Una vita dedicata alla difesa e alla ricerca della verità: l’avvocato Nicotera ripercorre esperienze e valori della professione forense
L’avvocato Pietro Nicotera ha presentato il suo libro “Il Penalista” nella prestigiosa Sala della Regina di Palazzo Montecitorio con un evento che ha registrato una grande partecipazione di pubblico e di addetti ai lavori, con oltre duecento presenti tra rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e dell’avvocatura.
Nel corso della presentazione, l’avv. Nicotera ha illustrato le ragioni e le ispirazioni che lo hanno portato a scrivere il volume: un testo che rappresenta una profonda riflessione sul ruolo e sull’etica del penalista nella società contemporanea. L’incontro ha dato vita a un dibattito vivace e partecipato sul valore della professione forense, sulla tutela dei diritti fondamentali e sul futuro della giustizia penale in Italia.
“Il Penalista” attraversa quarant’anni di vicende giudiziarie che hanno segnato la cronaca e la coscienza civile del Paese. Dai casi Emanuela Orlandi e Angelo Stazzi fino ad altre storie note all’opinione pubblica, l’autore analizza non solo l’evoluzione del diritto, ma anche i mutamenti sociali e morali che ne sono scaturiti. Il libro diventa così un percorso attraverso le sfide della verità e il significato più profondo della giustizia.
Avvocato Nicotera, nel suo libro “Il Penalista” lei affronta temi profondi legati all’etica e al ruolo dell’avvocato nella società contemporanea. Qual è stata la principale motivazione che l’ha spinta a scrivere quest’opera e quale messaggio intende trasmettere ai lettori?
«Il desiderio di lasciare una traccia. Dopo oltre quarant’anni di professione, ho sentito il bisogno di raccontare non solo i casi giudiziari che ho seguito, ma anche il percorso umano che ogni penalista affronta. “Il Penalista” nasce dalla volontà di condividere la complessità del mestiere, il peso delle scelte, il valore dell’ascolto e della responsabilità. Il messaggio che intendo trasmettere è che la giustizia non è solo norma, ma anche coscienza, dubbio, e tensione verso la verità».
Durante la presentazione a Palazzo Montecitorio, diversi relatori hanno sottolineato l’importanza del suo contributo al dibattito sulla giustizia penale. In che modo il libro si inserisce, secondo lei, nel contesto attuale di riforma e riflessione sulla professione forense in Italia?
«Viviamo un momento cruciale per la giustizia penale, tra riforme normative e cambiamenti culturali. Il libro si propone come uno strumento di memoria e di stimolo: raccontando casi emblematici, invita a riflettere sul ruolo dell’avvocato come garante dei diritti, anche nei contesti più difficili. Credo che oggi più che mai sia necessario riaffermare la centralità della difesa e il valore etico della professione forense, contro ogni deriva burocratica o spettacolarizzazione».
La sua carriera è segnata da processi di grande risonanza mediatica, dalle Fosse Ardeatine al caso Stazzi, fino all’operazione “Propaggine” e il caso Orlandi. Quali di queste esperienze hanno inciso maggiormente sulla sua visione del diritto penale e sull’approccio alla difesa?
«Ogni caso ha lasciato un segno, ma alcuni hanno cambiato profondamente il mio modo di intendere la difesa. Il caso Orlandi, ad esempio, ha rappresentato una sfida non solo giuridica ma anche morale, in cui il confine tra verità processuale e verità storica si è fatto sottile. L’operazione “Propaggine” ha mostrato quanto sia importante mantenere lucidità e rigore anche quando l’attenzione mediatica è altissima. E poi ci sono i casi meno noti, ma umanamente devastanti, come quello di un figlio accusato di tentato omicidio del padre abusante: lì ho capito che il diritto penale è anche ascolto, empatia, capacità di vedere oltre il reato».
Nei casi che ha seguito emergono spesso temi di verità, giustizia e responsabilità collettiva. Quanto è cambiato, secondo lei, il rapporto tra diritto, opinione pubblica e media negli ultimi quarant’anni?
