Brexit, il Parlamento respinge l’accordo May-Ue, premier in bilico

  • Condividi questo articolo

Si va sempre di più verso il no deal. Tempi troppo stretti per aprire nuovi negoziati o organizzare un altro referendum. Si spera ancora in un piano alternativo

16 Gennaio 2019 | di | Attualità - Europa - Eventi - Politica

 Il Parlamento britannico ha respinto con 432 voti contrari e appena 202 favorevoli il piano della premier Theresa May per la Brexit, frutto della concertazione con le istituzioni dell’Unione europea. Con un’uscita che sarà effettiva dal 29 marzo, lo spettro del no deal – la drastica interruzione dei rapporti con l’Ue – diventa sempre più realistico.

La sconfitta, che era nell’aria, ha posto la premier in una difficile situazione. Lei ha sempre smentito voci di possibili dimissioni e ha ottenuto in serata la fiducia alla Camera dei Comuni con una maggioranza che la sostiene ancora troppo dipendente dal partito nordirlandese Dup. Quest’oggi la mozione di sfiducia che i laburisti hanno presentato non è andata a buon fine, ma la situazione è più ingarbugliata che mai.

May voteAlla vigilia del voto di ieri la May si era giocata il tutto per tutto, invitando i deputati a «dare una seconda occhiata» alle 585 pagine di accordo faticosamente trovato con l’Ue. «L’Ue non lo cambierà», aveva detto in aula, riconoscendo l’imperfezione dell’intesa ma allo stesso tempo la difficoltà di ottenere qualcosa di meglio attraverso il compromesso.

«Quando verranno scritti i libri di Storia saremo giudicati per il fatto di essere stati capaci di dare al popolo ciò che ha chiesto o di avere fallito», frasi accolte dallo scherno dell’ampia opposizione. «Con il no deal si rischia di distruggere il Regno Unito», il suo accorato quanto disperato appello, ricordando che l’accordo «rispetta la volontà popolare del referendum 2016» e consente di «recuperare il controllo su confini, denaro, leggi e pesca».

La premier aveva anche provato a rassicurare sul backstop, l’assenza di confini tra Irlanda del Nord ed Eire prevista dagli Accordi del Venerdì Santo 1998 che non potrà più continuare dopo la Brexit, già che l’Ulster seguirà il destino britannico. La natura dell’accordo è temporanea, garantiva la May, aggiungendo come le dichiarazioni dall’Ue abbiano «valore legale». Tanto Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, quanto Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, avevano confermato la transitorietà delle misure ai confini tra le due Irlande.

May votePur ammettendo l’assenza di possibilità di uscirne unilateralmente, la prima ministra aveva respinto le definizioni di «trappola» e «minaccia» affibbiate al backstop. Non abbastanza per scacciare i dubbi e le contrarietà di parte della sua stessa maggioranza. I Tories oltranzisti da una parte, non convinti dal compromesso May-Ue, gli unionisti nordirlandesi del Dup. Sommando le opposizioni interne, oltre cento voti.

Una buona fetta – trasversale – di membri del Parlamento ha chiesto un nuovo referendum, prodromo a elezioni politiche nel breve periodo. Ma le tempistiche non sono favorevoli, la scadenza del 29 marzo è troppo ravvicinata per chiedere rinvii e incombono anche le elezioni europee di maggio. Troppo tardi anche per organizzare una consultazione popolare che possa rimettere tutto in discussione.

Corbyn vote brexitDi questo si è convito anche il leader dei laburisti Jeremy Corbyn, che ha però invocato nuove elezioni. Ma anche la sinistra non è compatta e l’alternanza non appare così scontata. Alcuni sondaggi, commissionati dall’agenzia YouGov, danno i conservatori avanti di sei punti percentuali, 41 contro 35%.

Il Parlamento si è dato pochi giorni, al massimo entro il prossimo lunedì 21 gennaio, per presentare un piano alternativo che possa evitare il no deal. Contestualmente la May proverà a intraprendere un nuovo dialogo con le istituzioni europee, ma è una strada che difficilmente porterà a risultati significativi che possano far cambiare idea a un numero sufficiente di deputati.

Anche perché l’Ue chiude la porta a nuove trattative che stravolgano quanto pattuito precedentemente. «L’accordo non può essere rinegoziato, sta al Regno Unito dire cosa vuole fare», commenta il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas. «Finché non si troverà una via di uscita all’impasse britannica non potremo andare avanti», aggiunge il capo negoziatore Ue per la Brexit Michel Barnier.

Tusk spera in un cambiamento di direzione da parte britannica, «se un accordo è impossibile e nessuno vuole il no deal, qual è l’unica soluzione positiva?», si chiede su twitter. Non si arrende nemmeno il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, che dichiara «il nostro primo pensiero sono i 3 milioni e 600 mila cittadini nel Regno Unito e i britannici che vivono nell’Ue. Hanno bisogno di certezze sul loro futuro. Noi ci batteremo sempre per loro».

BrexitIntanto ci si prepara all’interruzione radicale dei rapporti con l’Ue. Già da qualche settimana si sta lavorando sul fronte dei trasporti, per valutare l’impatto della viabilità su strada in direzione continente e per rafforzare le linee navali e ferroviarie. Ma anche in piena Londra si fanno le prove in vista dei peggiori scenari preventivabili: scrive il Times che quattromila dipendenti pubblici sono stati momentaneamente sollevati dai propri incarichi per andare a ricoprire ruoli nei settori considerati più a rischio in caso di no deal, ovvero educazione, giustizia e welfare.

La stampa ha, ovviamente, rimarcato le proporzioni della disfatta di Theresa May, “tradita” da oltre cento parlamentari della maggioranza. Times e Guardian parlano senza mezzi termini di «sconfitta storica» nella loro prima pagina. Il quotidiano finanziario City A.M. titola con una preoccupante «regna il caos», mentre il Daily Mail dedica alla premier un «fighting for her life», combatte per la sua vita (politicamente parlando). Gioco di parole invece per l’Express, con «Dismay», letteralmente sconcerto, costernazione. Nell’incertezza, i media stanno provando a decifrare una situazione che, come detto, non ha una facile lettura.

A tal proposito, il ministro degli Esteri Jeremy Hunt sta mettendo in guardia contro i rischi di una «paralisi istituzionale», che addirittura avrebbe l’effetto opposto a quanto espresso dalla volontà popolare al referendum di due anni fa: restare nell’Ue perché non si sa come andarne fuori.

 

Raisa Ambros

Foto © express.co.uk; economist.com; bbc.co.uk; it.notizie.yahoo.com

  • Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *