“La Maschera del Tempo” è una creazione pionieristica che valorizza il Teatro Verde, riaperto al pubblico il 22 aprile scorso. Sarà visibile a tutti sul sito della Fondazione dall’8 ottobre prossimo
Il Teatro Verde è stato definito da Katharine Hepburn “il teatro più bello del mondo”. A questo gioiello di Venezia, che si trova sull’isola di San Giorgio Maggiore all’interno di Fondazione Cini, è stata dedicata l’opera digitale “La Maschera del Tempo”, frutto di un lavoro a due mani degli artisti napoletani Mattia Casalegno e Maurizio Martusciello aka Martux_m. Il progetto, come ha spiegato il curatore Ennio Bianco, è nato per sensibilizzare l’opinione pubblica e i grandi sponsor internazionali sulla necessità di valorizzare il Teatro Verde.
Inaugurato nel 1954 da Vittorio Cini è una struttura all’aperto da 1.500 posti, “verde” per la presenza dei cipressi dietro al palco e degli alberi circostanti, e anche per i 3.000 ligustri che fanno da spalliera alle sedute in pietra e cemento. Il progetto dell’architetto Luigi Vietti, è ispirato ai teatri di verzura delle ville venete, con un omaggio alle forme classiche dell’anfiteatro greco.
Il palcoscenico
Un’autentica sfida nella realizzazione del Teatro Verde è stata la realizzazione del palcoscenico, ampio 1.400 mq, vicino al mare. I camerini e i magazzini, nello spazio sottostante, sono sotto il livello medio della laguna di 0,82 m. L’acqua alta del 2019 ha in parte danneggiato la struttura. Il Teatro Verde che i visitatori possono ammirare oggi è il risultato di un accurato restauro realizzato con il sostegno della Maison Cartier, che ha consentito la riapertura nell’aprile scorso. Curioso l’esoterico esagono disegnato sulla superficie del palcoscenico, un elemento peculiare protagonista nella video opera di Casalegno e Martusciello (nella foto, un frame).
La “Maschera del Tempo” ispirata al Teatro Verde sarà visibile online a tutti sul sito della Fondazione Cini a partire da sabato 8 ottobre, in occasione della Giornata del Contemporaneo indetta dall’Associazione dei musei di arte contemporanea italiani (Amaci). Fascinazione, folgorazione, desiderio sono le parole d’ordine che hanno mosso i due artisti nella loro ricerca, a partire dal primo momento in cui si sono trovati di fronte al teatro. In cerca di spunti, hanno visitato i suoi camerini, ormai da tempo inutilizzati, che ancora conservavano qualche abito di scena impolverato.
Opera che rimarrà nel tempo
Da qui, l’idea di Casalegno – estimatore della fantascienza – di raccontare il Teatro Verde in un futuro lontano, quando non ci saranno più gli esseri umani e la natura avrà fagocitato le tracce della nostra presenza. Ma la struttura di pietra del teatro resiste. Dai suoi sotterranei polverosi si accede a un laboratorio ipertecnologico guidato dal mitico ingegnere dell’antichità Dedalo dove si producono idoli avvalendosi di robot, di stampanti 3D, di biotecnologie (nella foto, un altro frame dell’opera). La riuscita commistione fra spunti legati alla classicità e un futuro fantascientifico si incarna nell’onirica genesi del Minotauro, l’uomo-toro, su quell’esagono che è simbolo alchemico, di perfezione ed emancipazione della coscienza.
Sicuramente la creazione artistica “La Macchina del Tempo” avrà grande presa sul pubblico più giovane, interessato anche ai retroscena tecnologici che l’hanno resa possibile. Oltre alle riprese dall’alto con i droni scanner, poi elaborate, nella realizzazione sono utilizzate le tecnologie più d’avanguardia per creare degli umani digitali fortemente realistici (un esempio in questo frame). L’uso dell’intelligenza artificiale e di applicazioni Text–to–Image hanno consentito di trarre da parole chiave un ventaglio di immagini sempre diverso. Altri strumenti legati al mondo del gaming hanno contribuito all’opera. Il risultato è davvero sorprendente.
Per chi avrà voglia di visitare il Teatro Verde dal vivo, oltre ai suoi tesori artistici la Fondazione Cini nasconde un’altra perla verde. Il Labirinto di Borges, realizzato nel 2011 su impulso della vedova dello scrittore, Maria Kodama, è aperto al pubblico dal 2021. Il progetto del paesaggista britannico Randoll Coate si snoda per circa un chilometro fra piante di bosso alte meno di un metro ed è uno dei luoghi più suggestivi dell’isola.
Maria Tatsos
Foto © Ufficio stampa Fondazione Cini, Mattia Casalegno Studio













