Da Brindisi a Roma, vicino al Pantheon, una verticale di Susumaniello da ricordare

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In terra di Puglia, nel Salento, il vitigno recuperato. Il susumaniello è cresciuto negli anni per rappresentare a pieno titolo in Italia e all’estero la Puglia enologica

In quelle terre luminose del Salento, dove la mano dell’uomo ha modellato vigneti e uliveti, dove la Storia ha attraversato città, paesi, masserie lasciando impronte d’arte e di cultura, c’è ancora (anzi, con più forza oggi) il bisogno di sperimentare, di recuperare vitigni altrimenti destinati all’oblio. Una maggiore consapevolezza tecnica da parte dei produttori. «Vigne, uliveti, campi di grano a perdita d’occhio su pianure che somigliano a quelle californiane della Central Coast» ha scritto Daniele Cernilli nel suo libro “Memorie di un assaggiatore di vini” in un capitolo dedicato ai vini del Salento.
Quando dici Puglia devi parlare necessariamente dei vini della Capitanata e del Foggiano, della Terra di Bari e delle Murge e del Salento. Una Regione che esprime a livelli alti numerose varietà di vini, a cominciare dal Primitivo e Negroamaro, dal Nero di Troia per approdare dolcemente al Susumaniello, un vitigno che vive da alcuni anni una rinascita e non soffre più della sudditanza con i vini più rinomati della Regione. Si è conquistato un posto al sole. Questa rinascita, questo riemergere dall’oblio si deve all’impegno, alla passione e al rispetto per questo vitigno di Luigi Rubino, che nelle sue tenute di Jaddico, Marmorelle, Uggìo e Punta Aquila con 290 ettari vitati ne ha destinati 23 al Susumaniello, perché esprime più di tutti la terra, la cultura vitivinicola del Salento. Oltre al Negroamaro, Malvasia nera, Malvasia bianca, il Primitivo, Chardonnay (a Marmorelle) e, naturalmente, il Susumaniello.

«Era un vitigno che veniva utilizzato con il Negroamaro e Malvasia come aggiunta per conferire colore al vino. Circa 20 anni fa è stato deciso di scommettere, di rivalutare e di vinificare in purezza il Susumaniello in quelle vigne di oltre 50 anni nella contrada Jaddico, perché avevamo compreso le potenzialità che questo vino aveva, un vino di struttura, di eleganza, di longevità» spiega a Eurocomunicazione Luigi Rubino (nella foto a sinistra), cresciuto negli anni con questo vino particolare. Tanto Rubino ha creduto nello sviluppo di questo vino che ha aumentato gli ettari vitati, «passando dai 7 ettari iniziali ai 23 di oggi. Ma questo ampliamento è avvenuto nel territorio migliore per accogliere questa uva che è il territorio sabbioso della tenuta di Jaddico». È stato oggetto di sperimentazione continua. «Abbiamo tentato di spostarlo lontano dal mare, ma non si esprimeva come a Jaddico» aggiunge Rubino. Il Susumaniello è un vino millenial, pur affondando le radici nel secolo scorso. Che ha fatto (e fa) da apripista per altri produttori del brindisino che hanno voluto inserirsi nel solco tracciato da Luigi Rubino, il ragazzo diventato uomo che sussurrava al Susumaniello. Oggi le Tenute Rubino producono circa 1.200.000 bottiglie l’anno (con il Torre Testa gioiello di famiglia), commercializzate per il 45% in Italia e il restante all’estero: Germania, Svizzera, Belgio, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone.

Ha un fatturato di 8 milioni di euro. La vendemmia 2020, quella del post covid-19, come si presenta? «Al momento è molto interessante. Ne riparliamo al momento della raccolta» conclude con un sorriso Luigi Rubino, che ha scelto di mettere il susumaniello al centro della sua visione produttiva in quella porzione luminosa della Puglia, il Salento, ricca di storia, di uomini, di vigne, di vino. La verticale in un bistrot a ridosso del Pantheon ha visto protagonista il “Torre Testa”, vino che ha 6 mesi di affinamento in acciaio, 12 mesi in barrique di rovere francese e 12 mesi in bottiglia, con le annate del 2001, 2003, 2004, 2010, 2012, 2016,

Il 2001, messo sul mercato nel 2004, mostra una longevità sorprendente con una tannicità imperiosa. Colore intenso e impenetrabile. Una grande annata. Ci si chiede come a quasi 20 anni di distanza possa ancora esprimersi a così alti livelli. Godibilissimo ancora oggi. “Un bel volto di vino rosso” ha sentenziato qualcuno. Il 2001 è la storia, l’emozione, la scoperta. Il 2003 è stata un annata difficile. Colore quasi impenetrabile, profumi leggermente più evoluti del 2001. Note balsamiche. Il sapore in bocca è persistente, di grande classe e armonia. Il 2004 annata diversa dalle altre due. Un vino non compiuto che non ha ancora svelato il suo volto. Tannino energico, note balsamiche. Proiettato nel futuro come il 2001. Il 2010 “è un vino provocatorio” lo definisce Rubino. Un cambio di passo anche nell’etichetta che recita «un rosso di sorprendente natura, figlio di un territorio che respira il mare. Immerso nella piena luce del sole». Cernilli ha sentenziato affermando che il 2001 il susumaniello “baroleggiava”, il 2010 “amaroneggiava”. Il 2012 si presenta con un rosso cupo intenso. Tannino vellutato. L’atto d’amore verso la propria terra si riversa in questo vino, di lunga gittata. Il 2016 è l’ultimo in commercio e ricorda il 2001, un cavallo di razza che stupirà per la sua longevità.

 

Enzo Di Giacomo

Foto © Enzo Di Giacomo

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