Elezioni in Macedonia del Nord, vince l’incertezza

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Socialdemocratici e conservatori pressochè appaiati: per un governo servirà l’alleanza con i partiti che rappresentano la minoranza albanese

I circa 12mila voti che separano i conservatori del Partito Democratico per l’Unità Macedone (VMRO-DPMNE) dall’Unione Socialdemocratica (SDSM) rendono ancora incerto l’esito delle elezioni politiche tenute il 15 luglio in Macedonia del Nord, prima consultazione nazionale da quando lo scorso anno l’ex repubblica jugoslava ha assunto la nuova denominazione. Su 120 seggi parlamentari, lo schieramento di centrodestra ne ha conquistati 44, contro i 46 del centrosinistra guidato dell’ex premier Zoran Zaev, a cui spetterà ora il difficile compito di condurre le trattative per trovare una maggioranza. Inevitabile l’apertura verso i partiti della minoranza albanese (circa un quarto della popolazione macedone), che si trovano nuovamente a fungere da ago della bilancia: l’Unione Democratica per l’integrazione (DUI, già alleata con i socialisti nella scorsa legislatura) avrà 16 seggi parlamentari, 12 sono quelli assegnati all’Alleanza per gli Albanesi e 3 ad altre forze minori.

Zoran Zaev

La trattativa con la DUI parte tuttavia in salita: già da prima delle elezioni il leader Ali Ahmeti aveva posto come condizione necessaria per il sostegno parlamentare quella della nomina di un premier di etnia albanese, proposta però respinta sia dalla SDSM che dal VMRO-DPMNE. Zaev per ora prende tempo: alle agenzie ha annunciato che inizierà i colloqui per la formazione del governo dopo il 2 agosto, ma molto probabilmente impiegherà queste settimane per testare anche la possibilità di metter su una coalizione coinvolgendo gli altri partiti albanesi. Il leader socialdemocratico pare intenzionato a riprendersi la guida del governo (che ha mantenuto fino all’inizio del 2020): dopo l’ingresso nella NATO lo scorso mese di marzo, l’obiettivo è ora poter gestire le trattative per l’accesso della Macedonia del Nord all’Ue, forte della partnership con Bruxelles in quelle che hanno portato Macedonia e Grecia ad accordarsi sul nuovo nome della Repubblica balcanica, necessario anche per il via libera di Atene all’ingresso di Skopje nell’Alleanza Atlantica.

Tuttavia, la bassa affluenza (51%) e il responso delle urne non paiono aver premiato più di tanto i socialdemocratici. I risultati in politica estera non hanno compensato il malcontento per la gestione di quella interna, con l’opposizione di centrodestra che, oltre ad aver contestato a Zaev le concessioni alla Grecia sul nome della nazione, accusa il suo governo di aver trascurato l’attuazione di riforme economiche e sociali in grado di migliorare le condizioni di vita della popolazione. Nel caso in cui l’ex premier non riuscisse a metter in piedi una coalizione, i conservatori sono già pronti a muoversi: il leader del VMRO-DPMNE Hristijan Mickoski si è già detto pronto al dialogo con tutte le forze parlamentari per varare un nuovo esecutivo a guida centrodestra, ma ha aggiunto anche che non accetterà ricatti. Un chiaro messaggio rivolto ad Ahmeti.

La situazione di incertezza non è sfuggita a Bruxelles. L’Alto commissario alla Politica Estera Josep Borrell e il commissario all’Allargamento Oliver Varhelyi hanno emesso un comunicato congiunto, nel quale auspicano di «poter lavorare con una maggioranza forte e una coalizione di governo stabile, che permetta di raggiungere l’obiettivo strategico dell’integrazione europea e di andare incontro alle aspettative dei cittadini». Il percorso di ingresso all’Unione europea non sarà semplicissimo, e nei Palazzi comunitari sembrano esserne consapevoli.

 

Alessandro Ronga
Foto © Wikicommons, Sdsm.org.mk

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