cervino o una vetta attrattiva, e spesso non sono più sufficientemente in alto per continuare con il turismo invernale?

«Le stazioni sciistiche con piste tra i 600 e i 1500 metri sono a rischio chiusura o lo sono già. Ma anche le località oltre i 2000 metri soffrono per il cambiamento climatico, tutta l’industria dello sci è in crisi e non si può pensare di porre rimedio costruendo sempre più invasi artificiali per la neve programmata, o spostando gli impianti sempre più in alto. Semplicemente, non è sostenibile. L’unica soluzione è abbracciare un modello economico diverso, smettere di costruire, rassegnarsi a margini di guadagno minori, inventare una nuova attrattività della montagna, non più basata sull’offerta esclusiva della neve e che si declini nelle quattro stagioni».

Dalle montagne spesso si scappa. Anche il protagonista, Antonio Soressi, è un artista fuggito dal suo paese. Che cosa sono le radici? Siamo destinati in qualche modo a tornare sui nostri passi?

«Bisogna mettersi d’accordo su quali sono stati i nostri passi. I Walser, leggendario popolo di coltivatori dell’alta quota, si sono spinti alle testate delle valli quando i ghiacciai quasi non esistevano più, nel XII secolo. Se avessero saputo che li attendeva una nuova Piccola Glaciazione, sarebbero rimasti a casa loro. Il popolamento più massiccio delle Alpi è avvenuto nel Settecento, in epoca preindustriale, con lo sviluppo delle miniere e dell’energia idraulica. Ma vivere in montagna è sempre stato terribilmente faticoso: dall’inizio del Novecento assistiamo così a una crescente emigrazione».

«Ci sono Città in America soprannominate Piccolo Cadore, da tanti friulani vi sono arrivati. La retorica delle radici è come l’industria dello sci: morta. L’uomo è un animale itinerante, solo nelle emigrazioni ha trovato ricchezza e sviluppo, e continuerà a farlo. In Italia arriveranno (speriamo, per il bene del nostro bilancio demografico) intere popolazioni dal Nord Africa, intanto noi abbandoniamo i presidi delle Terre Alte che, in fondo, non ci erano così naturali, e li lasciamo ai loro abitanti storici: lupi e orsi».

I piccoli borghi di montagna sono scrigni di storie, di segreti e di silenzi conniventi, perché tutti sanno e nessuno parla. Anche nel tuo romanzo il presente si intreccia con il passato e con la misteriosa figura di Santina Dalmante, eroina o forse traditrice, scomparsa nel nulla. Cosa ti ha ispirato questa parte del libro?

«Ci sono parecchie storie di partigiani e partigiane simili, in molte Regioni d’Italia. Ho conosciuto le vicende per esempio di Ora e Veglia, alias Ancilla Marighetto e Clorinda Menguzzato, staffette della Valsugana trucidate dai nazisti e insignite della medaglia d’oro. Anche di loro si diceva che erano puttane comuniste, come del mio personaggio. Una Santina staffetta partigiana è anche descritta da Cesare Pavese. Senza tutte queste Santine la Resistenza non sarebbe esistita».

Il mondo di Tribolasco che ci racconti non è idilliaco. È il ritratto di una comunità piccola ma attraversata da invidie, rancori, dispetti che non si stemperano come accade nei contesti urbani più ampi e anonimi, ma sopravvivono sotto traccia, latenti, per generazioni. Esistono luoghi simili?

«Non serve andare in montagna per incontrare piccole comunità chiuse, cattive, ripiegate su se stesse. Ce ne sono anche in pianura. Oggi l’urbanizzazione e la diffusione dei mezzi di comunicazione, soprattutto internet, ci danno l’illusione che i rapporti tra uomini siano cambiati, ma non è così. Anche i condomini cittadini spesso sono comunità rancorose, dove maturano l’odio e qualche volta il delitto. Il Kanun, la legge del taglione albanese che ha massacrato per secoli le famiglie delle comunità rurali, non è mai del tutto scomparso: parti del Sud d’Italia sono ancora immerse in quel tipo di cultura, che confina con la mafia. È il destino di ogni comunità, a qualsiasi quota. Per fortuna, nel mio romanzo e nella realtà, erbe buone e cattive si mescolano. Dai drammi della storia, per esempio un villaggio straziato dalla guerra e dal fascismo, nascono anche storie di solidarietà e riscatto».

Nel romanzo sfiori anche il tema del cambiamento climatico. Le montagne, giganti apparentemente indistruttibili, stanno rivelando un’anima fragile. Anche uno dei personaggi del libro si scontra con le difficoltà dell’alpinismo attuale, in una montagna minata dal clima, che sorprende anche gli scalatori più esperti. Tu sei un alpinista: come è cambiato – se è cambiato – il tuo rapporto con la montagna?

«Il dato più evidente è la scomparsa dei ghiacciai. Quando sono salito per la prima volta Paolo Pacisul Gran Paradiso, nel 1975, si calzavano i ramponi appena oltre il rifugio, oggi la via di salita più sicura si sviluppa tutta per placche rocciose e solo in prossimità della vetta si incontra la neve. Gran parte delle pareti Nord di allora, per esempio la Grivola o il Ciarforon, sulle quali correvano vie mitiche degli anni Trenta, sono scomparse. Tutti i piccoli ghiacciai delle Dolomiti sono evaporati e l’ultimo, la Marmolada, l’anno scorso ha provocato una decina di morti per un immenso crollo del seracco. Ma il terreno è diventato fragile anche dove è roccioso, le frane si moltiplicano, il permafrost si scioglie e non tiene più insieme la montagna».

«In generale, si è più sicuri alle quote basse, chi frequenta l’alta quota deve usare più cautela e scegliere stagioni diverse: meglio un’ascensione tra maggio e giugno piuttosto che tra luglio e agosto, che erano i mesi tradizionali dell’alpinismo. Sulle Alpi dobbiamo cambiare prospettiva. Io, anche per motivi anagrafici, l’ho già fatto. Il mio alpinismo oggi è più contemplativo che sportivo».

 

Maria Tatsos

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Maria Tatsos
Giornalista professionista, è laureata in Scienze Politiche e diplomata in Lingua e Cultura Giapponese presso l'IsiAO di Milano. Attualmente lavora come freelance per vari periodici femminili, collabora con il Museo Popoli e Culture del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e con il Centro di Cultura Italia-Asia. Tiene corsi di scrittura autobiografica ed è autrice di alcuni libri, che spaziano dai diritti dei consumatori alle religioni asiatiche. È autrice del romanzo storico "La ragazza del Mar Nero" sulla tragedia dei greci del Ponto (2016) e di "Mai più schiavi" (2018), un saggio su Biram Dah Abeid e sulla schiavitù in Mauritania, entrambi editi da Paoline. Nel tempo libero coltiva fiori e colleziona storie di giardini, giardinieri e cacciatori di piante che racconta nel corso "Giardini e dintorni".

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