Kurz all’Europa, costringerci sui migranti non aiuta

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Si nota subito il cambio di campo austriaco col giovane premier, sempre più vicino ai Paesi del gruppo di Visegrad. E anche la Svizzera sul tema minaccia voto su Ue

25 Dicembre 2017 | di | Attualità - Europa - Politica

I propri vicini, è noto, non si possono scegliere. Men che meno se da un giorno all’altro cambiano decisione. È dallo scorso 15 ottobre, giorno del voto in Austria, che con la vittoria del 31enne popolare Sebastian Kurz, al governo con l’ultradestra (Fpoe) di Heinz Christian Strache, si sa che la posizione di Vienna sarebbe cambiata su diverse questioni. E dunque che ora il giovane Kurz si ponga a fianco dell’ala più oltranzista d’Europa, ripetendo le stesse parole che i rappresentanti (nemmeno tutti) del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) esprimono fin dal primo giorno in cui si sono decisi i ricollocamenti dei richiedenti asilo.

L’Austria non solo non cede sulla posizione sui migranti ma soffia sul fuoco, anche a Natale, in barba agli appelli di Papa Francesco e all’atteggiamento “politicamente corretto” di Bruxelles che ha accolto il neo cancelliere austriaco alla guida di una coalizione con l’estrema destra sottolineandone il «programma pro-europeo». Stop alle quote che non funzionano, aiuti a casa loro e, se necessario, anche con un intervento militare sono le proposte rilanciate dal 31enne premier, a fronte delle quali Bruxelles continua a mantenere la sua posizione e a puntare alla riforma di Dublino entro giugno.

«Forzare gli Stati membri ad accettare i rifugiati non aiuta l’Europa», ha dichiarato Kurz in un’intervista alla Bild am Sonntag. Alla versione domenicale della Bild, il più diffuso quotidiano tedesco con oltre 1.200.00 copie vendute, ha lanciato un avvertimento, «se continuiamo su questa strada, divideremo solo ulteriormente l’Ue e gli Stati membri dovranno decidere da soli se e quante persone prendere». Anche perché «i migranti in strada per l’Europa non vogliono andare in Bulgaria o Ungheria, ma in Germania, Austria o Svezia». Il messaggio si fa più chiaro: «i migranti devono essere aiutati a casa loro, anche con l’uso della forza. Se non è possibile, allora in aree sicure nel loro continente che l’Ue deve sostenere e forse anche organizzare e appoggiare militarmente».

C’è poi con l’Italia la questione del doppio passaporto ipotizzato per gli altoatesini/sudtirolesi di lingua tedesca. Della proposta hanno commentato tutti gli schieramenti politici continentali e dei due Paesi, persino il vescovo di Bolzano-Bressanone Ivo Muser secondo il quale la discussione è superflua e porterebbe solamente ad una divisione della società e ad aprire vecchie ferite. Il problema è proprio questo: per i più si rischierebbe di distruggere la buona convivenza tra i gruppi linguistici in Alto Adige, azzerando l’autonomia nel rispetto dell’accordo De Gasperi-Gruber del 1946 sui principi pacifici post seconda guerra mondiale. In realtà l’idea del doppio passaporto non è partita dal neocancelliere austriaco Kurz, bensì da alcuni consiglieri provinciali Svp che avevano firmato la richiesta assieme all’opposizione della destra secessionista (Freiheitliche, in italiano “I libertari”). Chissà che la provincia di Bolzano non ripeta lo schema di Vienna, popolari più ultradestra, nella prossima alleanza di governo .

Tutto questo mentre sull’Unione europea si ricominciano a creare tensioni anche sul fronte svizzero: Berna minaccia un referendum per rivedere le relazioni con l’Ue, dopo le frizioni sul pieno accesso degli investitori europei alla borsa elvetica. La presidente a fine mandato Doris Leuthard, dopo gli ultimi screzi con Bruxelles con cui è in corso una difficile revisione del quadro dei rapporti bilaterali, ha brandito l’arma del referendum. Il rinnovo solo sino a fine 2018 del pieno accesso alla borsa svizzera ha infatti mandato su tutte le furie Berna. «Dobbiamo chiarire la nostra relazione con l’Europa, dobbiamo sapere in quale direzione andare» quindi, ha avvertito la presidente, «sarebbe d’aiuto un referendum fondamentale» per il pensiero dei cittadini elvetici.

 

Claudia Lechner

Foto © Ozy (apertura), European Tribune, Orf

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