Il commissario Dosi e il caso del Landru del Golfo di La Spezia

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La seconda puntata sulle “imprese” del Poirot italiano. Negli Anni Trenta l’arresto e la fucilazione del mostro delle valigie

(II parte, la prima qui)

Prima di raccontare delle attività del commissario Giuseppe Dosi nel dopoguerra, torniamo indietro nel tempo a rievocare una importante indagine che consentì l’incriminazione di un serial killer. Nel precedente articolo abbiamo accennato di come Dosi, dopo il caso del reverendo anglicano pedofilo, fosse mal visto dal capo della Polizia che lo vedeva come “un cane sciolto” nelle sue indagini. Per tale motivo iniziò ad essere trasferito in altre città come Cortina d’Ampezzo, poi ad Assisi, quindi a La Spezia ove, siamo nel 1932, ebbe la sorte di imbattersi in un grave fatto di cronaca nera, che per l’investigatore Dosi si tradusse in una faticosa indagine. Tutto iniziò il 16 novembre di quell’anno quando a Napoli sul treno n.7 giunto alla Stazione Garibaldi, furono trovate due valigie marroni, contenenti i resti smembrati di una donna.

Stesso episodio si ripropose a Roma sul treno n.5 proveniente da Torino. Alcuni indizi arrivarono da La Spezia a seguito di una segnalazione: un ferroviere della stazione spezzina, aveva segnalato che un viaggiatore, il 15 novembre in partenza per Roma, era stato sanzionato con una multa per un bagaglio in sovrappeso. Alla richiesta di cosa trasportasse aveva dichiarato “carne salata”. La segnalazione mise in allarme la polizia di Napoli, di Roma e di La Spezia. Furono presi al vaglio denunce di persone scomparse e un centinaio di sospetti furono interrogati ma senza esito. Uno spiraglio di luce arrivò dalla polizia giudiziaria di La Spezia ove Giuseppe Dosi era divenuto capo della mobile investigativa.

Il clamore del caso prese le prime pagine dei giornali dell’epoca. Il mostro delle valigie fu da sprone per la polizia che cercava di risolvere il caso. Alcuni testimoni spezzini affermarono di aver visto alla stazione un uomo corpulento sulla cinquantina e baffi neri girati all’insù trasportare due pesanti valigie marroni e salire sul treno n.7 proprio la sera del 15 novembre. Qualche giorno dopo un ragazzino frugando in un mucchio di spazzatura, aveva rinvenuto un coltello con lama di 15 cm sporco di sangue. Sul manico c’era ancora l’etichetta del negozio ove era stato comprato e non fu difficile per i poliziotti coordinati da Dosi, rintracciare il venditore  spezzino che ricordò il signore baffuto che lo aveva acquistato.

                         Cesare Serviatti

Il delitto era stato quindi commesso a La Spezia ma dove? Furono setacciati tutti gli affittacamere ma il colpo di scena avvenne quando Dosi si accorse che in uno degli appartamenti su cui si indagava, era appostato un poliziotto della squadra mobile di Roma che nel frattempo aveva risolto il caso. La vicenda era andata così. Nei primi di dicembre del 1932 a Roma si era presentata in questura una certa Olga Melgradi, dicendo che dalle caratteristiche del cadavere lette sui giornali, la donna della valigia poteva trattarsi della sua amica Paolina Gorietti. La Gorietti riferì Olga, era partita per La Spezia il 4 novembre. Qui avrebbe dovuto sposare un certo Cesare Serviatti conosciuto a seguito di un annuncio matrimoniale (come si usava all’epoca) che così recitava: ”Pensionato, 450 lire mensili, conoscerebbe signorina con mezzi, preferibilmente cameriera, scopo matrimonio”. La Melgradi aveva ricevuto una missiva da La Spezia l’11 novembre dalla amica Paolina poi più nulla.

Serviatti venne quindi fermato a Roma presso la sua abitazione in compagnia della moglie e dell’amante. Queste due ultime vennero subito scagionate e Serviatti, sottoposto a stringenti interrogatori non solo confessò il delitto della Gorietti, ma anche un secondo omicidio di una certa Bice Margarucci anche lei fatta a pezzi e gettata dentro dei sacchi, ritrovati nei pressi di Ponte Garibaldi. Anche questa poveretta era stata attratta dall’annuncio matrimoniale. Il mostro confessò anche un terzo delitto, quello di una vedova di Livorno. Dopo la confessione l’opinione pubblica chiese una punizione esemplare. Il processo si svolse a La Spezia e la pena più severa per quei delitti – vigente il codice Rocco – era la pena di morte. Alle 6,24 del 13 ottobre 1933 Serviatti, il Landru di La Spezia, morì a seguito di fucilazione. Da tutta questa impegnativa inchiesta Dosi ottenne un compenso di mille lire, e si consolò anche con il guadagno di 350 dollari ottenuto pubblicando su un giornale di New York, un dettagliato reportage sul caso Serviatti.

 

Giancarlo Cocco

Foto © La zona morta, Polizia di Stato, Italia Star Magazine

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