La poesia di Paolo Montanari

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Paolo Montanari

Non è un poeta dialettale ma considera questo linguaggio l’origine della lingua italiana secondo la concezione dantesca

Non è sempre facile parlare di un collega giornalista che frequenti da tempo le riviste, ma di cui vuoi conoscere gli aspetti più intimi, che si esprimono con la poesia. È il caso di Paolo Montanari, autore, critico letterario e poeta.

 

Che cos’è la poesia per lei?

«Il riflesso in uno specchio dell’anima. E questo è il titolo dell’antologia poetica “Lo specchio” a cura del prof Bruno Mohorovich per la casa editrice Bertoni, in cui ho pubblicato la mia poesiaIl doppio“, un omaggio al cinema di Ingmar Bergman e che riflette il suo stato d’animo che pur essendo mutevole nel tempo, evidenzia l’identità del poeta e autore».

“Il doppio”

Il silenzio, la notte

Il riflesso dei bagliori mattutini

nello specchio della mia camera.

Che cosa vuoi luce riflessa impossessarsi

della mia anima triste e solitaria?

Ma il gioco si fa più intenso e

rischio di perdere la mia anima

Una poesia scritta a penna alcuni anni fa e tenuta in un cassetto insieme a tanti altri fogli di quaderno contenenti emozioni, descrizioni di paesaggi marini, visioni notturne e mattutine.

«L’amico poeta Bruno Mohorovich, sensibile per una poetica legata al tema dell’amore, e che risente della tradizione triestina di Umberto Saba, ha pubblicato la mia poesia insieme ad altri poeti marchigiani e umbri, perché lo specchio racchiude una molteplicità di significati, ed è stato ed è, uno soggetto appetibile alle arti visive permettendo la contrapposizione tra l’occhio e lo sguardo, tra l’esteriorità e l’interpretazione, fermo restando che consente la dilatazione dello spazio svelando quello che non si vede e che  all’occhio dello spettatore diviene visibile solo tramite lo specchio. Dunque “Il doppio” per me non assume solo come elemento di ambivalenza e che si contrappone alla visione medioevale della prudenza, o alla vanitas vanitatis di origine biblica, ma anche elemento salvifico di una identità umana contemporanea che si sta sgretolando».

Nella sua introduzione il prof Mohorovich da grande cultore del cinema d’essai ha citato “Il posto delle fragole di Bergman” per collegare l’immagine reale alla morte e anche al capolavoro di A. Tarkovskij “Lo specchio”, in cui si proietta la proprio immagine con le sue fragilità. Nella poesia “Il doppio” di Paolo Montanari, si ritrovano questi aspetti con brevi versi ma profondi di significati: “Albeggiano i miei passi”.

Altri aspetti della sua poesia riguardano le visioni notturne e mattutine. Il poeta è un eterno errante.

“Sulla nuda sabbia umida e mattutina

Albeggiano i miei passi…”

Un riferimento leopardiano è d’obbligo. Perché il cammino come è stato quello per Compostela “e sicuro e incerto, un chiaro oscuro dei sentimenti umani che è accompagnato dai primi suoni dei gabbiani”. Ma vi è in Montanari un riferimento anche alle poetiche di Ungaretti e Quasimodo. Il poeta è solo al centro dell’universo, con i mali e le contraddizioni dei nostri tempi.

L’amore per il dialetto

Paolo Montanari non è un poeta dialettale ma considera questo linguaggio l’origine della lingua italiana secondo la concezione dantesca ripresa da Pier Paolo Pasolini nei suoi “Versi di Casarsa”. E anche lui stesso ha risentito ed è stato affascinato dai termini dialettali di Tonino Guerra, Nino Pedretti, suo insegnante. Ma anche dell’amico e maestro Marcello Martinelli, autore del dizionario delle parole pesaresi e degli amici poeti dialettali Emilio Melchiorri per il dialetto portolotto. Elvio Grilli poeta del sonoro dialetto fanese e l’eccentrico poeta Stefano Sorcinelli che utilizza anche altri generi letterari come l’aforisma.

 

Ginevra Larosa

Foto © AltrogiornaleMarche

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