Europee: “And the winner is…”

La più hollywoodiana delle frasi ha dato il titolo all’incontro-dibattito tenuto mercoledì 28 allo Spazio Europa di Roma

Chi è il vero vincitore delle Europee di domenica? E chi ha perso? La Rappresentanza in Italia del Parlamento Europeo ha cercato di dare una risposta a questa domanda, organizzando mercoledì scorso “And the winner is”, una tavola rotonda sui risultati delle elezioni appena tenute. Introdotto da un sondaggio Ipsos presentato da Nando Pagnoncelli, indicativo della fidelizzazioni e degli spostamenti dell’elettorato italiano, il dibattito – moderato dal vicedirettore della Tgr Rai Dario Carella – è successivamente entrato nel vivo, soffermandosi sul principale vincitore della consultazione: l’euroscetticismo.

«Troppa enfasi sull’argomento, – secondo Robert Leonardi, docente alla LUISS Guido Carli – che fa passare in secondo piano il fatto che i partiti europeisti si siano comunque aggiudicati il 75% degli eletti». Secondo il professor Leonardi, la debolezza delle compagini euroscettiche sta nella loro disomogeneità: ad esempio, i nazionalisti inglesi dello UKIP perseguono il chiaro obiettivo di portar la Gran Bretagna fuori dall’Ue, mentre quelli polacchi di Legge e Giustizia sono a favore di un’Europa meno tecnocratica senza però mettere in discussione la  permanenza di Varsavia nell’Ue.
Quasi a rispondere al proclama congiunto di Grillo e Farage (“In Europa faremo danni”), Leonardi si mostra scettico verso le possibilità degli euroscettici di condizionare le attività della nuova Unione Europea: «Cinquestelle e UKIP alla prova dei fatti si sgonfieranno. Daranno fastidio con azioni eclatanti e provocazioni, ma non faranno di più. I lavori all’Europarlamento si svolgono  principalmente nelle commissioni, e loro non hanno le capacità tecniche di stare dentro al lavoro in commissione».

Le diversità tra gli euroscettici vengono sottolineate anche da Sergio Fabbrini, politologo e Direttore della School of Government LUISS Guido Carli: «A Strasburgo avremo un gruppo parlamentare composto prevalentemente da nazionalisti inglesi e francesi. Mai forze sono state tanto differenti, se pensiamo che il nazionalismo inglese ha storicamente assolto a una funzione di paladino della democrazia, mentre quello continentale, da Lisbona a Varsavia, è invece quasi sempre caratteristica di movimenti autoritari».
Per Fabbrini, l’Ue come la conosciamo, nata da un compromesso formalizzato a Maastricht nel 1992 tra chi voleva l’unione monetaria e chi no, è finita. Un compromesso dove la Germania otteneva i comandi della politica monetaria comunitaria, quasi a risarcimento della rinuncia al marco, mentre alla Francia veniva affidato un ruolo di contrappeso politico di Berlino. Per vent’anni l’Europa si è retta sul notorio “asse franco-tedesco”, sull’egemonia politica di Parigi e su quella economico-monetaria di Berlino e Francoforte. Secondo il prof. Fabbrini, «il compromesso è saltato quando la Francia non è stata più in grado di controbilanciare politicamente la Germania». Colpa anche dei trattati comunitari in vigore, che per Fabbrini vanno rivisti e rafforzati dal punto di vista politico. «Altrimenti addio Francia, addio Inghilterra e addio Ue».

L’esito elettorale ha certificato che la Francia è nuovo “grande malato d’Europa”: ma è un «grande malato-modello», come l’ha definita (con un pizzico di sano e ironico sciovinismo) Eric Joszef, corrispondente dall’Italia del quotidiano Libèration , «perché concentra in sé tutte le sfaccettature della crisi, da quella economica a quella politica a quella sociale, che hanno portato alla vittoria dell’euroscetticismo».
Il consenso ricevuto da Marine Le Pen, sottolinea Joszef, è lo specchio di questa triplice crisi che attanaglia il Paese: il Front National ha certo preso voti nelle aree depresse e più segnate dalla disoccupazione, ma ha conquistato anche i ceti sociali non colpiti dalla crisi, che vedono l’Ue come una minaccia in grado di mettere in discussione il sistema amministrativo e sociale francese.

Un nazional-populismo che nelle ultime campagne elettorali ha pian piano iniziato a fare proseliti anche tra gli europeisti d’Oltralpe, dove Sarkozy ha dichiarato di voler mettere in discussione il Trattato di Schengen, Hollande ha espresso timori nei confronti dell’Europa e il ministro degli Esteri Fabius non voleva l’ingresso della Bulgaria e della Romania nell’Area Schengen. Ciò che Joszef teme è che la numerosa presenza di esponenti anti-Ue all’Europarlamento possa inevitabilmente condizionare, in maniera negativa, anche le forze storicamente europeiste.

Alessandro Ronga

Foto © European Community, 2014

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