György Konrád: come per caso scampai ad Auschwitz

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Pubblicato da Keller editore il romanzo “Partenza e ritorno” dello scrittore ungherese, una narrazione totalmente autobiografica

«L’animale domestico si abitua a vedere portare al macello i suoi simili e anche l’essere umano si abitua all’idea di essere ammazzato». Con queste parole lo scrittore ungherese György Konrád, nel suo libro Partenza e ritorno appena pubblicato da Keller, descrive la muta rassegnazione degli ebrei deportati nei campi di sterminio. La storia spazza via i loro corpi, ma anche l’identità di chi sopravvive è cancellata per sempre. Impossibile esprimere sentimenti dopo ciò che si è vissuto; lo scrittore, invitato a un incontro ufficiale decenni dopo la fine della guerra, non riesce a trasmettere «uno sguardo commosso, frutto di nostalgia del passato». L’orrore, inteso come sguardo estremo gettato nell’abisso, e il pensiero va al Cuore di tenebra di un altro scrittore di nome Conrad, si è portato via tutto.

V-35La narrazione, totalmente autobiografica, registra il progressivo trasformarsi della realtà quotidiana nel peggiore degli incubi. L’aria che echeggia di canzoni sempre più crudeli nei confronti degli ebrei, l’indifferenza e l’apatia dei compagni di scuola, le simpatie hitleriane della bambinaia Hilda, apparentemente affettuosa nei confronti del piccolo György, in realtà stupida e pronta a seguire la massa nel suo delirio.

«I miei familiari pensavano di poter essere bravi ungheresi e bravi ebrei allo stesso tempo. Ma le due identità si rivelarono conflittuali nel corso della Seconda guerra mondiale», afferma ad un certo punto il protagonista. Un errore di prospettiva che costa ai suoi genitori la deportazione. Ormai solo, al piccolo György non resta altro da fare che prendere per mano la sorella per recarsi da alcuni parenti in campagna. Una decisione che salva la vita ad entrambi. «Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz», dice nella prima pagina del libro, ammantando la narrazione di un senso di fatalità ineluttabile. Vivere o morire è una faccenda di fortuna o sfortuna, nient’altro.

«Come era possibile che fossimo ancora lì?» si domanda György, traducendo l’interrogativo che appare scritto negli occhi dei passanti. Due bambini con la stella di David cucita sul petto, marchio d’infamia e di estraneità simile alla lettera scarlatta che Hawthorne impone alla protagonista del suo romanzo più noto quale simbolo di un peccato inestinguibile. E’ la fine traumatica dell’infanzia, di una realtà che, per quanti sforzi si facciano, non potrà più essere recuperata.

Il ritorno coincide con la disillusione. Nonostante anche i genitori siano sopravvissuti, nulla appare più come prima. Nuovi confini prendono corpo. Il potere sovietico inizia la grande opera di nazionalizzazione delle imprese private. La comunità ebraica superstite si dissolve definitivamente. Lo scrittore non può far altro che seguire le tracce del tempo, gli odori e i sapori di una vita trascorsa.

Negli anni settanta torna nel suo villaggio natale: « … le bambine che avevano giocato con le bambole erano ormai signore anziane, stoffe consunte avevano vissuto anni desolati». Konrád indubbiamente è un maestro nel rendere il senso di disfacimento del tempo e della materia.

Il suo è un mondo vuoto, senza il conforto della presenza divina, un mondo governato dalla paura, nel quale si può essere trucidati e abbandonati a terra senza una vera ragione. «Devo la mia vita alla generosa concatenazione di eventi casuali», scrive. Mai parole avevano descritto con tale asciutta freddezza il sottile confine fra il vivere e il morire.

Riccardo Cenci

 

György Konrád

Partenza e ritorno

Keller editore (pg. 183 € 14,50)

 

Foto

in alto: © Somorjai László

 

 

 

 

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