«È cambiato radicalmente. Un tempo il processo si svolgeva in aula, oggi spesso si consuma prima sui giornali o sui social. Questo ha reso più difficile il lavoro del penalista, che deve difendere non solo il cliente, ma anche la presunzione d’innocenza. La giustizia mediatica rischia di sovrapporsi a quella istituzionale, e il diritto deve trovare nuovi strumenti per tutelare l’equilibrio tra informazione e garanzie. Serve una riflessione profonda sul ruolo dei media e sulla responsabilità collettiva nel costruire una cultura giuridica matura».
Guardando al futuro, quali ritiene siano le principali sfide che attendono la figura del penalista e come i giovani avvocati possono mantenere viva la dimensione etica e umanistica della professione?
«La sfida più grande sarà quella di non cedere alla semplificazione. Il diritto penale è complesso, umano, spesso doloroso. I giovani penalisti devono coltivare la curiosità, lo studio, ma soprattutto la capacità di ascoltare. Devono resistere alla tentazione del protagonismo e ricordare che ogni difesa è prima di tutto un atto di responsabilità. Mantenere viva la dimensione etica significa non smettere mai di interrogarsi, di dubitare, di cercare la verità anche quando è scomoda.
Biografia
L’avvocato Pietro Nicotera, fondatore dello Studio Legale Nicotera, è nato il 3 giugno 1957, conseguendo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli studi ” La Sapienza” di Roma il 26 ottobre 1982. Patrocinante in Cassazione e innanzi a tutte le Magistrature superiori a partire dal 1998. Altresì componente della Commissione esami Avvocato 2017-2018. Come avvocato ha seguito a partire dagli inizi della carriera processi delicati, alcuni dei quali noti all’opinione pubblica.
- Nel 1994 innanzi al Tribunale militare di Roma il processo a carico del Capitano Erich Priebke, nel quale aveva assunto la difesa di alcuni familiari di cittadini italiani di religione ebraica trucidati nel noto “eccidio delle Fosse Ardeatine”;
- Il processo in difesa di alcuni imputati del primo stupro di gruppo avvenuto nel 1983, a seguito del quale fu coniato il termine ” Il branco”, da cui è stato ricavato il soggetto del film omonimo;
- Il processo contro l’infermiere killer Angelo Stazzi in difesa dei familiari di una delle sette vittime di cui lo stesso aveva provocato la morte iniettando loro dell’insulina. Il processo si è concluso con la condanna all’ergastolo dello Stazzi;
- Il processo in difesa dei familiari dei bambini, presunte vittime degli abusi sessuali avvenuti nell’asilo di Rignano Flaminio;
- Il processo in difesa della nota attrice Anna Marchesini nella vicenda legata ai rapporti con l’ex marito;
- Il procedimento riguardante il famoso “scambio di embrioni” avvenuto presso l’Ospedale Pertini di Roma, in difesa di una delle mamme, presunta vittima dell’atto di malasanità;
- Il processo della devastazione e saccheggio del carcere “ReBibbia” di Roma avvenuta nel marzo 2020, in difesa di uno dei promotori della rivolta dei detenuti;
- Il processo del “Crac della Banca Tercas”, relativo al fallimento della “Cassa di Risparmio di Teramo”;
- Il procedimento riguardante il famoso “scandalo calcioscommesse”;
- “Il fenomeno della Trap”: numerosi processi in difesa di noti cantanti della “Trap capitolina”;
- Diversi casi di omicidio, tra cui “L’omicidio del parcheggiatore” avvenuto a Roma, che vedeva imputato l’ex soldato croato Rankovic Obrad, l’omicidio del “Giostraio di Capena”, e il duplice omicidio avvenuto per mano del famoso “cecchino di Guidonia”, il quale nel comune alle porte di Roma sparò dal tetto uccidendo due persone e ferendone sette;
- Numerosi processi in tema di criminalità organizzata su tutto il territorio nazionale, tra questi il processo al “Clan Fasciani” di Ostia, le operazioni antimafia condotte dalla DDA di Roma tra cui l’ “Operazione Babylonia”, la “Cosa Nostra Tiburtina”, l’operazione antimafia “Reset”, l’operazione “Assedio”, la maxi – operazione anti droga della DDA di Roma contro la banda di Marcello Colafigli ultimo boss della Banda della Magliana, ed infine “L’operazione Propaggine, La Ndrangheta nella Capitale”.
George Labrinopoulos













