“I gufi dei ghiacci orientali”, uno scienziato nell’estrema Russia

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Le ricerche e le peripezie di un giovane ornitologo americano nella Regione remota del Litorale, tra gufi pescatori e russi bizzarri, raccontate in un libro che si fa leggere con piacere

Non fatevi trarre in inganno dal titolo: “I gufi dei ghiacci orientali” di Jonathan C. Slaght non è un saggio per ornitologi. È un testo difficile da classificare. Non è un libro di viaggio, anche se racconta di varie spedizioni. Non è un trattato scientifico, anche se parla di un uccello raro, il gufo di Blakiston. E non è un testo umoristico, anche se a tratti i personaggi in cui ci si imbatte sono ridicoli ed eccentrici. È una bella storia per tutti, che richiede solo un pizzico di curiosità per il mondo animale, in particolare degli studi ornitologici, e per un luogo remoto, il Litorale, la costa russa che si estende a nord di Vladivostok fronteggiando Hokkaido e la Kamchatka.

Quattro anni di lavoro

Bubo_blakistoni In “I gufi dei ghiacci orientali” l’autore racconta le sue ricerche, tra il 2006 e il 2010, sul gufo di Blakiston o gufo pescatore, un rapace con un’apertura alare di quasi due metri, un po’ meno di un’aquila. Il gufo comune, che si trova anche in Italia, è grande circa la metà. Dopo la laurea all’Università del Minnesota, Slaght sogna di tornare sul Litorale, dove era già stato, per il dottorato. Parla già il russo ed è attratto da quell’angolo fuori dal Mondo, regno della tigre dell’Amur e di un’umanità variegata, composta da indigeni, cacciatori e bracconieri, taglialegna e pescatori, ma anche personaggi bizzarri in fuga dalla legge, dalle persecuzioni religiose o solo a caccia di avventure.

A nord di Vladivostok, si estende una terra di nessuno, punteggiata di rari villaggi e baite sperdute, dove d’inverno si è inghiottiti dalla neve e la temperatura scende oltre i trenta gradi sotto zero. È questo l’habitat del gufo pescatore, che come dice il nome non è interessato a roditori o altri mammiferi, ma si nutre di pesce, che caccia nei fiumi.

Un programma di protezione

Slaght-JonathanSamarga, Agzu, Amgu, Ternej… Sono alcuni dei luoghi in cui Jonathan C. Slaght, assieme a una squadra di russi che lo affianca, si mette sulle tracce di possibili coppie di rapaci e della loro zona di nidificazione. Il caposquadra è Sergej, esperto di gufi pescatori. Dopo una prima mappatura, l’obiettivo è tornare, catturare i gufi per mettere un device che registri i loro movimenti, liberarli e poi a distanza di mesi ricatturarli per riprendere il costoso congegno elettronico. A questo punto, con i dati ottenuti, si può studiare un programma di protezione di questa specie in pericolo di estinzione, presente solo sul Litorale e in Giappone.

Bagni caldi e sbronze di vodka

I gufi danno filo da torcere. Non è facile stanarli, scoprire su quali alberi vanno a posarsi e a nidificare. E, come si scopre leggendo, ancor più complicato sarà riuscire a catturarli. “I gufi dei ghiacci orientali” trascina il lettore in una serie di avventure, fatte di appostamenti al gelo, di bagni in sorgenti calde al radon, di bevute esagerate di vodka e di gabinetti esterni alle baite, che rendono i bisogni notturni una gita in un inferno polare. Jonathan impara, con le nuove conoscenze russe, che la migliore tattica è il silenzio: meglio non tradire di essere straniero, altrimenti il desiderio di fare amicizia dei locali è bagnato inevitabilmente da un alcol che può essere di pessima qualità. Ma forse sono peggio le scarpinate nelle foreste di conifere, infestate di Eleutherococcus, una pianta spinosa i cui aculei si infilzano nelle gambe del giovane ricercatore.

Innamorato di questa Regione

litorale_russiaPer chi ricorda che ai tempi dell’Unione Sovietica uno straniero non poteva neppure allontanarsi di pochi chilometri, da Mosca o da dove era autorizzato a stare, senza un permesso ufficiale, la storia raccontata da Slaght ha dell’incredibile. A nove anni dalla caduta dell’Urss, nel 1991, a un giovane americano era già consentito soggiornare nella Regione del Litorale.

Slaught ci rimane per un periodo di sei mesi, poi diventati tre anni con i Peace Corps. Non deve stupire, pertanto, la disinvoltura con cui l’autore si muove in queste terre e fra i suoi abitanti, umani e non. La lunga frequentazione del Litorale è frutto di un vero colpo di fulmine, che non è difficile immaginare. Le foreste e i fiumi ghiacciati, il silenzio e gli animali, l’adrenalina di quelle situazioni in cui cavarsela è una sfida per la sopravvivenza, hanno il loro fascino. Jonathan C. Slaght, che oggi coordina il ramo russo e nordasiatico della Wildlife Conservation Society, riesce a comunicare al lettore l’entusiasmo dello scienziato ma anche le emozioni dell’essere umano di fronte a una natura grandiosa e selvaggia come quella di quest’angolo della Federazione Russa.

 

Maria Tatsos

Foto © Wikipedia, ritratto di Jonathan C. Slaght courtesy of Sergey Avdeyuk /Iperborea

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Maria Tatsos
Giornalista professionista, è laureata in Scienze Politiche e diplomata in Lingua e Cultura Giapponese presso l'IsiAO di Milano. Attualmente lavora come freelance per vari periodici femminili, collabora con il Museo Popoli e Culture del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e con il Centro di Cultura Italia-Asia. Tiene corsi di scrittura autobiografica ed è autrice di alcuni libri, che spaziano dai diritti dei consumatori alle religioni asiatiche. È autrice del romanzo storico "La ragazza del Mar Nero" sulla tragedia dei greci del Ponto (2016) e di "Mai più schiavi" (2018), un saggio su Biram Dah Abeid e sulla schiavitù in Mauritania, entrambi editi da Paoline. Nel tempo libero coltiva fiori e colleziona storie di giardini, giardinieri e cacciatori di piante che racconta nel corso "Giardini e dintorni".

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