I massicci movimenti di truppe e la retorica bellicosa di Putin allarmano l’Occidente
Segnali da non sottovalutare
Punto di non ritorno è il nome di un videogioco creato per sensibilizzare i giovani ucraini circa i traumi della guerra. La guerra protagonista è quella che da 7 anni affligge il Donets – o Donbass, area orientale dell’Ucraina, contesa con la Russia.
Ha un nome ancora segreto il gioco elettronico di guerra altamente classificato cui centinaia di militari statunitensi – dislocati nel mondo – accederanno entro la fine dell’estate. Chiaro l’obiettivo principale degli scenari: la risposta degli Stati Uniti all’azione aggressiva e alle mosse inaspettate di Cina e Russia.
La guerra tra Russia e Ucraina
Il 13 aprile 2014 uno scontro tra uomini armati e forze di sicurezza ucraine nei pressi della città di Sloviansk provocò le prime vittime di una guerra drammaticamente reale e lunga. Essa ha falcidiato, secondo le stime contenute nel XXIX report delle Nazioni Unite pubblicato a inizio 2020, oltre 13.000 persone di entrambi gli schieramenti.
E se taluni ora affermano che l’intensità dei combattimenti è diminuita, tuttavia la pace duratura resta lontana. Fu la riunificazione con la Crimea, di cui Vladimir Putin ha recentemente festeggiato il settennale, a dare origine alle tensioni tra Russia e Ucraina. Oggi ulteriormente inasprite, esse comprendono buona parte dell’Occidente.
Quali siano le ragioni del recente spostamento di numerose truppe e materiali militari russi verso il confine ucraino resta da stabilire, ma certo la scena geopolitica fotografa – a livello internazionale – ben più di un problema.
Il mondo sembra tripartito, come ben notato da Simon Tisdall su The Guardian, nei tre super Stati rivali descritti da George Orwell in 1984. La sua Oceania è il nostro Grande Nord, l’Eurasia è la Russia, l’Eastasia la Cina.
L’inquietante futuro di stampo dittatoriale in cui le libertà fondamentali sono abolite riecheggia se si guarda alla Russia di Alexei Navalny e all’Ucraina, a Cina e Taiwan, al Myanmar, e persino alla vicina Turchia.
La risposta del Grande Nord: gli Usa
Putin, definito assassino da Joe Biden, è sotto stretta osservazione.
E tuttavia recenti sondaggi del Levada Center registrano alcuni dati interessanti: il 63% dei cittadini russi approva le attività di Putin, il 32% si fida di lui. Solo il 27% dei cittadini si sente europeo, mentre il 40% degli intervistati ritiene che la Cina sia il Paese più amico della Russia.
Dati che non confortano nessuno. In particolare la presidenza americana, preoccupata tanto per l’imminente completamento del gasdotto Nord Stream che per l’intensificazione dei combattimenti tra l’esercito ucraino e i separatisti. Il gasdotto nel Mar Baltico – che bypassa l’Ucraina, privandola di entrate significative – è infatti considerato un chiaro progetto geopolitico.

Ora che il numero delle truppe russe al confine con la ex repubblica sovietica è maggiore che in qualsiasi momento dal 2014, la Casa Bianca fa le sue dichiarazioni. Conferma «il sostegno incrollabile degli Usa alla sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina di fronte alla continua aggressione russa nel Donbass e in Crimea».
E, preoccupata per l’escalation, aggiunge che «questi sono tutti segni profondamente preoccupanti».
La Nato viene nuovamente chiamata in causa: vox clamantis in deserto?
Insieme a Francia e Germania, Ucraina e Russia fanno parte del formato Normandia dei Paesi che hanno cercato di risolvere il conflitto dal 2015, senza tuttavia riuscire a porvi fine.
I membri dell’Alleanza Atlantica invitano ora Kiev a continuare le riforme militari e della difesa. I suoi alleati occidentali ribadiscono l’avvertimento alla Russia: non intraprendere ulteriori azioni.
L’Ucraina, attraverso il presidente Volodymyr Zelenskiy, ha invitato la Nato e gli Stati membri chiave ad accelerare l’adesione del suo Paese all’alleanza militare occidentale in risposta al crescente assembramento di forze russe. A seguito del colloquio del 6 aprile con il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, Zelenskiy ha fatto un appello alla nazione, affermando che «la questione più urgente è la possibilità di ottenere il piano d’azione per l’adesione alla Nato». Questo percorso verso la futura adesione aiuterebbe, a suo avviso, a fermare il conflitto di lunga data nella regione orientale del Donbass.
Il Cremlino risponde: Mosca non sta minacciando nessuno
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, non esita a chiarire il punto di vista del Paese: neppure il sostegno della Nato all’Ucraina può «contribuire alla sicurezza e alla risoluzione del conflitto». Si dichiara poi preoccupata «per il sostegno finanziario e logistico delle forze armate ucraine da parte dei Paesi della Nato».

Poi alza il tiro. La preoccupazione di Mosca, difatti, riguarda anche «l’alleanza che fornisce armi letali e per gli istruttori occidentali che addestrano il personale militare ucraino».
Secondo Sergei Ryabkov, vice ministro degli Esteri, la Russia sta facendo «ciò che ritiene necessario […] e ignorerà i segnali» di preoccupazione degli Usa e degli altri Paesi occidentali. La risposta dell’amministrazione americana è immediata, innalzato il livello di allerta, passato da crisi possibile a potenziale crisi imminente.
Tutto dipende dalle dimensioni dell’incendio
Interviene Dmitry Kozak, vice capo di Stato Maggiore di Putin, punto di riferimento sulle relazioni con l’Ucraina e i separatisti filo russi. L’avvertimento a Kiev non lascia interpretazioni. Due i passaggi fondamentali: la Russia potrebbe «dover intervenire» per difendere i suoi cittadini nei territori separatisti – dove ha rilasciato più di 650.000 passaporti dal 2019 – se Kiev cerca di riprendere il territorio perduto.
Facendo eco a osservazioni di Putin del 2019, Kozak detto che la Russia interverrebbe «se lì vi fosse una Srebrenica». Il riferimento è al massacro di 8.000 uomini musulmani da parte delle forze serbo-bosniache avvenuto nel 1995.
E, in vista del nuovo ciclo di colloqui con l’Ucraina fissato per il 19 aprile, rincara la dose: «una escalation sarebbe l’inizio della fine dell’Ucraina».
Ribadisce il concetto l’addetto stampa del Cremlino, Dmitry Peskov. Difendendo la formazione militare russa, definendo la regione di confine una polveriera e dicendo che la Russia «non si farà da parte» qualora ritenesse che le ostilità possano portare a «vittime civili di massa».
Peskov dubita che l’adesione alla Nato possa risolvere i problemi interni dell’Ucraina, ed anzi «dal nostro punto di vista, peggiorerà solo la situazione».
Europa e Regno Unito si impegnano a sostenere l’Ucraina

Zelenskiy ha parlato con Boris Johnson, primo ministro britannico, e con Justin Trudeau, primo ministro canadese, che gli hanno dato respiro. Invitati a «rafforzare la propria presenza» nella regione, non hanno esitato a confermare il loro sostegno.
Si schiera anche la Germania, attraverso Angela Merkel. La cancelliera, in una telefonata a Putin, ha chiesto espressamente di ridurre i rinforzi delle truppe al confine così da allentare le tensioni.
Intelligence
L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa ha dichiarato di aver notato un aumento dei disturbi GPS nella zona di conflitto. Per la prima volta da ottobre 2014, un drone a lungo raggio non è stato in grado di decollare dalla sua base. Causa, la «doppia interferenza del segnale GPS», originata da disturbi. Nel complesso, afferma il rapporto, i droni hanno «sperimentato un aumento dei livelli di interferenza del segnale GPS durante il decollo e l’atterraggio». Da quando? Naturalmente dal 21 marzo, inizio approssimativo della formazione militare russa.
Ghiaccio bollente
La visita di Josep Borrell, Alto rappresentante europeo per la politica estera e la difesa a Mosca – la prima di un rappresentante delle istituzioni europee dal 2017 – ha scatenato aspre polemiche. Il ministro degli Esteri russo ha infatti definito l’Europa «un partner inaffidabile», accusandola di dire menzogne riguardo all’avvelenamento dell’oppositore Alexei Navalny.
L’accoglienza è stata tale da terminare con l’espulsione, al termine della conferenza, di tre diplomatici europei – un tedesco, uno svedese e un polacco – che avevano partecipato alle manifestazioni di protesta per chiedere la scarcerazione di Navalny. La risposta di Borrell non è tardata, e gli ha fatto incassare il plauso di molti.
L’Alto rappresentante, infatti, ritiene che il viaggio abbia centrato l’obiettivo desiderato: comprendere la posizione della Russia. Ora sappiamo con certezza che il Cremlino «non è interessato a perseguire alcuna partnership con l’Ue».
Chiara Francesca Caraffa
Foto © Ukrainian Presidential Press Ser/Reuters, Russia Beyond, AFP/Getty Images, CNN, EPA-EFE/Dave Mustaine, Anatolii-Stepanov/AFPGetty-Images













